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Un uomo

Posted on 19 Settembre 202619 Settembre 2026 By Paolo Maninchedda 13 commenti su Un uomo

Ho aspettato non solo che si concludessero le esequie, ma anche che dentro di me si acquietasse l’inquietudine che sempre mi prende di fronte alla morte. Oggi mi sento di poter parlare di Pietrino Soddu.
Non eravamo amici, ma neanche nemici, sicuramente diversi. Abbiamo scritto insieme un libretto dimenticato, Democrazia federale (febbraio 2004), un tentativo di spostare l’autonomia in avanti, verso la piena sovranità, verso il federalismo vero (gli storici del pensiero autonomista, spesso faziosissimi e autoreferenziali, non lo censiscono).
Per parlare di Soddu, che ha avuto tanta storia, bisogna fare qualche premessa.

L’ultima DC C’era tra noi un’ombra mai venuta meno: il 6 aprile 1993 si svolse al Palazzetto dello Sport di Cagliari un evento pensato per rilanciare la Democrazia Cristiana (un anno dopo la Dc sarebbe stata sciolta, e sarebbe nato il Partito Popolare).
Mino Martinazzoli, segretario del partito, riuniva il partito per rilanciarlo.
Allora il partito era ancora fatto dai Giagu, dai Soddu, dai Pisanu, dai Floris, dai Serra, dai Carta, dai Roich, ecc. ecc. ecc. A Cagliari, proprio l’amico del cuore di Soddu, Gian Mario Selis, aveva fondato Partecipazione e Solidarietà, un’associazione che ribolliva di rinnovamento, ma che ovviamente faceva fatica a tradurre il consenso sociale in forza di partito, dove Gian Mario era e restava una minoranza.
Io rientravo da un lungo soggiorno in Catalogna e, in precedenza, da un cambio radicale della mia vita: le esperienze parrocchiali, la missione in Africa, il lungo periodo del volontariato erano concluse.
Avevo capito che non volevo una vita da religioso.
Nel 1990 avevo incontrato mia moglie, bellissima e, da subito, per sempre.
Ero affascinato dal catalanismo (almeno quanto oggi me ne sento profondamente distante).
Avevo cominciato a frequentare il Comitato provinciale della Dc di Nuoro, con nessun piacere, e avevo incontrato Antonello Soro, che divenne mio amico e mentore. Nel frattempo mi ero avvicinato a Comunione e Liberazione, allora un ambiente vivacissimo, aperto, curioso, intenso. La militanza in CL non era fatta per me: non tolleravo la pretesa obbedienza alla guida del movimento ed ero assolutamente inadatto alla disciplina interna, tuttavia, molti ciellini mi volevano bene (e io a loro) e mi includevano nel loro giro. CL e Partecipazione e Solidarietà si guardavano in cagnesco, ma sentivano che occorreva un cambio di passo nella rappresentanza di quello che allora si chiamava il mondo cattolico (oggi rifiuto questa categoria superficiale e vuota).
Fatto è che si decise, clandestinamente, di fischiare Soddu che doveva introdurre Martinazzoli e, soprattutto, di impedire un intervento di Mario Floris, volendo significare che la liturgia prevista per l’evento era di tipo conservatore, serviva a consolidare una classe dirigente che i tempi stavano travolgendo ma che, ahinoi, era destinata a trascinarsi in vita e salute, fino agli anni Duemila, con qualche scampolo che comanda ancora oggi.
Alla fine, parlò solo Martinazzoli. Vincemmo.
Soddu non era abituato ad essere contestato e ci rimase malissimo, non disse molto, ma radicò nel cuore un certo desiderio di rivalsa. Primo Tempo.

La nascita di Progetto Sardegna Il secondo tempo avvenne nel 2004, ed è indicativo di come l’uomo affrontasse la politica con passione e lucidità.
Antonello Cabras, più di tutti gli altri, capì che era il tempo di Soru. Decisi anch’io per lui.
Organizzai a Macomer la prima uscita pubblica di Renato: 17 gennaio 2004, sabato.
Io e Soru bisticciamo duramente prima dell’evento, nessuno lo sa, ma i rapporti divennero subito tesissimi.
Chi preparava la lista della circoscrizione di Nuoro per le regionali era Pietrino Soddu, che mi chiamò più volte. Fu lui ad indurre Soru a recuperare con me e a candidarmi, nonostante i militanti di Progetto Sardegna di Cagliari volessero tenermi fuori. Soddu voleva che fossi candidato, ma con onestà mi disse che il suo candidato era un nuorese.
Venni eletto e Soddu volle parlarmi. Prendeva sempre atto della realtà, non le si opponeva.
Facemmo una breve passeggiata in Piazza d’Italia. Ci teneva a dirmi questo: «Tu, mi disse, non ti devi offendere più se uno ti dice che sei un coglione. Tu hai l’obbligo di argomentare, di spiegarti, di fornire ragioni». Detto da lui, mi sembrò una raccomandazione importante. Questo era un suo tratto tipico, che riprendeva da Moro: la necessità di risolvere l’opposizione attraverso il ragionamento.
Lui fu indulgente verso il primo Soru, quello decisionista (è un eufemismo); io mi opposi. Continuammo a parlare, ma capivo che non mi capiva e io non capivo lui.

