Tutto quello che avreste voluto sapere sulla Sardegna, sulla sardità e sul sardismo, ma non avete mai osato chiedere a nessuno, ora ve lo racconta Alessandro Aresu

19 gennaio 2011 08:234 commentiViews: 550

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di Michele Pinna

Sull’ultimo numero della rivista di geopolitica “Limes”, cui è dedicato uno speciale su Lingua e potere, tra gli altri, leggiamo l’intervento di Alessandro Aresu, il quale riferisce, o almeno crede di riferire, sulla questione linguistica sarda, sulla politica culturale, sulla politica in generale, sulla mentalità dei sardi, su tutto, insomma.
Il titolo di questa piccola enciclopedia tascabile, una specie di “tutto quello che avreste voluto sapere sulla Sardegna sulla sardità e sul sardismo, ma non avete mai osato chiedere a nessuno” è il seguente: ” ‘pocos locos y mal unidos’, i sardi temono l’altrui indifferenza”, con un lunghissimo occhiello dove vengono annunciati i temi di cui tratta, in un orizzonte che va da Gramsci a Cossiga.
Ma partiamo dal titolo: tutto noi sappiamo che ‘pocos locos y mal unidos’ costituisce lo stigma con il quale l’imperatore Carlo V di Spagna, ci rappresentò. A proposito mi sono sempre posto una domanda: “ma perché avrebbe, eventualmente, potuto far piacere (visto che la sentenza in fondo esprime disprezzo, non gradimento) al sovrano imperatore che i sardi potessero essere, invece, molti, uniti e non scemi come lui li definiva?” Certo c’è da comprenderlo Carlo V. Se i sardi anziché essere, all’epoca, qualche centinaio di migliaia, quindi pochi, fossero stati svariati milioni, perciò tanti, sicuramente il bottino fiscale dell’imperatore sarebbe potuto essere più consistente e più redditizio per la sua corona. Essere pochi o molti, quindi, è un fatto relativo non un disvalore in assoluto. Dal mio punto di vista (con buona pace di Carlo V e di Aresu) essere pochi è un privilegio, un privilegio che dovremmo tenere più in considerazione e di cui essere più fieri e più orgogliosi. Essere pochi, con una densità abitativa bassa, rispetto ad un territorio relativamente vasto, e anche ricco ( perché il nostro territorio non è ricco? Ma chi l’ha detto? Carlo V, i Savoia, i viaggiatori inglesi e francesi nell’Ottocento?) di risorse: boschi, carbone, sale, avevamo anche una buona produzione di cereali, avevamo contadini e pastori laboriosi, artigiani, costruttori, navigatori, uomini d’ingegno, non è una fortuna? Certo chi deve comprare, occupare, sottomettere, annettere, deve sempre deprezzare, svalorizzare, sminuire. È normale che gli spagnoli abbiano distrutto civiltà come quella Inca, Maya, Azeca, in fondo erano dei selvaggi senza Dio, adoravano ancora i legni, le pietre e la natura ed allora? Era giusto perciò sottometterli o distruggerli no? Ed è ancora per questo che noi dovremo identificarci nel punto di vista dei Carlo V e degli sfruttatori di turno delle nostre risorse, del nostro spazio, del nostro tempo, dei predatori fiscali vecchi e nuovi? Si rassereni Aresu, essere pochi ( e tanto per parlare dell’oggi) fuori da uno Stato e da un sistema elettorale come quello italiano sarebbe un grande valore e una grande ricchezza per noi. Ecco perché bisognerebbe capovolgere i tavoli, come dice il poeta, rivoltare le catagorie con le quali ci si rappresenta. Direi con uno slogan: “pochi è bello”.
‘Locos’: nella stessa logica di prima, era necessario che venissimo rappresentati come scemi, come uomini e donne abbagliati dagli specchietti luccicanti. Ma Aresu, mi domando, si sente un alloco? È uno che sorride dinanzi agli specchi? EÈ dal modo con cui ognuno di noi riesce a vedersi che dipende il nostro destino, non accettando passivamente e acriticamente solo il punto di vista degli altri, soprattutto se esso è strumentale e funzionale ai loro disegni.
‘Malunidos’. Nella Penisola iberica prima della castiglianizzazione portata avanti da Isabella, Ferdinando ed eredi, fino al caro Carlo V, nella penisola iberica c’erano cinque regni e altrettanti popoli indipendenti e sovrani. In Sardegna, prima della loro dissoluzione, per le stesse ragioni per cui si sono dissolti quelli iberici, i regni erano quattro. Altrettanto è avvenuto in Francia e nel Regno unito, cosi come anche è successo in Italia nel 1861. Popoli, lingue culture, tradizioni comunitarie e municipali diverse vengono negate e dissolte nell’unicità degli Stati nazionali. Il costituzionalismo giacobino ha dato il colpo di grazia al virus della diversità, delle molteplici culture, delle molteplici lingue, in parte già debellato dagli assolutismi cinque-seicenteschi.
Noi sardi abbiamo conservato il senso della disunione ma essa è un’ altrettanta ricchezza e un’altrettanta risorsa al pari dell’essere pochi. Nella tattica militare, spesso, l’attacco in ordine sparso, si è rilevato vincente; ed anche dispedersi nella ritirata, (perché in guerra talvolta ci si deve anche ritirare) ha attutito, talvolta, gli effetti devastanti di una sconfitta.
Certo, per Carlo V sarebbe stato più comodo avere una bella fattoria di animali domestici, bravi, ordinati, intelligenti, ubbidienti, tutti uguali, pure con qualcuno più uguale degli altri, piuttosto che dover fare i conti con capre, mufloni, cinghiali, volpi, scoiattoli, martore, lepri, tutti animali selvatici e perché no ‘malunidos’; anche con pecore, è vero, per quanto ritengo che le pecore di quell’epoca fossero migliori delle pecore di oggi: tutte mangime, estrogeni ed antibiotici, per cui il loro latte non lo vuole più nessuno neanche gratis.
I sardi devono unirsi? Sono disuniti? Credo che solo a loro spetti di decidere e di fare ciò che ritengono sia meglio. La disunione, però, in sé stessa, non ritengo che sia un disvalore più di quanto non sia un valore l’unione, o, se si preferisce, l’unità.
Anche in questo caso si tratta di rivedere i filtri, le categorie attraverso le quali il mondo si rappresenta. Ad esempio l‘essere divisi o uniti, l’essere molti o pochi, l’essere isolati, l’essere poveri o ricchi, l’essere diversi o uguali, l’essere italiani, europei o no, il dover essere globalizzati o meno; insomma ciò che siamo e ciò che non siamo, dovremo essere noi a deciderlo non gli altri.
E poi “l’ altrui indifferenza” di cui parla Aresu i sardi, lui dice, la “temono”. Anche qui torna un atteggiamento mentale indotto. L’implicazione è che i sardi sono felici o infelici dinanzi al modo con cui gli altri si pongono con noi. Ciò che gli altri possono pensare di noi. Ciò che gli altri possono fare e non fare per noi. Possano essere indifferenti o attenti. Gli altri dovrebbero riconoscerci. Ma il riconoscimento degli altri è sufficiente a esprimere ciò che noi riteniamo di essere? Ma noi chi riteniamo di essere? In primo luogo riconosciamoci noi. Aresu nel suo scritto espone accavallando, anche con qualche disinformazione , una serie di punti vista noti e arcinoti, quasi tutti ostili all’idea di una Sardegna nuova, sovrana, indipendente, con una propria, vera, statualità, ma non ci dice chi è lui, cosa pensa rispetto, per esempio, al fatto che i sardi debbano avere il diritto di usare la loro lingua, quella che decidono sia la loro lingua, e i sardi che la parlano, la scrivono, la usano comunemente non hanno dubbi che la loro lingua sia il sardo. Cosa che non pregiudica, anzi favorisce, la conoscenza e l’uso dell’italiano, dell’inglese e di qualunque lingua si voglia parlare; cosa pensa rispetto al fatto che in Sardegna c’è, specie in questi tempi, un nuovo anelito all’indipendenza nazionale, un nuovo anelito a colmare il vuoto storico, di circa seicento anni, che ha impedito ai sardi di riavere un proprio Stato. Uno Stato nuovo, inedito, rispetto ai modelli delle statualità egemoni che sovrastano i cittadini e non li rappresentano ecc. ecc. Ma se Aresu crede che possa servirgli farsi scudo di Gramsci e di Cossiga per avere una carta d’identità e un qualche passaporto, faccia pure: anche queste cose sono note e arcinote.

