I soldi della Sardegna utilizzati per pagare i debiti dei ministeri

di Paolo Maninchedda
La Sardegna ha bisogno di un grande piano per il lavoro che immetta denaro fresco a sostegno della crisi dei redditi che stiamo patendo. È urgentissimo farlo e farlo bene. Servono molte risorse. Ed è la Sardegna settentrionale a registrare in modo più acuto l’effetto dell’assenza di una politica del lavoro. In uno studio commissionato dalla Fondazione di Sardegna, che utilizza dati Istat, si rileva che la disoccupazione giovanile è del 10% più alta a Sassari che a Cagliari.
Noi Sardi ogni anno veniamo privati di circa 400 milioni di euro di cosiddetti accantonamenti che lo Stato illegittimamente e impunemente sottrae alla Sardegna. Mi sono preso la briga di capire dove vadano a finire.
Un indizio lo hanno dato le statistiche della Banca d’Italia del giugno 2017. Alle pagine 5 e 6 trovate la verità delle cose in Italia: il debito delle amministrazioni pubbliche italiane ammonta a 2.270 miliardi e rotti. Poi, controllando la stessa colonnina scoprite che questo valore è cresciuto di 10 miliardi rispetto al mese precedente, di 20 miliardi rispetto all’inizio dell’anno e di 53 miliardi rispetto al dicembre del 2016.
Chi sta producendo debito aumentando il proprio fabbisogno? Risposta: le amministrazioni centrali dello Stato. Guiardate le tabelle: non i Comuni o le Regioni. No, i Ministeri.
Capite a che cosa servono gli accantonamenti sardi, cioè i nostri 400 milioni di euro l’anno (ma io dico anche le regole del bilancio armonizzato)? Servono a finanziare debito pubblico italiano prodotto dalle amministrazioni centrali dello Stato.
In una società educata alla civiltà, tutto questo dovrebbe portare istituzioni e popolo a reagire duramente. E invece no, perché esiste in Sardegna – generata dai decenni pseudogloriosi dell’autonomia – più la comoda abitudine della rivendicazione ripetuta (a qualcuno piace protestare per protestare, rivendicare per rivendicare, creare lo spazio per l’intermediazione padrinesca piuttosto che lo spazio della civiltà dei diritti) che la responsabilità della costruzione di uno Stato in cui la politica compia il suo dovere di creare libertà e sviluppo e di soccorrere in forme chiare, nei momenti di crisi, l’esistenza di tutti.