Per anni ci hanno raccontato che l’abuso d’ufficio era il male assoluto. Il reato che paralizzava i sindaci, terrorizzava i dirigenti, impediva perfino di cambiare una lampadina senza il timore di ricevere un avviso di garanzia.
C’era del vero.
Ma, come spesso accade in Italia, dalla febbre si è passati direttamente all’amputazione.
Con la legge n. 114 del 9 agosto 2024, il Parlamento ha cancellato l’articolo 323 del codice penale: l’abuso d’ufficio non esiste più. È il solito metodo della Destra italiana: fare giustizia con i muscoli piuttosto che col cervello.
Va detto con onestà: il vecchio reato era stato spesso utilizzato male.
Migliaia di procedimenti si concludevano con archiviazioni o assoluzioni.
Bastava una delibera discussa, una scelta amministrativa impopolare, un chiacchiericcio invidioso, un esposto di un avversario politico e partivano indagini destinate quasi sempre a finire nel nulla, ma immancabilmente precedute da arresti eccellenti. L’abuso di ufficio era il veicolo per la carriera di magistrati rampanti (non che ne manchino anche oggi: i peggiori sono quelli che chiedono le raccomandazioni per sé e le puniscono per gli altri, quelli che moraleggiano per gli altri e coprono di omertà le loro defaillance).
La magistratura, in molti casi, aveva trasformato un reato eccezionale in uno strumento di controllo ordinario dell’amministrazione pubblica. La magistratura rossa e nera ha usato l’abuso d’ufficio come una clava.
Era inevitabile che crescesse quella che venne chiamata “burocrazia difensiva”: amministratori più preoccupati di non firmare che di decidere. Ma eliminare un abuso cancellando il reato che lo punisce è come combattere i furti abolendo il delitto di furto. E chi sono i migliori interpreti di questa stagione all’insegna della deregulation? I Cinquetasche, quelli che in una celebre intercettazione dicono di sé: «Ma chi ci tocca?».
Oggi il messaggio che arriva a migliaia di amministratori locali è semplicissimo: finché non mettete i soldi in tasca vostra o non vi fate trovare con una mazzetta in mano, il resto è sostanzialmente terreno libero.
Vuoi affidare un incarico milionario con una motivazione fantasiosa? Buona fortuna a chi proverà a dimostrare una corruzione.
Vuoi dare i soldi a un privato per fare uno stadio a dispetto di Dio e dei Santi e dell’Unione Europea? Nessun problema, si proceda.
Vuoi dare una consulenza strapagata a un conoscente senza titoli? E chi se ne fotte, nessuno fiaterà e la folla ingoierà.
Vuoi organizzare una rassegna estiva distribuendo cachet sempre agli stessi amici? Purché le carte siano formalmente in ordine, il diritto penale resta alla finestra.
Vuoi scegliere il gestore dell’impianto sportivo comunale facendo vincere il conoscente di turno?
Vuoi lasciare una città per anni senza protezione idraulica per inseguire il progetto faraonico del progettista amico cui hai aumentato il cachet senza gara? Embé, che problema c’è, basta tenere impegnato il Procuratore in inaugurazioni e evitare la corruzione, il resto è tutto in discesa. Se non emerge uno scambio corruttivo esplicito, la questione diventa quasi esclusivamente amministrativa.
Sei un pubblico ufficiale prepotente e ignorante e vieti ciò che dovresti autorizzare (cosa accaduta anche quest’anno in Sardegna)? Nessun problema, nessuno ti farà nulla.
Vuoi confezionare un bando su misura, con requisiti che conosce una sola impresa? Sarà forse annullato dal TAR dopo anni, ma intanto il lavoro è fatto, i soldi sono spesi e il vantaggio ottenuto.
Naturalmente nessuna di queste condotte è automaticamente lecita. Restano norme amministrative, responsabilità contabili, controlli dell’ANAC e altri reati. Ma è proprio questo il punto: tra l’illecito amministrativo e la corruzione conclamata si è aperta una prateria nella quale la magistratura, pigra, politicizzata, faziosa e indolente, non vuole entrare.
E le praterie, in Italia, non restano mai vuote.
