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Università: cadono le maschere

Posted on 24 Febbraio 202624 Febbraio 2026 By Paolo Maninchedda 10 commenti su Università: cadono le maschere

Nelle università, prima della americanizzazione, i docenti erano degli alti funzionari dello Stato pagati per pensare, per studiare e per formare, i quali sapevano che il loro stipendio nasceva, in ultima analisi, dal numero degli iscritti e dalla cura con cui si seguivano gli studenti.
Oggi sono dei PR commerciali che devono promuovere se stessi e cercare soldi, concepire progetti, specializzarsi nella competizione per ottenere risorse, produrre pubblicazioni a tonnellata con tempi di meditazione e sedimentazione annullati a favore dell’iperspecializzazione (c’è chi scrive dei follicoli piliferi degli alluci da tutta la vita).

Il Quinto Rapporto Mheo  dice una cosa terribile per gli atenei sardi: perdiamo iscritti nel decennio; siamo stabili, nella decadenza, nell’anno.
Non solo.
Non sappiamo tenerci gli studenti che abbiamo, posto che circa il 25% di coloro che hanno una triennale va fuori a fare la magistrale.
Il Nord d’Italia sta sempre più diventando il luogo della formazione universitaria tradizionale; il Sud Italia predilige le Università telematiche.

C’è poi ciò che questo rapporto non dice: l’Università sarda vive dei finanziamenti regionali; la quota di risorse dovuta agli iscritti incide per circa un terzo delle Entrate (se ho fatto bene i calcoli). Non è un bene: è il motivo, per esempio, per cui Sassari ha gemmato il corso di Olbia con coperture finanziarie incerte. È il motivo per cui il Bilancio dell’Università di Cagliari se letto in una prospettiva annuale, presenta grandi criticità, al netto delle operazioni di fine anno che recuperano l’impegnato non speso e riequilibrano una cassa che diversamente presenterebbe molte criticità.

Le ragioni di questa situazione sono tante e sarebbe anche noioso riepilogarle (o per lo meno noioso per me, che fra tre anni andrò in pensione).
Tuttavia, trovo che uno dei motivi stia nella degenerazione dell’autogoverno delle università.

L’inchiesta Montenuovo a Sassari, forse non ha proprio centrato e accertato che siano stati commessi dei reati (e a me il quadro sembra molto fumoso), ma certamente ha registrato un ingaglioffimento dei rapporti sociali, una tendenza delle élite di governo a assumere le movenze e i riti di congreghe che col sapere hanno poco a che fare. La stessa iperpoliticizzazione dell’inaugurazione degli anni accademici mi pare abbia in qualche modo sporcato un ateneo che è stato uno dei templi italiani dello spirito critico, oggi archiviato a favore della propaganda di regime (e d’altronde, gli storici sassaresi sono ancora inibiti a occuparsi della storia del fascismo a Sassari).
E poi c’è il ruolo della massoneria.
Sto studiando i catechismi massonici per una mia pubblicazione e, a parte le mistificazioni sei-settecentesche con cui la massoneria ha costruito la sua mitologia, è indubbio che molto spirito liberale è passato attraverso le logge. Oggi, invece, le logge sono attraversate da uno spirito faccendiere che è repellente, che passa per le corsie mediche e arriva agli storici e ai giuristi (compresi quelli che prendono sfondoni sulla Carta de Logu). La massoneria in università è solo una cosa: carriera.

A Cagliari, invece, abbiamo i rettori messi in ombra dal lungo regno del Direttore generale (siamo oltre il decennio, ma nessuno fiata. L’Anac? Non pervenuta).
La responsabilità amministrativa è stata progressivamente spalmata sugli organi collegiali, sempre più gravati di adempimenti soffocanti.
Noi docenti siamo al servizio non degli studenti, ma degli apparati. Lui regna, noi soffriamo.
Poi, a Cagliari, abbiamo il Rettore Designato, un istituto ibrido coniato dalla Del Zompo che adesso sembra volersi riproporre.
Quando i vertici sono ereditari e non contendibili, l’efficienza va a farsi benedire.
Ne è un esempio plastico il montacarichi eterno che sosta dinanzi alla vecchia Facoltà di geologia, che oggi dovrebbe essere la sede dei corsi di Lingue, che staziona lì da anni, in un cantiere infinito che fa un buco nel muro al giorno, giustificato dal crollo dell’aula magna (19 ottobre 2022… quattro anni).
Un altro esempio è l’assenza nel polo umanistico dello straccio di un punto ristoro.
E perché?
Perché Sua Magnificenza ha concesso i locali che potrebbero ospitarlo alla Cruc, per le prove di canto.
Locali canori da un lato e studenti bivaccanti nei corridoi e nelle scale dall’altro.

