di Eleonora Casula
A Cabras le luci estive si spengono a metà settembre e riaffiora una criticità irrisolta: la gestione del Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS) per minori non accompagnati. La questione, tuttavia, va oltre la cronaca locale e chiama in causa la catena di responsabilità che governa i flussi migratori nell’Isola.
I giovani ospiti del centro cabrarese non sbarcano sulle coste sarde, ma vi vengono trasferiti per decisione ministeriale. Questa scelta cala il peso dell’accoglienza su un comune di circa 8500 abitanti, già segnato da fragilità occupazionali e sociali. Collocare una struttura di emergenza in un tessuto sprovvisto di servizi dedicati all’integrazione genera un cortocircuito inevitabile, le cui conseguenze ricadono sia sulla comunità residente sia sui ragazzi ospitati.
A tracciare il bilancio del problema è il contrasto visivo all’ingresso principale del paese: l’ex albergo riadattato a CAS e immediatamente a seguire il Museo Civico Marongiu, dimora dei Giganti di Mont’e Prama ed eccellenza culturale. Nello spazio di pochi metri, lo Stato chiede al territorio di competere sui mercati turistici internazionali e, contemporaneamente, ne usa gli spazi come snodo logistico per tamponare emergenze nazionali.
Le responsabilità di questo stallo sono distribuite lungo tutta la filiera istituzionale. Il Ministero dell’Interno e la Prefettura dispongono i trasferimenti d’autorità, senza concordare capacità ricettiva e risorse con il territorio. L’ente gestore del centro deve rispondere della qualità della custodia e dei percorsi educativi, spesso limitati alla sola gestione abitativa. Il Comune e il Sindaco vengono lasciati soli a gestire l’esasperazione dei cittadini, senza reali poteri di intervento. La Regione Autonoma della Sardegna, infine, si limita a un ruolo di mediazione con i ministeri, rinunciando a pianificare un modello regionale di accoglienza diffusa.
Di fronte alle richieste di chiusura avanzate dal sindaco Andrea Abis, la risposta non può essere la solita redistribuzione in altri centri di qualche minore. Chi dispone i trasferimenti e chi gestisce le strutture deve garantire condizioni adeguate sia agli ospiti sia ai cittadini. Per uscire dall’emergenza permanente occorre un cambio di rotta concreto: stop ai trasferimenti e attivazione immediata di una rete regionale basata sul modello dei piccoli numeri, con risorse certe per la mediazione e l’inserimento. Senza questa pianificazione, la tutela dei minori e la sicurezza delle comunità restano solo annunci della politica.

10 anni fa avrei scritto le stesse considerazioni presentate in questo articolo. È il non governo il problema fondamentale. È necessario individuare percorsi condivisi con tutti i soggetti istituzionali che, a vario titolo, hanno il compito di gestire questa problematica, bisogna avere il coraggio e la capacità necessarie per creare modelli di gestione ben integrati nel contesto regionale con le specificità locali che caratterizzano il territorio e la nostra cultura
Si ripropone così una dinamica istituzionale nella quale la diversa collocazione politica tra Governo nazionale e Regione Autonoma della Sardegna rischia di trasformare la gestione dell’accoglienza in un terreno di contrapposizione politica, anziché in un ambito di collaborazione tra istituzioni. Il Ministero dell’Interno e la Prefettura dispongono i trasferimenti e individuano le strutture di accoglienza, mentre i territori interessati possono trovarsi a dover affrontare l’impatto organizzativo e sociale senza un adeguato coinvolgimento nella programmazione della capacità ricettiva e delle risorse necessarie.
Parallelamente, l’ente gestore della struttura è chiamato a garantire la qualità dell’ accoglienza e dei percorsi educativi e di integrazione, che tuttavia possono risultare fortemente condizionati dalle risorse disponibili e dalle caratteristiche della struttura.
Il Comune e il Sindaco, pur essendo le istituzioni più direttamente esposte alle esigenze e alle preoccupazioni della popolazione, dispongono di margini di intervento limitati rispetto alle decisioni assunte a livello statale. Il problema è che la diversa appartenenza politica delle istituzioni nazionali e regionali alimenti una logica di contrapposizione: anziché costruire una strategia condivisa, ciascun livello istituzionale finisce per attribuire all’altro la responsabilità delle criticità, mentre il peso concreto della gestione ricade soprattutto sui territori e sulle amministrazioni comunali. La questione, quindi, non dovrebbe essere affrontata come uno scontro tra Governo, Regione e Comuni, ma attraverso una chiara ripartizione delle responsabilità, una programmazione preventiva dei flussi, il coinvolgimento effettivo dei territori e un modello regionale di accoglienza capace di distribuire in modo sostenibile persone, risorse e servizi.