4 Commenti

  • E perchè non anche maggiordomi? Così non stiamo a girarci attorno.

  • Tullio Saba

    Gli intellettuali come Aresu, o come Bandinu, non assumono mai una posizione netta, chiara. I loro ragionamenti sono sempre fumosi, vanno bene un po’ per tutti, e per nessuno. A volte penso agli intellettuali cubani, o cinesi, che combattono regimi autoritari, che non hanno l’intestino debole,e che per difendere le loro opinioni, non temono il carcere, e l’esilio. Bandinu, e Aresu,io li definirei intellettuali per tutte le stagioni. Anzi intellettuali quattro stagioni.

  • iscasciados (questo sarebbe il termine correttoi sardo stando a quanto sostiene Valdes) ….. tanto da essere … fuori da uno Stato e da un sistema elettorale come quello italiano, sarebbe certo un grande valore e una grande ricchezza per noi …. ma vaglielo a dire ancora una volta agli onorevoleddos che cercano voti e …. fichi d’india!

  • Claudio Valdes

    Soltanto qualche precisazione su Carlos V.
    La famosa affermazione ”pocos, locos y malunidos”, non significa ”pochi, scemi e disuniti…ma… ”pochi, pazzi (o teste calde) e disuniti”.
    Il termine locos, in castigliano ha il significato di pazzi..folli, non scemi come nella variante del sardo meridionale.
    Inoltre puntualmente svariati autori e letterati, riesumano questa sua datata sentenza, quasi fosse verità di fede, come se fosse stata emanata da un’autorità morale di elevato livello, tale da costituire per questo verità assoluta.
    Sarebbe ora di finirla con questa storia, soprattutto considerando il basso livello morale di colui che l’ha pronunciata.
    Un individuo talmente affamato di potere, senza scrupoli, cosi come suo nonno, Re Ferdinando Il Cattolico, che per bramosia di potere, hanno fatto rinchiudere la Sovrana legittima, Giovanna, nel castello di Tordesillas, facendola dichiarare pazza.
    Pazza per ragioni di stato, non per reali problemi mentali, ma soltanto perchè volevano il potere senza ostacoli.
    E noi qua, dopo 500 anni stiamo ancora a farci condizionare dalla definizione che tale individuo a dato ai Sardi dell’epoca.
    Ringrazio l’On Paolo Maninchedda per l’ospitaità.

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