Finalmente un brivido!

foto(2)di Paolo Maninchedda
Finalmente in questa regione sedata e allettata, senza pulsioni e desideri, dove il valium ha più successo del vino, dove un confronto è un problema e un sonno eterno invece è una virtù, finalmente un brivido: io e l’assessore Demuro non siamo d’accordo (e non da oggi)!
E va bene l’estetica del sottovoce alla Marzullo, ma questo clima grigio, medio, che appiattisce la politica sulla sola pratica amministrativa quotidiana, che trasforma tutti in impiegati infelici, questo clima è insostenibile. Ci vuole un po’ di vento; si fa politica per navigare, non per stare all’àncora.
Gianmario mi dice, in sostanza, che la riforma del Senato della Repubblica Italiana non penalizza la Sardegna, perché il riconoscimento di due senatori per regione garantisce un’equa rappresentanza a tutti. Capisco Gianmario, ma soprattutto ne apprezzo la voglia di discutere, la voglia di abbandonare la terapia di Autocoscienza Telepatica della Giunta e di parlare in pubblico, all’aria, sotto il sole, da uomini che hanno ancora una speranza di vita. È un buon inizio, anche perché noi non possiamo che parlare in pubblico anche di altre questioni, non ultimo il disavanzo della sanità che senza patto di stabilità consuma le risorse destinate e destinabili ad altri scopi. Non si possono avere 500 milioni di disavanzo in un anno e mezzo e far finta di niente, tanto più quando, contro il parere del Partito dei Sardi, si è modificata in finanziaria la legge che impediva di finanziare la sanità in deficit. Per cui, viva le discussioni sui temi veri.
Gianmario ragiona secondo uno schema che conosco bene e che non condivido: è lo schema che io chiamo (absit iniuria verbis, per Gianmario) ‘lo schema Segni-Cossiga’. Secondo il duo sassarese, il primo problema della Sardegna è farsi accettare in Italia, essere abbracciati dall’Italia, in una parola ‘integrarsi in Italia’, che non vuol dire ‘integrarsi in Europa’. In altre parole: negare la patria (la Sardegna) per stare meglio in un’altra patria (l’Italia). Il vestito culturale e istituzionale di questa impostazione è l’autonomia, cioè il riconoscimento che la sovranità appartiene al popolo italiano che delega una quota di poteri alla Sardegna. La Sardegna, così pensata, non è una nazione, ma una regione, un distretto amministrativo, dove si possono reclutare anche quadri per lo stato italiano, secondo uno schema romano (oggi ormai solo cattolico) che recluta in provincia anche gli imperatori.
Secondo uno schema italiano, ciò che deve ‘tornare’ è il funzionamento complessivo dello Stato, con pesi di potere proporzionati al peso della popolazione nei diversi territori. Chi è più numeroso pesa di più, agli altri si dà un diritto di tribuna.
Noi non siamo geograficamente una regione d’Italia, lo siamo amministrativamente per baratti storici, ma solo un cieco non vede che non siamo una regione d’Italia.
Siamo un’isola, siamo separati da tutte le reti italiane e europee, siamo culturalmente un crogiolo di razze e di culture che proprio la condizione isolana riesce ad amalgamare in una sintesi originale fatta di relitti, originali e no, mediterranei e europei; siamo pochi distribuiti su un vasto territorio. Il tema politico è come avere tutti i poteri che ci servono per crescere ed essere liberi e più felici (tema illuminista e libertino che potrebbe produrre un altro tremito nella terapia di cui sopra).
Il tema politico è come garantire il giusto potere a una piccola realtà come la nostra. In altre parole: come gioca nel conflitto politico chi è piccolo? Perché come gioca chi è grande lo sappiamo; per un democratico il problema non è il potere di chi è forte, ma il potere di chi non lo è. La piccola Malta ha 400.000 abitanti e, se non ricordo male, 8 parlamentari europei. La Sardegna ha tre parlamentari europei (che dobbiamo tutti alla furbizia elettorale di un ordine del giorno di Francesco Sanna, altrimenti sarebbero potuti essere zero). Io so benissimo, ma ringrazio comunque Gianmario per il celere ripasso che mi ha consentito di fare, che abbiamo in Italia due province autonome (ho il dubbio che le si voglia fare anche in Sardegna: due città metropolitane mangiatutto, due Asl, due presidenti e magari anche due Papi di rito sardesco) ma non le ho mai viste trattare separatamente le cose che le riguardano. Non ho mai visto i parlamentari sardi fare altrettanto: tutti nel passato in fila per un ministero (non quello di Benigni)!
E dunque il Trentino, che a ogni finanziaria guadagna poteri e compartecipazioni fiscali, con un milione di abitanti si è portato a casa 4 rappresentanti.
In sostanza la loro specialità ‘pesa’ più della loro popolazione.
Invece la Sardegna si porta a casa i senatori che spettano a una qualunque Regione a statuto ordinario, questo è un dato incontrovertibile. Perché è accaduto? Perchè ancora in Sardegna si pensa da italiani, ci si guarda come sardi attraverso gli occhiali italiani.
A cosa servono queste discussioni? Servono, mi auguro, a comprendere che se questa legislatura ha un senso, esso risiede nella nascita del Partito della Nazione Sarda, cioè di un grande partito in cui siamo capaci di stare tutti, in modo disciplinato e ordinato, che dia potere politico reale alle deboli istituzioni regionali e inauguri una stagione competitiva con lo Stato italiano.
Io, Gianmario, lavoro per vedere la bandiera della Repubblica di Sardegna sventolare a Bruxelles e all’Onu e voi lo sapete tutti. Poi sto disciplinatamente dentro una maggioranza che è autonomista piuttosto che indipendentista, ma noto che la slealtà di Stato italiana sta forgiando in molti assessori sentimenti indipendentisti più di quanto non facciano i miei ragionamenti. Un abbraccio e grazie per l’adrenalina! Oggi sto meglio.