Noi docenti, poi, ci mettiamo del nostro.
Faccio un esempio.
Un docente che insegna Storia del dittongo del prepuzio mobile è diventato direttore di Dipartimento.
In meno di due mesi il suo insegnamento è diventato obbligatorio per il corso di studi dove lui insegna.
È evidente che uno studente di sana e robusta costituzione, dopo la triennale, va a studiare cose più serie dei prepuzi mobili, in una università del Nord Italia.
Un altro esempio: ero da poco rientrato in servizio e dai sommi vertici venne al nostro dipartimento la richiesta urgente di chiamare un architetto (a Lettere……) che non poteva essere chiamato nel suo Dipartimento, perché lì c’era il marito o la moglie, non mi ricordo.
Io votai a favore per il bene che volevo al mio Direttore che vedevo provato dalla richiesta, ma evidentemente queste cose pesano sull’efficienza e la credibilità dell’istituzione. Mi sentii però un po’ in difficoltà pensando a due ragazzi, figli di colleghi e titolari di una solida abilitazione nazionale, che non faranno mai carriera universitaria perché hanno avuto parenti nell’ateneo.
Evidentemente i parenti non si contano, si pesano.
Questa è l’Università dalla quale sto pian piano prendendo le distanze, preparando le valigie per andarmene (e, se potessi, lo farei subito).
Ma, che dire?, la pena e la frustrazione è tanta.

 

Università, Vetrina

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Comments (10) on “Università: cadono le maschere”

  1. Marco Casu ha detto:
    25 Febbraio 2026 alle 08:20

    Si e’ conforme a verita’ (magari fosse probabilita’, in quel Caso, errore sarebbe benedizione). E’ vero che nell’istituzione Universita’ le pratiche non siano piu’ di Sapere, di Pensiero..oso dire, malgrado certe incomprensioni, di Grazia, ma essenzialmente di occupazione per potere individuale funzionale ad altro potere. E’ vero.
    Ma il punto che a mio avviso l’articolo tende a smuovere , secondo me e’ un altro. Non fosse che il suo Autore e’ oltremodo consapevole di dette dinamiche (troppo umane); e l’ALTRO e’ che l’universita non puo’ essere pensata , ontologicamente, come luogo di piccoli regni temporanei e personalizzati ma come necessari MOTORI di arricchimento Culturale, economico, sociale..e perche’ no?! Esistenziale , nei cui luoghi in cui e’ situata.
    Cio’ scontato, e non mai abbastanza, ne consegue in tutta evidenza che SE una Comunita’ , organizzata o meno da altri, raccoglie 210 mila firme per una proposta di regolamentazione rinnovabili , perche’ NON risvegliarsi con una UTOPIA (sono le piu’ necessarie) che faccia si che la stessa energia sia profusa per chiedere con INSISTENZA all’operatore elettorale VOTATO, che l’universita come Corpo vivente della Comunita’, conosca possibilita’ di DIVENIRE altro?

    Questo il punto. Questa la domanda . La Comunita’ se e’ desiderante puo’ farlo perche’ la Universita’ e’ molto piu’ importante di tutte le battaglie.