Moro Non riesco a collocare temporalmente quando capitò di parlare di Moro e della Dc. Ho però un ricordo netto della sua espressione, addoloratissima, incupita. Non era solo un componente della corrente, era un amico del grande statista assassinato dalle Br ed ebbi anche la certezza che fu proprio l’omicidio del suo leader a scavare un solco incolmabile tra lui e la Dc. Mi disse un giorno: «Loro hanno ammazzato Moro», e io so a chi si riferiva.
D’altra parte, Soddu aveva un lato che a me piaceva, perché era lontano dal chiesume della Dc sassarese cresciuta sulle ginocchia di don Masia a San Giuseppe. Soddu era diverso da Cossiga (che rispettava, a distanza), che mia madre disprezzava e io di conseguenza  (sebbene gli riconosca di essere stato leale e competente nel servizio della Repubblica Italiana), mentre mio padre lo votava con convinzione.  Soddu veniva dall’interno, da un paesino, e portò sempre le stigmate di un uomo non urbano, rurale. Non conosceva la dissimulazione, la velata minaccia, il sottocchio inquietante, l’idea che l’umanità debba essere redenta da attenta e vigilata disciplina. A me, questo tratto libertario, anticlericale, stava benissimo.
Se lui e Giagu non si differenziarono nel rapporto con Rovelli (e questo fu sempre motivo di scontro con Sandro Ruju sulla ricostruzione degli anni della Chimica), forse (dubito perché non ho frequentato Giagu così da vicino da sapere che cosa pensasse su questa storia) si differenziarono rispetto all’imbarcata della sinistra di Base democristiana per l’ambiente di Caracciolo e Flavio Carboni che si impossessò della Nuova Sardegna. Giagu se ne allontanò senza contrastarli, Soddu fu radicalmente ostile (anche per il comportamento dei zaccagniniani durante il sequestro Moro) e mantenne integro il suo mondo dalla contaminazione con certi contesti infausti per la politica e per la Repubblica.

Autonomia Pensava che l’autonomia discendesse più dalla riflessione sulla libertà che dall’analisi della struttura dello Stato. In questo non era democristiano, e ciò spiega perché negli ultimi tempi fosse interessato alla riflessione più avanzata sulla sovranità della Sardegna.
La prima fase del suo pensiero è radicata nel convincimento che ognuno debba poter esercitare funzioni di autogoverno nell’orizzonte istituzionale di riferimento, sia esso il Comune o la Regione. In ultima analisi, si trattava di una declinazione coerente del principio costituzionale della sussidiarietà. Progressivamente, però, colse che non era ragionevole che la sovranità risiedesse nel popolo italiano e che lo spazio di esercizio del potere per i Sardi consistesse in ciò che il popolo italiano poteva e voleva consentire al popolo sardo. Da qui il suo interesse per alcune forme dell’indipendentismo sardo (mi onorò di una citazione, in questo senso, in un’intervista). Da qui la sua progressiva distanza da un mondo cattolico che si ostina a ripetere categorie ormai vuote. Eppure, un giorno di tanti anni fa, trovandoci insieme di domenica in un paese sardo, la prima cosa che mi chiese fu l’orario della messa.

I libri  Aveva un’idea della lettura di tipo prepotente andante.
Era onnivoro, leggeva di tutto, ma il problema era che appena acchiappava un interlocutore, portava la conversazione sull’ultimo libro che lui aveva letto, universalizzando i suoi gusti. Se per caso dicevi che non avevi letto il volume, si stupiva e ti faceva sentire un somaro. Se invece accadeva il contrario, iniziava una specie di duello a chi lo aveva capito meglio. Insomma, una cosa faticosissima, resa ancora più difficile dall’udito che, negli ultimi tempi, non lo soccorreva, anche perché lui, nel suo studio, si ostinava a ascoltare musica jazz a volumi crescenti, per cui discutere significava avere veramente fiato.
Ebbe un grande merito. Tutti i morotei sardi impararono da lui a declinare ogni cosa in ragionamento, a non vivere di pulsioni primitive, a prevedere la reazione dell’avversario e a ritenerla legittima.
L’imprinting soddiano è la fatica della decisione: ancora oggi, i vecchi morotei, sono “faticosi”, perché esigono ragioni, non parole d’ordine.
Questo magistero è stato interamente suo.

