di Raffaele Peralta
Pedro Sánchez ha annunciato nuove elezioni per il prossimo 29 novembre. Queste si sono rese necessarie a seguito della bocciatura del decreto sugli affitti, che prevedeva un blocco degli sfratti per i soggetti vulnerabili e la proroga di due anni dei contratti in scadenza. La legge arriva dopo la commozione per l’evento che ha colpito l’ottantasettenne Maricarmen, sfrattata dalla sua casa dopo che il suo stabile è stato acquistato da un vulture fund, che le ha quintuplicato l’affitto da 500 a 2650 euro.
Il grande regista di questa bocciatura è stato il partito catalano Junts, che, con i suoi 7 deputati, ha voltato le spalle al governo e affossato il provvedimento. Seppur Junts in un primo momento si sia dimostrato a favore dello stesso, i calcoli politici hanno avuto la meglio: l’87% del suo elettorato risulta proprietario di una casa, la percentuale più alta tra le forze politiche in campo, quindi sensibile alla tutela dei propri immobili soprattutto quelli in locazione.
Tuttavia, questo ultimo voto è solo la punta dell’iceberg di una crisi istituzionale, caratterizzata da instabilità e polarizzazione, che in Spagna si trascina dal 2008. La legislatura appena terminata, ha visto, una coalizione tra PSOE e Sumar oltre al supporto di altri 6 partiti minoritari. Una coalizione denominata “Frankenstein” dai suoi critici, per la miscellanea di partiti. In questi tre anni, sono state approvate varie riforme, tra cui quella ambiziosa del lavoro, ma sull’esecutivo si è abbattuta la piaga della corruzione e, non ultima, la crisi migratoria di Ceuta.
Secondo i sondaggi, il Partito Popolare, già vincitore nel 2023, risulta essere il primo e riuscirebbe a formare un esecutivo con a capo Alberto Feijo supportato dall’estrema destra di VOX. Il Partito Socialista perderebbe consensi e seggi. Sanchez gode di tanta impopolarità nel suo Paese registrando tassi di disapprovazione del 60%, tanto da, alludendo alla paronomasia col suo nome, essere soprannominato el perro, In senso dispregiativo. Tuttavia, il mandatario spagnolo, ha studiato lo scioglimento del Congresso, con grande lungimiranza politica, oserei dire quasi machiavellica, nel senso più politico del termine. Infatti, nel Paese proliferano le proteste per la crisi abitativa e alla sinistra del PSOE, il Frente Amplio, fatica a trovare una leadership e ad unirsi. Sfruttando una nuova onda di indignados e i consensi dell’elettorato di sinistra senza casa politica, le sorti del Partito Socialista non sarebbero giá scritte in partenza.
Il fantasma dell’estrema destra, così come nel 2023, così come la congiuntura tra gli affari nazionali e nazionali potrebbero regalare sorprese. Ci resta che attendere Novembre e vedere se anche Sánchez riceverà la bola negra di rifiuto, come il protagonista Carlos dell’opera teatrale di Lorca e dell’omonimo film ora candidato agli Oscar, oppure al contrario, una bola blanca, con il via libera dagli spagnoli per un nuovo esecutivo progressista.

In situazioni simili, dove la politica (soprattutto di sinistra) offre il peggio di sé, gli Spagnoli possono contare su un ottimo Capo dello Stato, il Re Felipe VI. Che per inciso, costa infinitamente meno della presidenza della repubblica in Italia. Se l’informazione nostrana non fosse composta in larghissima parte da “giornaloni di regime”, questo ultimo aspetto sarebbe molto più conosciuto nel nostro Paese.