Esiste in Sardegna una rappresentanza femminile? Non siamo una società matriarcale

2 aprile 2014 17:020 commentiViews: 584

gendersquotaFrancesco Pigliaru, neo presidente della Regione Autonoma della Sardegna, ha comunicato la sua Giunta. Su dodici assessori 5 sono donne. Quasi la metà. Oramai è d’obbligo, e chi non lo fa viene tacciato di maschilismo e di discriminazione. Da alcuni anni infatti le questioni di genere, e più nello specifico la mancata rappresentanza femminile nelle istituzioni sono divenute, e giustamente, questioni spinose che dominano il dibattito politico italiano e in parte anche quello sardo. Ma se per chi ha il potere di nominare i propri colleghi come è stato per Pigliaru e per Renzi il problema può essere superato, così non è quando si tratta di far decidere la rappresentanza femminile agli elettori nelle varie tornate elettorali.

Il Parlamento sardo appena insediatosi ha una rappresentanza femminile bassissima, che rasenta quasi il nulla. Quattro elette per 60 consiglieri: 3 sono state elette nella coalizione vincente di Centro-Sinistra e Sovranista guidata da Francesco Pigliaru, e una consigliera, (soltanto una, sic!) nella coalizione di minoranza di Centro-Destra guidata dal presidente uscente Ugo Cappellacci.

Nella precedente legislatura erano 8, otto donne per 80 posti da consigliere! In percentuale siamo cresciute! Si fa per dire, o per sorridere di un riso veramente amaro. E’ scandaloso ma non si può rimanere sorpresi. Infatti per quanto negli ultimi anni questi temi siano riemersi dalla soffitta o forse è meglio dire da sotto la cenere, la questione di genere in Sardegna non ha avuto delle svolte, né di natura politica né di natura sociale.
E si che esistono alcune donne che hanno un qualche ruolo da protagonista nella società sarda. Il punto è che oltre ad essere un numero marginale, queste sono relegate negli ambiti dello spettacolo o della politica ai più alti livelli. Alla fin fine le donne che fanno opinione, che hanno una qualche vera leadership sono perlopiù assenti.

Anche nella stampa e nell’informazione le donne scarseggiano, difficilmente si vedono editoriali femminili, e quando capita sono generalmente le solite 3 o 4 dello starsystem e che proprio per questa esiguità difficilmente riescono a rappresentare il ricco e variegato universo femminile.

Per consolarci delle beffe sarde, ma anche per provare a immaginare altre possibilità, proviamo a dare uno sguardo al mondo.

La sottorappresentanza delle donne nelle assemblee parlamentari è infatti un problema grave a livello mondiale. Nel 1975 nei parlamenti di tutto il mondo le donne erano il 10,9 %. Nel 2010 sono salite al 18 %. Cioè, un aumento del 7 % in 35 anni.  A questo ritmo, occhio e croce, ci vorranno 160 anni per raggiungere la parità.

Ma in molti Stati, non disposti ad aspettare “così tanto”, il problema è stato risolto con le “gender quotas”, le quote di genere chiamate in Italia – e solo in Italia! – “quote rosa”. Sono diversi i Paesi europei e del mondo dove la situazione di disparità era molto accentuata (come l’India o il Ruanda) e che hanno fatto ricorso a questo strumento legislativo per fissare appunto le quote minime di presenza femminile nei rispettivi parlamenti.
Ecco perchè in Europa, soprattutto nei paesi nordici, credono che l’applicazione delle quote di genere sia l’unica via. Come afferma la socialista lussumburghese Lydie Err: “Non chiediamo di amare le quote, chiediamo di instaurarle per ottenere un risultato necessario. E se qualcuno ha un’idea migliore delle quote, prenderemo quella. Sarebbe dovuta bastare la volontà politica da sola, senza le quote. Il problema è che non è stato così”.

In Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia paesi dove il benessere, il cosiddetto welfare, è una realtà tangibile, le quote di genere sono state applicate diversi decenni fa, innescando così un meccanismo positivo e di parità, detta anche “discriminazione positiva”. Ad oggi, in questi Paesi le quote hanno esaurito la loro azione. La parità è raggiunta e i benefici, politici e sociali, sono sotto gli occhi di tutti. Ma in Italia, Sardegna compresa, il rifiuto verso le gender quotas è trasversale.  Il neo presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, mostra come si fa: lui mette le donne in egual numero rispetto agli uomini in ogni Consiglio in cui passa! Ecco fatta la parità! Insomma è una questione squisitamente politica e di partito, chi è progressista e chi non lo è. Ma per quanto sia ammirabile la sua scelta, purtroppo per lui la questione di genere non è, e non può essere riducibile ad una questione di parte politica (questo sistema di quote viene definito “quote volontaristiche dei partiti”).  La rappresentanza femminile è una questione sociale che la politica deve risolvere, dando garanzie attraverso strumenti legislativi certi e chiari. Riprendendo il paragone con il razzismo lo si avrebbe potuto superare affidandosi a questo o quel politico di buona volontà?
No, il razzismo si è combattuto, (non ancora del tutto) creando leggi e stabilendo garanzie che prescindono da chi guida un dato Governo. Si chiamano diritti e non scelte di parte. Così è la strada delle donne. Sono le leggi che danno garanzie e non semplicemente le buone prassi. Quando la società sarà abituata a vedere tante donne quanti uomini in tutti i posti dove abitualmente si vedono solo rappresentanti di genere maschile, allora sembrerà normale votarle e sentirsi così pienamente rappresentati dal genere femminile.

