Politica

Costruire lo Stato sardo o compiacersi del proprio movimentismo?
Il consueto dilemma di dannunziani di destra e di sinistra e di rivoluzionari egotici

d'annunziodi Paolo Maninchedda
C’è un tipo di uomo politico, sempre attuale, che non pensa di dovere e volere cambiare la realtà, ma solo di potersi esibire in questa realtà, essere applaudito, essere riconosciuto, essere acclamato. È il tipo dannunziano, quello che ha bisogno ogni giorno di una scarica di adrenalina, di una dichiarazione choc di cui tutti devono parlare, di un’impresa – meglio se solitaria – da dover compiere. Il sogno? Quello ottocentesco del ritratto appeso in ogni casa, come Garibaldi. Questi eroi da paillettes sono infastiditi dal quotidiano; non accettano la fatica di vivere perché pensano che vivere una vita giusta anche se non eroica sia noioso. Non accettano la fatica del lavoro – il loro lavoro è l’impresa eroico-eroticoverbale -; non accettano la fatica dell’educazione, perché educare vuol dire amare in una forma molto intelligente e amare è riconoscere un altro; non accettano la costruzione delle cose, perché lo scorrere del tempo consuma lo spazio di affermazione della loro gloria.
Dall’altra parte c’è il rivoluzionario egotico, che non è un esibizionista sociale come il dannunziano, è una monade, uno spazio interdetto agli altri, al confronto, all’incontro. È un uomo che ha deciso di iscriversi in una posizione antagonista a tutto, che ha elaborato  una visione della storia che giustifica il suo isolamento e che quindi è infarcita di complotti non svelati, di patti segreti, di relazioni occulte che configurano una realtà diversa e immaginaria ma funzionale alle sue scelte. Negli States questi soggetti si costruiscono un rifugio antiatomico, lo riempiono di derrate alimentari, di computer, di sistemi di sicurezza e poi passano la vita a scrutare il cielo per vedere se arriva qualcuno. In Sardegna, questo tipo di persone è da sempre insoddisfatta di tutto, contro tutto, non crede nello Stato di diritto, nell’utilità della scuola, nel vaccino contro il tifo, e tanto meno crede che un governo, comunale, regionale o italiano che sia, possa avere a cuore gli interessi dei cittadini. I governi, per questi elmmettisti, sono per definizione corrotti, ignoranti, mafiosi, assoldati dalle multinazionali, cocainomani e tendenzialmente anche dissoluti.
Ieri, dopo il discorso di Pigliaru in Consiglio regionale (che qualche parlamentare non ha letto e di conseguenza ha parlato a vanvera), è emerso con chiarezza che nei giorni scorsi la Regione non ha dormito sui poligoni, ma ha costruito, come sta facendo dal suo insediamento, una politica seria di confronto/scontro con lo Stato.
Noi del Partito dei Sardi non abbiamo avuto una posizione marginale nella costruzione di questi profili di aumento dell’autogoverno, di aumento del conflitto regolato con lo Stato italiano, di aumento delle buone pratiche di governo. Stiamo attuando il manifesto con cui ci siamo presentati alle elezioni.
Gli interessi legittimi in contrasto sono sempre definiti da confronti/scontri tra istituzioni , che generano da un lato un terreno di scontro duro, ma dall’altro presuppongono un luogo di definizione dello scontro. Essere degli statisti, cioè agire come se la Sardegna fosse già uno Stato, significa avere consapevolezza di dover combattere per negoziare meglio. Viceversa i dannunziani e gli egotici non combattono per risolvere, combattono per la gloria e per vocazione. Aborrono il negoziato come gli interisti la Juventus (e viceversa).
Il mondo politico sardo non porta a casa un risultato sui poligoni da 40 anni perché non ha mai agito da Stato, non con le manifestazioni, ma con i poteri di cui dispone, con le procedure che può mettere in campo, con lo spirito di continua approssimazione all’obiettivo che hanno coloro che sanno costruire non fiammate retoriche ma lente e continue avanzate di diritto e di giustizia.
Si pone certamente il problema posto da Biolchini: come partecipa a questo processo chi non è nelle istituzioni ? Questa domanda è la domanda della crisi della democrazia rappresentativa nell’età dell’informazione, dove le notizie camminano così veloci e in modo così capillare da far sì che non si accetti che la loro gestione sia affidata per delega elettorale alla minoranza eletta a svolgere funzioni legislative o esecutive. È dunque una domanda densa, che meriterebbe approfondimenti che ora non posso fare. Ma sul merito dei poligoni questa domanda si traduce in un’altra domanda: come si costruisce il sostegno corale del popolo sardo a questa battaglia istituzionale?
Il presidente Pigliaru ha detto, e lo ha detto consapevole di rappresentare anche noi, che occorre convocare la 2° Conferenza regionale sulel Servitù Militari. Che cos’è la Conferenza, se non un luogo di costruzione del consenso e della partecipazione?
Noi del Partito dei Sardi abbiamo proposto di preparare il referendum consultivo sull’abolizione delle servitù in Sardegna? Che cos’è questo se non tradurre in forza istituzionale il consenso sociale? Che cos’è se non garantire efficacia alla partecipazione?
Viceversa, tutto questo pare non interessare nessuno. Piacciono di più i fasti del casino, dell’agitazione fine a se stessa. Bene, troviamoci, manifestiamo, nessuna obiezione, e poi? Poi, noi continuiamo a dire che la più grande reazione alla slealtà dello Stato Italiano è la nascita di una grande partito della Sardegna, pensato e costruito sugli interessi della Sardegna e sulla sua sovranità originaria. Ma questo orizzonte è troppo poco eroico per i dannunziani rosso-neri della Sardegna, troppo faticoso, troppo normale. Ma noi lo realizzeremo lo stesso.