di Carla Albertini
La condizione di emergenza in cui vive la realtà del volontariato è quanto di più negletto esista nell’informazione sarda. Un sistema formato non solo da enti no profit e da associazioni, ma soprattutto da uomini e donne, viene considerato nel momento dell’azione ma non in quello, potremmo dire, dell’esistenza: chi sono i volontari quando l’emergenza finisce? Quanto impatta nel loro stato d’animo far parte di un sistema lacunoso e misterioso?
Dal punto di vista legislativo, il volontario è ben definito dall’art. 17 del Codice del Terzo Settore come una persona che, per sua libera scelta, svolge attività in favore della comunità e del bene comune. In tutta la regione Sardegna si contano oltre 3.550 Enti del Terzo Settore (Ets) iscritti al registro ufficiale RUNTS. Se si allarga il campo a tutte le associazioni sarde (comprese quelle non iscritte al RUNTS, fondazioni e cooperative sociali), l’ultimo censimento ISTAT ne mappa oltre 11.400 in tutta la Sardegna.
Per cui, in Sardegna è presente circa un’associazione (0,94%) ogni 2 km² di territorio. La media nazionale è di 1,2 associazioni per chilometro quadrato, ma quella delle aree rurali è esattamente coincidente col dato sardo, come dire che, per una volta, non siamo speciali. Questi numeri restituiscono la dimensione di una presenza diffusa di uomini e donne che scelgono di impegnarsi in un servizio di utilità pubblica, ma anche una forte dipendenza dal volontariato nel presidio del territorio e in diversi settori: sanitari, assistenziali e di protezione civile.
Il sistema ha bisogno del volontariato, o meglio, lo ha istituzionalizzato senza dirlo.
Ed ecco il paradosso: se il sistema ha così bisogno dei volontari, il sistema si prende altrettanto cura dei volontari?
Un report del marzo 2026 ci offre altri indicatori nazionali: «Le Organizzazioni di Volontariato pensano che i volontari siano già sufficientemente gratificati, i dati dicono che il 19% si impegnerebbe di più con riconoscimento pubblico, il 18% con riconoscimento lavorativo, e tra i giovani under 34, il 31% indica la certificazione delle competenze acquisite come incentivo decisivo». Un volontario può sentirsi orgoglioso di ciò che fa e contemporaneamente sentirsi poco tutelato, poco ascoltato o poco valorizzato. Le due cose non sono affatto incompatibili.
Proprio alla conclusione della campagna Antincendio Boschivo 2026 della Sardegna, il clima che emerge a livello regionale sembra raccontare una storia di insoddisfazione. È bene ricordare che durante la campagna AIB, il volontario non è semplicemente qualcuno che dà una mano. È una componente operativa del sistema che opera in prima linea.
Anche nell’ambito sanitario e assistenziale, il singolo soccorritore rappresenta un elemento fondamentale all’interno di un’organizzazione sanitaria complessa, spesso caratterizzata da elevati carichi di lavoro, soprattutto in relazione all’incremento del fenomeno del boarding (numero elevato di arrivi al pronto soccorso).
Seppur con organizzazioni, responsabilità e condizioni operative differenti, il malcontento si concentra sulla mancata organizzazione da parte di chi dovrebbe coordinare i volontari sul campo: sovraccarico operativo, scarsa gestione delle disponibilità delle squadre e ritardi nelle loro attivazioni, pochi incentivi e – ma questa sarà un’altra storia da raccontare – l’attività AIB in concorso con i gemellati provenienti da altre regioni che crea scompensi.
Ebbene, si può avere legittimamente l’impressione che il volontariato venga considerato una pedina da mettere in campo per poter poi affermare trionfalmente di aver risposto all’emergenza, senza però riconoscere adeguatamente le competenze e le responsabilità di chi interviene. In questo gioco — se di pedine vogliamo parlare — il riconoscimento pubblico ritiene assolti i suoi obblighi non per la sua azione, ma per la gratificazione personale che il volontario dovrebbe provare, cioè per un fatto, presunto e soggettivo.
In Friuli Venezia Giulia, regione per alcuni aspetti analoga alla nostra, il tema viene affrontato partendo da un presupposto semplice: alla responsabilità devono corrispondere formazione e riconoscimento delle competenze. Perché quelle competenze non nascono dal nulla: vengono acquisite sul campo, proprio attraverso quel passatempo che continuiamo a chiamare volontariato. E se al volontario si chiede di assumersi responsabilità sempre maggiori, il sistema deve essere altrettanto capace di formare, qualificare e tutelare.
Il volontariato, soprattutto nei settori chiamati in causa, non può essere ridotto alla sua genesi morale di improvvisa generosità. Intervenire nell’emergenza può inizialmente farti sentire appagato. Poi, però, si avverte il peso della responsabilità — e no, non parlo solo di quella civile e penale. Se a quella responsabilità non corrispondono formazione, tutela e riconoscimento delle competenze, anche la motivazione più forte può cedere il passo a una domanda: ma chi me l’ha fatto fare?

sono stato e sono volontario in tante associazioni di tipo sociale (conglobando in tale termine qualunque accezione tranne la perversione sessuale) e non posso mentire: l’attività sociale fa bene soprattutto a me più che all’oggetto dell’attività.
la mia esistenza l’ha trasormata e la trasforma in vita
Per quanto io ritenga che fare il volontario sia formativo e gratificante, non riesco a non pensare che le istituzioni approfittino dei volontari per evitare di assumere il personale indispensabile.
Vero, sono una di quelle,”ma chi me l’ha fatto fare”, ho mollato con grande dispiacere ,l’ associazione dove operavo era diventata un covo di persone perditempo,senza senso.