Il paradosso è che l’entusiasmo non ha riguardato soltanto molti amministratori.
Anche una parte della magistratura sembra aver tirato un sospiro di sollievo.
I reati contro la pubblica amministrazione richiedono studio, analisi di atti, conoscenza delle procedure, intercettazioni, consulenze. Molto più semplice occuparsi di fattispecie dove il denaro sparisce o la tangente compare in una conversazione. Così la fascia grigia delle prepotenze amministrative rischia di diventare invisibile.
Eppure è proprio lì che nasce la corruzione sistemica.
Non con la valigetta piena di contanti.
Con il favore.
Con l’amico che “è bravo”.
Con il cugino “che tanto lavorava già”.
Con l’associazione “che organizza sempre bene”.
Con l’impresa “che conosce il territorio”.
Con il professionista “di fiducia”.
Nessuna bustarella. Nessun film di mafia.
Solo un lento slittamento dell’interesse pubblico verso l’interesse privato.
Il risultato è devastante. Il cittadino normale smette di pensare che vinca il migliore. Comincia a convincersi che vinca il più vicino al potere. E quando questa convinzione diventa patrimonio comune, il danno è molto più grande di qualsiasi reato: muore la fiducia nelle istituzioni.
L’Italia aveva certamente bisogno di correggere gli eccessi di un reato usato spesso come una rete a strascico. Ma ha scelto la soluzione più italiana di tutte: invece di riparare il termometro, lo ha rotto.

@Frank Mallocci
Tranquillo, anche per la precedente amministrazione di centrodestra vigeva la stessa regola
Sabbia a gogò
Prof perché prendersela vedrà che l’anno prossimo se vince la sinistra e M5S con la loro onestà rimetteranno l’abuso d’ufficio dato che hanno contestato e votato contro l’abolizione
Come dire che se bisturi viene usato male si vieta al chirurgo di operare. Abolire l’abuso d’ufficio perché applicato in modo distorto significa confondere la cura con la malattia. Tra l’eccesso di giustizialismo e il ‘liberi tutti’ esisteva una strada più difficile: fare leggi migliori e applicarle meglio.”
L’abuso d’ufficio funzionava solo a senso unico. Contro gli amministratori di centro destra.
Ci sono capoluoghi in Sardegna dove viceversa non è mai stato condannato nessuno. Guardate Sassari ad esempio, in quadi trent’anni di amministrazioni di sinistra.
Io da ex dirigente dell’ufficio tecnico devo confermare che è stata una pessima legge che legittima e favorisce l’abuso e lo strapotere della maggior parte dei miei colleghi dirigenti e di tutti i politici e politicanti di qualsiasi corrente..
Ne vanno di mezzo ,purtroppo, i pochi dirigenti Seri che non sono disponibili a chiudere tutti e due gli occhi e le orecchie.
E che dire della legge sulla modifica del risarcimento del danno erariale?
Il problema nasce soprattutto quando le leggi sono formulate in modo poco chiaro o lasciano margini di dubbio: è proprio in queste zone d’ombra che la malafede trova terreno fertile per esprimere il peggio di sé. Per questo, la risposta non avrebbe dovuto essere l’abrogazione della norma, bensì una sua riscrittura più rigorosa, capace di definire con precisione le condotte penalmente rilevanti. Anziché intervenire sul merito, circoscrivendo meglio il reato e riducendo gli abusi interpretativi, si è scelta la soluzione più radicale: eliminarlo.
Il commento del signor Paolo1 mi sembra particolarmente azzeccato
Buongiorno,
come sempre il contenuto è azzeccatissimo❗
Grazie e Bona Die
Purtroppo devo convenire. Avevo salutato questa legge come buona, convinto anche dal saluto bipartisan di gran parte degli amministratori locali. Sulla mia pelle ho dovuto ricredermi. La cosa che fa più specie (si fa per dire) é che i più acerrimi detrattori furono quelli, guarda un pò, che né hanno tratto i maggiori vantaggi (almeno in Sardegna). Ma per loro, come é stato scritto, che ci fosse o non ci sia l’abuso di ufficio non vale perché loro sono quelli “bravi”…si si quelli di Manzoni.