L’eredità del circolo Pigliaru Si voglia o non si voglia, la morte prematura di Antonio Pigliaru fu un dramma per la cultura sassarese, perché, per quanto si possa assentire o dissentire sull’impostazione idealistica di Pigliaru, si deve convenire che il suo pensiero fu profondo e il suo magistero incidente. Gli intellettuali nascenti e maturi che stavano intorno al filosofo sassarese si divisero in due gruppi: uno finì dritto dritto in casa comunista, l’altro, pur macinando più categorie marxiste che liberali (ed è da vedere se Antonio Pigliaru avrebbe avuto la stessa evoluzione) si collocò all’ombra di un ombrello protettivo che vedeva in Soddu il pilastro e in Brigaglia l’agente. Bene o male, con alti e bassi, questo ambiente fu, per un periodo, un think tank della politica autonomista e della politica culturale in genere.
Anche questo mecenatismo fu merito suo.

Perché? Perché ho scritto queste righe? Perché è giusto contrastare l’oblio.
Soddu meritava che intorno alla sua pira, qualcuno cantasse il suo valore, ma non con il solito necrologio esibizionista, piuttosto con la freccia scoccata da lontano, magari da un avversario che voglia rendergli onore, la quale cade sulla barca portata dalla corrente, in modo da accendere per il maggior tempo possibile, la fiamma, la luce e il ricordo.

Politica, Vetrina

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Comments (13) on “Un uomo”

  1. Enea ha detto:
    21 Settembre 2026 alle 17:53

    Sono passati 50 anni e ad Ales, per commemorare Gramsci, ero tra quelli che contestarono l’intervento di Soddu. Ingrao ne prese le difese e aveva ragione. Non l’ho mai conosciuto personalmente, gli avrei chiesto perdono.
    Credo che mi avrebbe detto “a 17-18 anni, se le cose non vanno, è giusto essere incazzosi”.

  2. mariantonietta porcu ha detto:
    20 Settembre 2026 alle 18:47

    Testo bellissimo. E che ti fa onore.

  3. Giovanni piras ha detto:
    20 Settembre 2026 alle 08:59

    Ball’ammentu Paulu, l’apo lessu che ne torrare alitu, un’analisi meta “obiettiva” e de sustanzia.
    Ammento peroe, e mi paret justu, pro aula o pro vaveru, cando su Presidente Soddu at minetzatu de fraicare sa giunta autonomista e no at apitu s’ardile de disubidire a su segretariu nazionale.
    Mario Melis a cuss’ora naraiat: a Piccoli mentre indossava il cappotto per uscire dall’ufficio gli ricordano, come ultima cosa da sbrigare, che doveva rispondere alla telefonata di Soddu per bloccare la minaccia della giunta “automobilisica: come qualcuno scherzosamente ebbe a definirla

    Ite dannu de no aer apitu corazu a cuss’ora.
    Salute e tricu

  4. aldo ha detto:
    20 Settembre 2026 alle 07:55

    @Mario
    Carissimo
    Il discorso sarebbe molto lungo e non idoneo ai commenti su un blog
    Nessuna malattia e nessun problema per la tarda età
    La storia della DC in Sardegna è quella dei consoli nominati per tenere tranquilla la provincia e purtroppo tutti i nostri politici rispondevano prima a Roma (per la quale amministravano); solo una volta terminato il loro mandato e con l’età che galoppa si passa dal qui e ora (vincere le elezioni) al pensiero di come verranno ricordati; pur sempre il tutto fatto per mantenere il feudo (Ilvo Diamanti, Max Weber e Robert Michels ed altri su questo hanno scritto).
    Diversa la storia del PCI che è stato sempre contrario, anche loro per ordine di partito
    Diversa ancora la storia di chi si è ammalato da giovane (vedi Camillo Bellieni) e per questo ha pagato
    Saludos