  2. Brundu ha detto:
    24 Febbraio 2026 alle 19:21

    I mali delle Università, che negli Atenei sardi sono molto ben rappresentati, sono cronici e di difficile soluzione. Avere dato ai Rettori un sessessio di mandato (se passa la riforma annunciata diventerà un ottennio: 4 + 4), senza la possibilità di essere rieletti, ha fatto di loro una sorta di prefetti che non rispondono alla base e che, non di rado (vogliamo dire così?), nella loro opera di governo non sono disattenti alla ricerca di un campo di atterraggio post-rettorale (un posto al Senato? la carica di sindaco?), perché tornare indietro a insegnare è complicato. Ora le università hanno un CdA e un Collegio dei revisori dei conti: cionostante, permangono le logiche per le quali i soldi pubblici vengono spesi con criteri che spesso non paiono rispondere a logiche trasparenti di buona amministrazione. A proposito di trasparenza, si può citare il caso dei “punti organico del Rettore”, un’usanza in voga in qualche università (non saprei dire se in tutte) per la quale i Rettori trattengono qualche punto organico destinato ai Dipartimenti per la programmazione dei concorsi e lo usano a propria discrezione, in modo talora (spesso?) opaco. E poi succede quello che scrive Maninchedda: stranamente si moltiplicano i posti in certe discipline (rectius: settori scientifico-disciplinari), mentre altri rimangono drammaticamente scoperti. E se succede nei Dipartimenti medici, ogni tanto ci si accorge che in certi campi mancano i medici: chissà di chi è la colpa, forse di quelli che hanno creato miriadi di cattedre – un esempio a caso – di Igiene e neppure una in… fate voi. E, dulcis in fundo, qualcuno si ritrova con un Rettore per il quale viene richiesto il rinvio a giudizio per reati non propriamente bagatellari: e un Ateno imbelle che non è neppure capace di indignarsi, se non nei corridoi, dove l’indignazione è a costo zero. Ma bazeboche a cacare!

  3. Frank Mallocci ha detto:
    24 Febbraio 2026 alle 15:22

    Iniziamo dai massoni. Il rettore Carpinelli tento’ di trasformare l’Aula magna dell’Ateneo sassarese in un tempio massonico ma arrivò tardi, avendo sulla testa le effigi di massoni illustri dall’800 in poi (specie di medicina). Tentò anche di portare l’università nell’orbita della fisica internazionale ma oggi ha ripiegato su meglio remunerate attività, con vista Einstein Telescope. I Direttori generali. Ma dove volete che si possa migliorare con la legge Gelmini che di fatto fa del dirigente generale un nominato dal Rettore? Infine la crisi della ricerca. La crisi c’è (in Italia) dopo la riforma Berlinguer in forza della quale il potere dei rettori è aumentato spaventosamente, e così pure il loro peso “politico” nei territori. Fare ricerca costa fatica, molto meno invece fare lobby. Il nepotismo poi ha fatto il resto. Non si farà l’università unica della Sardegna prevista da Soru ma poco ci manca.

  4. Giovanni ha detto:
    24 Febbraio 2026 alle 15:19

    La terza missione universitaria è ciò che ha condannato dipartimenti già piuttosto modesti quanto a qualità in didattica yica e ricerca ad essere afflitti da bulimiee finanziarie per il tramite di ACCORDI DI COLLABORAZIONE FRA ENTI a go go e/o spin off. Assistiamo da tempo quindi allo sviluppo di poco più che supercazzole prematurate prestidigitatrici di varia caratura spacciati con grandeur per prestigiosi progetti di ricerca che per lo più hanno inquinato e deformato il mercato competitivo al ribasso delle professioni. E conseguentemente piallato la qualita delle prime due missioni tradizionali. Magari ci sono eccezioni o campi dove questa mercificazione è contenuta ma i risultati complessivi sono leggibili nei periodici rapporti e forse sono sotto gli occhi di tutti. La TERZA MISSIONE per quel che vedo ha dato il colpo di grazia ma mi chiedo anche qauanti siano quelli disponibili a metterla in discussione, soprattutto fra le nuove generazioni di ricercatori, statisticamente sempre meno giovani, sempre più deboli e diosolosa quanto liberi di ricercare…. Quanto a Olbie e gemmazioni varie dell’Università di SS…. è sotto gli occhi di tutti il rapporto storico costi benefici. Colpisce che da 25 anni (5 lustri!!) siano università racchiuse in ambienti di cristallo aeroportuali o portuali e che contino e incidano nulla o quasi nel tessuto sociale locale a fronte di costi pubblici esagerati.

  5. Antonio ha detto:
    24 Febbraio 2026 alle 15:00

    Prof secondo lei ha senso avere l’Università diffusa hanno aperto una sezione ad Asuni ha un senso

  6. Antonio ha detto:
    24 Febbraio 2026 alle 11:16

    Articolo esemplare. Il marcio delle Università è un argomento di cui si parla troppo poco e che sta alla base della fuga dei cervelli