è sconcertante che i principali protagonisti di questo andazzo siano gli stessi del vaffa alle istituzioni, di quelli honesti, che hanno criticato ferocemente la destra per aver cancellato il reato di abuso d’ufficio, ma molto di più lo sono le sarde e i sardi che li sostengono, che, per dirla alla Licheri O SONO CRETINI O SONO IN MALAFEDE
… solu peràulas malas mi benit a conca.
Ma pro no nàrrere chi totu custu est cosa de merdosos de gherra (merdosu za est un’agetivu e però sos agetivos si manizant coment’e nùmenes e goi diventant “soggetto”, cioè attori, atores, cudhos chi faghent sos s’ispetàculos chentza pessare a sos -culos), naro menzus chi custa est gherra merdosa de gherra (e che ‘civiltà’ sviluppata!) e gai sos attori, sos atores, podent essire in colletto e cravatta e zirare cantu e inue cherent a dócia fata friscos friscos che rosa chentza ispina e profumados chi fragant unu chilómetru atesu. E però sa fogna, alias sa bassa, sempre fogna e bassa est, fintzas si faghet a si e nos tupare su nasu, sos ogros e, si ndhe zughimus carchi bìculu, fintzas sa cusséntzia e intelizéntzia (pro no nàrrere carchi torracontu de paghe zustu e netzessàriu).
Fintzas cun On.Sen. e giù di lì o di là.
E s’iscàndhalu est chi no nos fùrriat ancora s’istògomo pro che los (o cussu fàghere) bombitare a su cómudu o cesso e, antzis, cantos bi nàvigant, current e bolant, o solu bi campant o crebant in sa bombitadura!
Balla, balla, podimus cùrrere e bìnchere puru a intelizéntzia totu artificiale e fàghere s’infognatzione universale!
Epuru tenzo isperàntzia de cambiare ca invetze de fàghere a buratinos, a birillos, a marionetas o mascaredhas de buratinajos de carrasegare fàghere contu chi semus zente, donzunu sempre zente, pro su chi si podet e depet fàghere ca si no l’ischit lu podet e depet imparare e cambiare.
E umanidade est custa: libbertade e responsabbilidade e cambiamentu in menzus e no a nos lassare afungare in sa bassa, alias fogna..
Hanno abolito l’abuso d’ufficio e chiamato “garantismo” quello che è deregulation della prepotenza. Ora puoi affidare, favorire, blindare bandi su misura: senza bustarella sei intoccabile. Non serve più corrompere, basta essere amici giusti. Il sonno del Diritto genera amministratori.
Prima di arrivare al giudizio politico, vale la pena riconoscere che esistono due letture della riforma. Da un lato, molti sostenevano che il reato di abuso d’ufficio fosse formulato in modo troppo indeterminato e che, pur sfociando nella maggior parte dei casi in archiviazioni o assoluzioni, alimentasse la cosiddetta “burocrazia difensiva”, inducendo amministratori e funzionari a non decidere per timore di indagini. Dall’altro lato, numerosi giuristi e diversi organismi internazionali hanno avvertito che la sua abrogazione rischia di lasciare prive di una specifica tutela penale alcune condotte caratterizzate da favoritismi, violazioni intenzionali delle regole e uso distorto del potere pubblico che, pur non integrando gli estremi della corruzione o di altri reati, compromettono l’imparzialità dell’amministrazione. Il punto è che si è passati da un eccesso all’altro. Se il vecchio abuso d’ufficio presentava profili di indeterminatezza che ne rendevano problematica l’applicazione, la risposta non avrebbe dovuto essere la sua cancellazione, bensì una riscrittura più rigorosa, capace di definire con precisione le condotte penalmente rilevanti. Invece di legiferare sul merito, delimitando meglio il reato e riducendone gli abusi interpretativi, si è scelta la soluzione più radicale: eliminarlo. Così si è sostituito un sistema che rischiava di criminalizzare decisioni amministrative discutibili con un altro che rischia di lasciare senza adeguata tutela comportamenti gravemente lesivi dell’imparzialità della pubblica amministrazione, purché non integrino gli estremi di altri reati come la corruzione.