Ma in Sardegna di beffa ne abbiamo anche un’altra. Qualcosa che in qualche modo ci frena nel cammino perchè apparentemente “soddisfatte” e appagate del raggiungimento di parità. Si tratta di un luogo comune sardo che sostiene che la nostra sia ancora, tutt’oggi, una società matriarcale. Cioè una società gerarchica dove a capo ci starebbero le donne. Questa è solo una diceria, che per quanto possa affascinare i più per la presunta diversità da altre società contemporanee, non solo è una semplice bufala ma diventa una beffa perchè viene smentita dalla realtà con le sue impietose verità. Se andiamo a verificare i posti di vertice, quei luoghi “alti” della gerarchia sociale, politica ed economica non ci pare che siano delle donne a ricoprire gli incarichi.
Dal Parlamento sardo ai vari Consigli d’amministrazione di enti e società, dalle direzioni dei giornali a quelle delle televisioni, dalla guida delle scuole ai primariati degli ospedali e via scorrendo, nessuna donna o quasi. Non ci sono donne agli apici di un bel nulla, e quando capita sono delle semplici mosche bianche, una minima percentuale che non fanno certo concorrenza a chi realmente domina la società sarda: gli uomini.
Così come in gran parte del mondo. Che poi nell’ambito del focolare domestico molte donne in Sardegna guidino le proprie case e famiglie sotto tutti i punti di vista, questo lo possiamo definire “senso di responsabilità” prima che presunto matriarcato.  La nostra è una società patriarcale a tutti gli effetti, con qualche affascinante differenza culturale rispetto ad altre culture, ma sempre patriarcale rimane.

Anche per questo bisogna avere il coraggio di parlare anche in Sardegna di quote di genere. Queste infatti non sono delle “riserve indiane”, come ahimè spesso sento dire a delle mie conterranee: sono appunto delle quote, cioè un numero definito, stabilito in partenza, che serve unicamente ad incrementare l’ingresso di gruppi specifici in un dato spazio politico.

Le quote di genere servono ad integrare non ad isolare. Questa la differenza dalle riserve indiane che sono servite esclusivamente ad isolare i nativi dagli americani.

Le quote di genere vanno in direzione opposta. Affermano che le donne, le nostre risorse, devono stare dove stanno le risorse maschili, non in un altro luogo.

Dai parlamenti ai consigli d’amministrazione l’integrazione garantita per legge, aiuterebbe  a cambiare volto a tutti gli spazi politici e sociali sardi. L’ingresso quindi va favorito non perchè abbiamo le piume in testa ma semplicemente perchè abbiamo una posizione sociale di svantaggio dovuta a retaggi storico-sociali. Ed è proprio di questo che dobbiamo prendere coscienza. E prima ne prendiamo coscienza meglio è per tutti noi.

Il fantomatico “merito”, criterio per il quale secondo alcuni le donne non starebbero in certe posizioni, non solo non c’entra niente ma è il tipico alibi maschilista utile a mantenere viva la discriminazione. Non è per merito che l’uomo vince su una donna, ma semplicemente per un intreccio di stereotipi, di luoghi comuni, culturali e sociali che rendono l’uomo più forte rispetto alla donna, intreccio che caratterizza la nostra società dai tempi della pietra. Il merito, banale dirlo, è essenziale, ma non esclude le quote, che sono un semplice strumento legislativo.

Le quote servono a superare velocemente il gap tra generi. A sveltire i processi sociali e di integrazione per creare un equilibrio che altrimenti richiederebbe secoli e secoli di tempo. “In questa prospettiva, le quote non sono una discriminazione nei confronti degli uomini, ma piuttosto una compensazione per le barriere strutturali che le donne incontrano nel processo elettivo.”

A questo proposito è sorto proprio in Sardegna un piccolo gruppo di attiviste che sostengono la legittimità e l’importanza di applicare quanto prima le “gender quotas” a tutti i livelli. Un’iniziativa interessante.

Crediamo infatti che l’unica maniera per cambiare pagina, per cambiare la nostra società in positivo sia unire le proprie forze per lottare e pretendere gli strumenti legislativi adeguati affinchè i diritti divengano diritti reali e non chiacchiere da convegno o da sala d’attesa del medico. Questa è la strada. Le donne nuovamente unite per una lotta sui propri diritti, per una società più giusta e di reali pari opportunità.

PS. Per maggiori informazioni sul movimento delle quote in Sardegna, si può rivolgere a questa mail genderquotas.sardinia@gmail.com e visitare il sito http://genderquotasardinia.wordpress.com/

di Ornella Demuru

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