One thought on “Finalmente un brivido!

  • Francesco Masia says:

    Breve premessa con excursus storico, non Breve premessa con excursus storico, non certo necessari al nostro assessore: la Provincia Autonoma di Trento e quella (di lingua tedesca) di Bolzano dal 1972 possono essere accomunate solo perché confinanti e perché uniche Provincie Autonome dello Stato italiano. Nel dopoguerra, per tenere quanto più possibile unita al quadro delle istituzioni territoriali italiane la provincia di Bolzano (Alto Adige o Sud Tirolo, già Tirolo Centrale), in seguito all’accordo De Gasperi – Gruber nacque lo statuto speciale della regione Trentino – Alto Adige. Questo non bastò a evitare accese tensioni separatiste, che portarono nel ’72 al nuovo assetto delle Provincie Autonome; per cui l’involucro regionale Trentino-Alto Adige è di fatto, da allora, una entità formale sostanzialmente vuota. È entro questo assetto del tutto particolare che gli alto-atesini stanno “con le molle” in una “regione” italiana. Se siamo d’accordo su questo, ecco che dovrà riconoscersi scorretto ragionare sul “Trentino” (intendendo per esso l’intero Trentino-Alto Adige) come se si trattasse di una omogenea istituzione regionale, alla stregua delle provincie di Matera e Potenza (che fanno la Basilicata, poco più popolosa di ciascuna delle due provincie autonome) o di quelle di Campobasso e Isernia (che fanno il Molise, ben meno popoloso di ciascuna delle due provincie autonome; Molise che, zitto zitto, senza scandalizzarci, prenderà i suoi due senatori anche lui).

