Ieri L’Unione Sarda online ha pubblicato una notizia enorme: circa cento dipendenti della Fondazione San Saturnino, braccio operativo della Caritas diocesana di Cagliari, non ricevono lo stipendio da mesi. Lavorano nelle strutture che accolgono i senzatetto, nei servizi di assistenza e negli uffici amministrativi. Aiutano i poveri e stanno diventando poveri.
Oggi la notizia scompare. Non viene ripresa con il rilievo dovuto né dall’Unione né dalla Nuova Sardegna. Cento famiglie senza stipendio non bastano per conquistare stabilmente una pagina. È un silenzio che pesa più di molti editoriali.
La Caritas di Cagliari non è soltanto una mensa, un centro d’ascolto o una comunità di volontari. È il centro di una rete articolata di fondazioni, cooperative e strutture che gestiscono servizi, partecipano a progetti e ricevono risorse pubbliche. La Fondazione San Saturnino ne è dichiaratamente il braccio operativo. Perciò non basta dire che la Fondazione è un soggetto distinto: quando tutto funziona, la rete viene presentata come espressione della carità della Chiesa; quando qualcosa crolla, la responsabilità diventa improvvisamente periferica.
È già accaduto. Quando gli abiti donati per i poveri finirono nel circuito commerciale dei mercatini napoletani, la Caritas si dichiarò parte lesa e la responsabilità fu circoscritta agli addetti alla raccolta e alla logistica. Quando fallì l’esperienza del bar Sicomoro, il disastro fu ricondotto alla gestione. Il vertice morale e organizzativo resta sempre intatto: gli insuccessi appartengono agli esecutori, il prestigio appartiene alla direzione.
Ora, però, non parliamo di un episodio laterale. Parliamo di circa cento lavoratori che svolgono materialmente le opere sulle quali si costruisce l’immagine pubblica della solidarietà diocesana. Chi non paga gli stipendi? Da quanto tempo? Per quale ragione? Quali crediti vanta la Fondazione verso Stato, Regione, Comuni e altri enti pubblici? Quali finanziamenti ha ricevuto? Chi controlla i conti? La diocesi era informata? Che cosa ha fatto?
Sono domande tanto più necessarie perché una parte crescente della carità ecclesiastica è finanziata con denaro pubblico. Stato e Regione pagano accoglienza, formazione, assistenza, attività culturali e progetti sociali. È perfettamente legittimo, se i servizi sono utili e i conti trasparenti. Ma il denaro pubblico trasforma la carità organizzata in responsabilità pubblica: non concede indulgenze, pretende rendiconti.
La rete della Caritas cagliaritana, inoltre, non vive ai margini del potere cittadino. È innervata nelle sue relazioni istituzionali, economiche e sociali. Frequenta più palazzi di quanti tuguri racconti. Proprio questa prossimità rende significativo il silenzio.
La censura contemporanea raramente ordina di non pubblicare. Le basta declassare, non riprendere, lasciar cadere. Una notizia appare per qualche ora online e il giorno dopo viene inghiottita. Ma cento stipendi non pagati non sono una notizia minore e la carità non può diventare una zona franca dell’informazione.
Quando cento lavoratori aspettano da mesi il salario, il problema non è soltanto chi non paga. È anche chi sa e tace.

I conti della Caritas sono come la ricetta della Coca Cola.
Al signor Emanuele Secci è d’obbligo una precisazione: queel consigliere è indagato e per questo all’indomani della notizia del furto da lui compiuto, si è(?!?) dimesso dal gruppo dei progressisti e d è entrato in quello dei gruppo misto e, ahimè, siede ancora nei banchi del consiglio comunale…😅
Gentile Prof. Vorrei aggiungere che in Consiglio Comunale a Cagliari è stato arrestato un consigliere comunale vicino alla CARITAS. Esattamente un anno fa. Ma il caso è stato praticamente insabbiato, nessuno più ne parla. Come mai? Forse perché l’asse del potere a Cagliari si regge anche su questa alleanza con la Caritas? Forse per la stessa esponente di Giunta, con delega al sociale, proviene da quell’alveo di Sant’Eulailia?
Per oltre 30 anni, nella dichiarazione 730, ho versato l’otto per mille alla Chiesa cattolica.
Da cattolico, quest’anno ho destinato il versamento all’Unione buddista in Italia.
Quando la Chiesa e le organizzazioni caritatevoli ad essa collegate smetteranno di fare politica, usando i bisognosi come serbatoio di voti, forse, destinerò nuovamente a loro il contributo.
A dire il vero sul sito de L’Unione la notizia compare sempre.
Ciò non sposta di un grammo la realtà dei fatti, che in pochi raccontano.
La realtà dei doni di Natale distribuiti in parte tra i poveri, in parte tra gli stessi operatori Caritas.
La realtà di aiutini per fare assumere con chiamata diretta persone del loro giro da parte di un ente lautamente finanziato dalle casse pubbliche, e poi casualmente assorbito nei ranghi dell’amministrazione regionale con leggina ad hoc del Consiglio.
E chissà quanto altro.
Se i cittadini sapessero.
Antonio, la risposta di don Lai è nota, ma il caso non merita comunque la censura. Il problema è capire e esigere trasparenza.
Buongiorno oggi sull’unione online la risposta di Don Marco Lai ” «Siamo molto dispiaciuti per i ritardi ma chiediamo anche pazienza, noi siamo una fondazione e abbiamo tanti crediti nei confronti di enti pubblici che ancora dobbiamo ricevere. Ci sono ritardi nella ricezione di pagamenti, circa un milione di euro. Questa settimana in ogni caso pagheremo lo stipendio di agosto».