  5. Mario Pudhu ha detto:
    19 Settembre 2026 alle 17:23

    @Aldo “x”. Ite b’at de s’ispantare ca a betzos bi at Sardos chi s’irmalàidant de “Federalismo / Autonomia/Indipendentismo”? (e za no bi ndh’at mortu manc’unu de custa maladia!)
    E proite, poi, custas cosas tiant èssere maladia? Tiat èssere salude su dipendhentismu, su machine e s’ingiustìtzia?
    E no ti narat nudha chi s’Itàlia in totu sos tempos at rastrelladu sa zoventude, l’at mandhada a mòrrere e bochire in totu sas gherras suas e l’at imbriagada cun s’iscola assurda, antididàtica, ingiusta e infame, l’at coltivada e fintzas diplomada e laureada a ignoràntzia e disprétziu de zente, de logu e de cultura e disànimu chi nos isarcat solu a fàghere unu passu?!
    O tiat èssere chi sos Sardos semus gai irbambiados chi no cazamus mancu a mannos e sighimus che macos e coltivendhe su machine in conca de fizos e nebodes puru? E no nos narat nudha chi mancu ndhe naschimus, de fizos?
    E no faedhemus de sos ‘politicos’, ca ndhe faghent sa bombitadura, ‘malos’ e ‘bonos’ iscallaus in totu su bascaràmine tricolore.
    E no faedhemus, chentza mancu chircare a neunu, de sa responsabbilidade personale (si no semus marionetas o buratinos o pedinas) e ateretanta libbertade chi zughet donzunu de nois che a sos ossos chi nos muntent ritzos, si sos bios semus ancora bios!

  6. Ariovisto ha detto:
    19 Settembre 2026 alle 14:17

    Bravo!

  7. Enrico ha detto:
    19 Settembre 2026 alle 14:13

    Non so di preciso in quale anno (2008/2010), ma ricordo un vostro scambio di battute abbastanza “vivace” al padiglione Castagna.
    Oggi, in questo spazio, ho finalmente letto un ricordo (scusa per la ripetizione), dell’uomo e del politico senza la formalità e la retorica di cui erano colmi la maggior parte di quelli letti dalla notizia della sua morte. Grazie.

  8. aldo ha detto:
    19 Settembre 2026 alle 11:36

    Ciò che mi stupisce sempre è come il Federalismo o la Autonomia/Indipendentismo siano malattie della prima infanzia della tarda età.
    Occorrebbe ammalarsi quando si ha potere decisionale, non quando seduti sulla veranda si osserva il tramonto

  9. Paulicu ha detto:
    19 Settembre 2026 alle 11:07

    https://camineras.blogspot.com/2026/09/intervista-pietrino-soddu-di-antonio.html

    Questa è una intervista fatta a Soddu da due redattori della rivista Camineras nel giugno 2010. Credo che sia interessante per conoscere, almeno in parte, il pensiero politico di Soddu.
    Paulicu

  10. Raimondo/Mundicu ha detto:
    19 Settembre 2026 alle 10:04

    Buongiorno Paolo,
    tutto mi aspettavo oggi ma non di leggere un memorial che ci riporta ad una parte importante della politica Sarda (affiancata a quella nazionale Italiana), che mi riporta indietro agli anni in cui, sempre oltre Sardegna per lavoro (regioni italiane e/o altre Nazioni Europee), mi tenevo sempre in contatto in ogni modo, pur di essere informato su ciò che succedeva in Sardegna. Ho letto l’articolo tutto d’un fiato, ed ho provato varie emozioni che mi fanno ricordare ciò che poteva essere e invece non è stato.
    Grazie
    Bona Die

  11. Mario Pudhu ha detto:
    19 Settembre 2026 alle 09:41

    A sa santa glória, Pietrinu, che frade!
    A donzunu sa virtude sua (gai chi neune si ofendhat) e a pesare su zustu lu lassamus a sa pesa de Deus.
    Pro àteru, de parte mia “quod scripsi scripsi”, abbaidendhe dae sa “universidade” de Monte Unturzu de Illorai.

  12. Benedetto Sechi ha detto:
    19 Settembre 2026 alle 09:21

    Non ho conosciuto personalmente Pietrino Soddu. Fu nostra controparte da presidente della regione e noi metalmeccanici prime vittime della faccenda SIR, contestavamo la sua difesa ad oltranza di quel modello industriale. Va ammirato per la sua capacità di analisi e l’onestà intellettuale che lo portò a dire che l’utonomismo sardo era finito, indicando nuove, e per me condivise strade. Ne ricorderemo a lungo il pensiero.

  13. Frank Mallocci ha detto:
    19 Settembre 2026 alle 09:04

    Sicuramente un politico di razza. Ammirato anche da destra. Dopo il periodo più alto volle cimentarsi in Provincia e lascio’ un segno anche lì’. Consiglio’ a molti di ritirarsi conoscendone il basso livello morale e l’ancora più’ basso livello culturale. Alcuni di quelli erano di fronte al feretro, li ho visti. Indegni.

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