di Clarice Reale
Spesso ci facciamo cogliere dalla brama di governare i fenomeni ancor prima di comprenderli, con il risultato di rimanere comunque nel caos ed aver sprecato un bel po’ di energie.
Eppure l’immigrazione è un fatto antico come l’umanità, che solo recentemente è entrato nell’ agenda politica sarda, e quindi nel bar sotto casa, dove ognuno si sente in dovere di prendere posizione secondo la propria prospettiva, o quella che gli viene propinata dall’algoritmo di turno.
È scontato dire che per la Sardegna, che detiene un record di emigrati, fino a pochi anni fa il tema dell’immigrazione rimaneva sul bancone con il vuoto a rendere. Invece oggi ne parliamo tutti e a volte conoscendo l’altro, ritroviamo noi stessi. Lo sa bene Vannacci con i suoi neologismi dal subdolo potere disumanizzante. È comodo e sicuro un mondo diviso in accoglioni e islamofobici.
Secondo i dati ufficiali al 31 dicembre 2024 la Sardegna conta con solo il 3,5% di cittadini stranieri, con 2.351 presenze nei centri governativi emergenziali e solo un paio di centinaia nel sistema di accoglienza e integrazione territoriale. In Europa si chiudono le frontiere e la rotta sarda diventa sempre meno sconveniente. La rotta sarda della famosa immigrazione non programmata, o diversamente programmata. Un approfondimento sarebbe divertente su come funziona quella programmata in Italia, e di conseguenza, in Sardegna.
In Sardegna si sa, l’ospitalità è sacra. Difatti fino a qualche anno fa di persone migranti se ne parlava perlopiù solamente alla Caritas, detentrice assoluta del know-how dell’accoglienza e del suo indotto. Dall’apertura del CPA di Elmas nel 2008 ad oggi la piazza è cresciuta al punto che il fenomeno è diventato visibile non solo da viale Buoncammino, ma pure da via Amat ed infine anche dal Palazzo della Regione.
E giustamente le cose ognuno le vede dal suo punto di vista. Da viale Buoncammino si vedono pedine da spostare, affidamenti diretti, presentazioni di capitolati live, commissioni di esperti. Dalle finestre di Palazzo della Regione si vede crescere il disagio di una gioventù allo sbando in mano al Dio denaro che viene a rifugiarsi nella droga come il gatto che va a morire lontano dal padrone. E quando uno sta andando a morire poco ha da perdere. Lo leggiamo ogni giorno sui giornali, quelli che riempiono il macero ed i social.
Da via Amat si vede un po’ tutto, e lì la situazione è piuttosto ambivalente perché gli occhi che guardano sono sardi ma gli interessi che si difendono non proprio.
E allora ci chiediamo cosa vogliamo ma soprattutto possiamo fare, da sardi per governare quella minuscola parte del fenomeno che realmente ci interessa. La cosa più semplice sarebbe partire da dove si può, dai territori, dalle comunità, dal SAI. Solo che per capire cosa fare con i figli altrui che ci troviamo in casa, dobbiamo prima ragionare su cosa fare con i nostri, perché è proprio lo stesso copione che seguono: si drogano, scappano in Francia oppure diventano, veramente, risorse. Chissà, forse per governare l’immigrazione in Sardegna basterebbe recuperare la responsabilità genitoriale, un pizzico di rispetto per la vita ma anche accettare che si fa quel che si può e quel che compete. Oppure si può restare a guardare e chiedere aiuto a Dio, qualsiasi Dio, ma non certo quello del denaro e degli algoritmi.

io che non ho mai simpatizzato per la destra voglio oggi sottolineare che la premier Meloni, dopo che il suo governo ha risolto il problema del debito pubblico, dei salari bassi, del costo del carburante, di un’economia ecologicamente sostenibile, dell’emigrazione all’estero delle intelligenze italiane, del disastro ambientale galoppante, dei rapporti col pazzo americano, ha pubblicamente esplicitato la proposta di legge che finalmente metterà fine ai nostri problemi: NELLE SCUOLE CI SARA’ UN LIMITE ALLA PRESENZA DI SCOLARI STRANIERI!
e cazzo! era ora!