  7. Marco Casu ha detto:
    24 Febbraio 2026 alle 10:21

    Questo significa che se l’autogoverno ha subito un processo di degenerazione , l’universita nei fatti e’ stata “privatizzata” . Ho pronunciato la parolaccia non per provocazione ma perche’ se le maschere cadono, si rivela fattibile orientare la lente di ingrandimento su questa “degenerazione” nella sua relazione con il “Politico”. Eh, a Sassari l’universita insieme al datore di lavoro ASL , quello Comunale e quello sempre piu’ piccolo, Regionale rappresentano l’economia locale(con annesso serbatoio Elettorale, vivissimo). E l’universita governa quell’assets particolare che e’ , lo scrivo senza nessuna amarezza, il PENSIERO. Si ci sono gli schiamazzi e le agitazioni varie: ci abbiamo la Dinamo, i Candelieri, i nostri deliziosi fine settimana nei locali del Centro eppoi tutti gli “strofinatori” di eventi Culturali, ma non c e’ PENSIERO! Ovvero non esiste quello sguardo che si pone a cento, mille e piu’ passi distanti dalla Citta’ e la sottoponga ad esame. Che cosa e’ questa “roba” che abitiamo? In quale Nuovo di ALTRO, possibile possiamo Farla riprecipitare? E questo non puo’ essere una decisione a cuor leggero di Casu..Piras..Sanna..Ribichesu e compagnia cantante ma dovrebbe essere un orizzonte riguardante l’Istituzione Universitaria. Il nostro bisbigliare ci intrappola giocoforza in un Lamento , personalissimo ma inefficace peggio Ridicolo mentre in una Istituzione Universitaria vi si verificherebbe quel virtuoso amalgama tra Pensiero, Sapere e POLITICO (senza le virgolette).

    Non so piu’ che dirmi

  8. Paolo Maninchedda ha detto:
    24 Febbraio 2026 alle 09:43

    Guarda A., più la studio, più me ne sento distante.

  9. A ha detto:
    24 Febbraio 2026 alle 07:46

    Anche l’università è un mondo simile alla magistratura dove si fa’ carriera per parentopoli o compagnonaggeria, ci sono atenei nei quali i docenti hanno quasi tutti lo stesso cognome e vige una sorta di intoccabilità dove chi osa ribellarsi diventa un reietto e viene emarginato.
    Mi fa’ piacere che stai studiando la Massoneria, spero ti renderai conto che ci sono Obbedienze sane che non sono comitati d’affari come il GOI (che sta attraversando uno dei suoi periodi più tragici che neanche dopo la il tradimento e la condanna di Filippo il bello o l’epoca fascista riuscirono a mettere in così tanta difficoltà) ma pensano davvero a lavorare per il bene della Patria e dell’umanità con uomini e donne liberi e di buoni costumi.

  10. Antonello Gregorini ha detto:
    24 Febbraio 2026 alle 07:38

    C’è un altro aspetto da prendere in considerazione, Paolo.
    Bisognerebbe chiedersi cosa e quanto le due città offrono agli studentati, come programmano nell’urbanistica, e nel resto, l’offerta di ospitalità per gli studenti.
    Circa un ventennio fa proponemmo, in un lavoro dell’associazione Urban Center, che l’area di Sant’Elia, dello Stadio, già allora in dismissione, fosse destinata al miglioramento dell’offerta universitaria. Ci parve giusto che Cagliari offrisse il suo gioiello paesaggistico, da riqualificare, ai giovani, sardi e del mondo.
    Quando poi scrivemmo il programma per le elezioni comunali,del 2011, ci ponemmo il problema della rinascita di Castello, per un utilizzo abitativo che avesse senso e che rivitalizzasse il quartiere. Ci parve che la sua vicinanza con il triangolo universitario, magistero, leggi economia scienze politiche, ingegneria; la necessità di fare abitare il quartiere non da vecchi ma da abili giovani, causa le insuperabili barriere architettoniche; fosse una buona ragione per progettare la trasformazione urbanistica dell’antico quartiere a favore degli studenti.
    Trasformazione non facile che richiedono visione e voglia di lavorare per dei grandi progetti urbanistici, eventualmente anche applicando tecniche di partenariato pubblico privato.
    Queste idee, e altre simili, furono applaudite ma mai applicate.
    Quindi, il lungomare Sant’Elia al Cagliari Calcio, Castello al flusso dei croceristi e agli affitta camere. Mentre la città, la sua popolazione invecchia a vista d’occhio e i giovani scappano.
    Una città universitaria lascia inoltre nel suo tessuto economico economia e conoscenza, il futuro garantito.
    Difficile così immaginare una città piena di giovani, contenti di esserci, provenienti da tutto il mondo.

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