    La Sardegna (dove siamo circa 1.659.000) avrà probabilmente gli stessi senatori della Liguria (dove sono circa 1.583.000): dobbiamo lamentarci più dei liguri, nel guardare alla rappresentanza che avrà ciascuna provincia autonoma (col Molise), per via del fatto che la nostra è una regione a statuto speciale? Ma nessuna regione a statuto speciale ha un trattamento diverso quanto a questa ripartizione. O quanti senatori si dovrebbero riconoscere alla Valle d’Aosta?

    Cosa avremmo voluto proporre, in concreto, che ci soddisfi e che paia a tutti accettabile? Forse un “fattore di specialità” (per capirci, e tenendomi largo, tra l’1,1 e l’1,9) che moltiplichi gli abitanti dei soli territori a statuto speciale (regioni e, sì, anche provincie) prima di procedere alla ripartizione dei seggi in funzione della popolazione? Per un senato che diventa il “Senato delle Autonomie” non sarebbe stata forse una cattiva pensata, ma è da vedere che clima avrebbe trovato tra i rappresentanti delle regioni a statuto ordinario (in un periodo in cui le specialità si lasciano intendere talvolta al tramonto, a vantaggio di pari autonomie per tutti). E in ogni caso: se mai avesse avuto un senso, si è mai parlato di qualcosa del genere quando si doveva decidere? O siamo, a proposito di specialità, specialisti nel latte versato?

    Quel che potrebbe forse imputarsi a un abituale piangerci addosso, un lagnarci per statuto, mi viene da collegarlo oggi alla ventilata (e nel caso benedetta) individuazione del deposito nazionale di scorie nucleari fuori dalla Sardegna: incrociamo le dita, ma se sarà così (come speriamo), quale sarà lo sguardo indipendentista sulla servitù nucleare che un diverso territorio dello Stato (italiano) si accolla anche per noi (anche per i nostri rifiuti nucleari ospedalieri)? Non sarà difficile, a ben vedere, accogliere la notizia con un “per una volta”, oppure considerando: “hanno capito che, a esagerare, la corda finiva per spezzarsi”. L’indipendentismo, insomma, ne farebbe (ne farà) una vittoria, comprensibilmente. Ma i sardi?
    Così arrivo a considerare questo paradosso, forse un rovello col quale la scelta di governo del Partito dei Sardi ha iniziato a fare i suoi conti (almeno teorici): se un’azione quantomeno non-dipendentista dentro il governo della regione porta (contribuisce a portare) buoni frutti per la Sardegna nell’ambito della gestione dei rapporti con lo Stato centrale (frutti tra i quali, ad esempio, salvare la Sardegna dall’insediamento del deposito nazionale di scorie nucleari), allora la spinta indipendentista che questo Partito vuole evocare e diffondere potrebbe invece attenuarsi tra i sardi, all’insegna dell’ “abbiamo rapporti costruttivi con lo Stato centrale e possiamo avere scambi paritari con le altre regioni e come le altre regioni”, che significa sentirsi rispettati alla pari degli altri, come dovrebbe essere in uno Stato che si/ci rispetti.
    Se, in linea di principio, le colonie dell’America del Nord avessero avuto la forza di imporre da subito ai rispettivi Stati Europei i propri diritti anzitutto in tema di economia (e quelli avessero avuto la lungimiranza di riconoscerglieli, senza esasperarli), sarebbero poi giunte come e in quanto tempo all’indipendenza? È un esempio estremo, è evidente, le colonie americane erano destinate comunque, per la distanza geografica, la sproporzione territoriale e quelle (crescenti) di popolazione e quindi ricchezza, a emanciparsi dagli stati europei. Ma se il discorso (del non correre a tagliare i ponti con le autorità centrali quando si è riconosciuti da queste) vale un po’ anche in questo quadro transatlantico, figuriamoci nel nostro caso (ricordando, in proposito, che nemmeno deteniamo uno dei punti estremi d’Italia, distribuiti tra Alto Adige, Puglia, Sicilia e Piemonte, così che il nostro territorio risulta normalmente compreso tra questi; la stranezza geografica, a ben vedere, potrebbe dirsi che la Corsica non sia Italia).

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