Una politica più esplicitamente sociale

29 maggio 2013 07:124 commentiViews: 17

Racconto tre cose che mi stanno preoccupando.
Un grande gruppo della Gdo si vuole mangiare un negozietto. Perché? Per la logica del grande che mangia il piccolo. Chi aiuta i cannibali? Le banche, ovviamente, che negano la loro profonda immoralità e perseguitano il piccolo. Chi sono gli alleati degli alleati dei cannibali? Un vasto sistema burocratico che appena vede una segnalazione alla centrale rischi lavora non per recuperare ma per ammazzare. Chi aiuta i piccoli? Nessuno. Perché? Perché per aiutarli si ritiene che servano solo soldi e i soldi sono una brutta bestia. Per esempio: se un amico presta soldi a un altro amico (è già successo) e non gli applica un interesse, la Guardia di Finanza non crede all’amicizia e legge quel passaggio di denaro come la prova che Tizio è socio occulto di Caio. Ma davvero servono solo soldi? In larga misura sì, ma basterebbe creare con una sottoscrizione ampia, un fondo privato e solidaristico, continuamente alimentato da contributi volontari e ben gestito, che sia orientato esplicitamente a piccoli interventi su piccole aziende in difficoltà, un fondo – insomma – disponibile anche a perdere qualcosa perché interviene su aziende in difficoltà, e già il quadro cambierebbe. Ma non bastano i soldi. Bisogna mettere a disposizione avvocati, commercialisti, imprenditori in salute e Pubbliche Amministrazioni, che si schierino con il piccolo contro il grande. Ci si riesce? Io ci provo, ma bisogna fare sistema. Se interessa, fatevi sentire.
Seconda questione: c’è una fabbrica efficiente, per la quale basta schiacciare l’interrutore e rimettere in moto le macchine. Fa parte di un gruppo industriale fallito. I concorrenti stanno aspettando l’asta delle macchine per portarsele via a basso prezzo. Che fare? Stiamo provando a fare una cooperativa. Ci riusciremo? Non lo so: banche, carte, diffidenza, volgarità, parassitismo, indifferenza, scetticismo…
Terza questione: un’impresa che si è localizzata in Sardegna credendo nella Regione Sardegna ha sperimentato che la Regione Sardegna non è affidabile. Fra un po’ se ne andrà. Si ricomincia: quindici persone a spasso. Di chi è la colpa? Sicuramente la verità sta in mezzo, ma il mio dovere è trovare il modo per cui l’impresa non chiuda. Che strumenti ho? Nessuno rispetto alla burocrazia regionale. Il paese difende la fabbrica? Non gli passa manco per l’anticamera del cervello. Io difendo la fabbrica? Sì, con convinzione, ma ovviamente accendo il sospetto di un mio interesse diretto, che non c’è. Altrove la gente difende anche una pressa: qui la rassegnazione e la maldicenza spadroneggiano. Io continuerò a cercare soluzioni, ma non  è facile in un clima che non difende l’esistente, sospetta di tutto e distrugge tutto.
Ciò che è sempre più chiaro è che comunque la politica deve cambiare pelle e deve implicarsi molto di più non solo nel governare grandi processi, ma anche nell’organizzare praticamente il bisogno sociale. È molto rischioso. Magistratura, forze dell’ordine e giornali, quando vedono un politico che promuove imprese e organizzazione sociale, sospettano e colpiscono. Bisogna riuscire a fare sviluppo in modo molto partecipato e molto trasparente, ma anche accettando il rischio di essere fraintesi, accettando il rischio di mettere la testa in tutti i pasticci che stanno intorno a una grave crisi economica. Oggi o si fa politica accettando il rischio della solidarietà vera, o si rischia l’estraneità alla realtà. Io vorrei farla così: implicandomi molto nel rischio del bisogno. Bisogna combattere la rassegnazione da un lato e l’indifferenza dall’altro. Si può essere fraintesi? Sì, si può essere fraintesi, ma basta alzarsi ogni mattina, scegliere interiormente il bene, combattere in se stessi il male prima che negli altri, e tirare avanti.

4 Commenti

  • Enea Dessì

    L’ultima volta che io e te ci siamo visti (quattro anni?) parlammo di una regionalizzata dell’energia. In questi anni è successo che le americane AET e Southern Co, storici bruciatori di carbone, si sono convertiti alla generazione distribuita del solare (continuano a bruciare carbone, sia chiaro, ma investono nel futuro). In Sardegna la RAS spende ancora 40-50 milioni/anno per il carbone Sulcis. Dove sono i progetti di integrazione del reddito delle aziende agro-pastorali con piccole produzioni di rinnovabili? Dove sono le politiche di liberalizzazione della rete elettrica di distribuzione? Te sai che ho buttato in Sardegna una miliardata di vecchie lire nell’ICT e da quel che dicono quel progetto fu boicottato proprio per un atto di ritorsione per un mio intervento in sede PDS. come si chiamava allora, sull’impossibile futuro del carbone Sulcis.
    Ora, se in Sardegna vince l’atarassia di deleddiana memoria. mi spieghi come può una impresa che guarda al futuro incasinarsi con il passato? L’anziano ex presidente della fondazione Rockefeller che parla perfettamente l’italiano un giorno mi disse: “I sardi non hanno capito un cazzo!”.

  • gian piero zolo

    Pronti!

  • antonello m

    Una televisione agevolerebbe il processo, raccontarselo tra amici di rete anche se ti chiami Einstein rimane fine a se stesso. Grillo ci ha sbattuto le corna. La TV è la Tv. Paolo ti immagineresti una Repubblica Sarda senza una televisione di Stato? Io no. Bisogna partire da li Cooperativamente. Ero 1 mese che non entravo sul PC ti assicuro che al di fuori della somministrazione informativa ingannevole di Tv e giornali e media vari, non esiste null’altro. Perchè? Perchè? Mi chiedo, negare l’evidenza. La gente per essere coinvolta deve conoscere. Quando un’ottimista come me uomo della strada, comincia a perdere fiducia, mi immagino il cittadino comune disinformato che quando gli parli di Maninchedda ti risponde, “lassa perdere cussu democristianu”. Custu po ti narrere a ite puntu seusu. Se interessa, fatevi sentire e soppratutto conoscere. N.b. Questo vale per tutto il movimentismo Repubblicano.

  • Sono a disposizione per quello che so fare: sono un buon fantino, ma anche un ottimo cavallo, sopratutto da tiro

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