Il Tribunale di Nuoro ha diffuso questo comunicato sulla detenzione nel carcere di Badu ‘e carros, insieme a qualche decina di detenuti al 41 bis, del sindaco di Ottana.
Posto che non c’è alcun imbellettamento comunicativo che possa mascherare questa enormità, andiamo ad esaminarne il contenuto.
Prima contraddizione Il comunicato nasce con l’obiettivo dichiarato di «evitare interpretazioni inesatte», ma fin dalle prime righe introduce una difficoltà interpretativa. Nel secondo capoverso afferma infatti che «l’ordinanza di aggravamento non è fondata sulla nomina della nuova Giunta comunale», precisando che tale circostanza «non costituisce oggetto del provvedimento». Poche righe dopo, però, il quarto capoverso ricorda che il precedente aggravamento della misura era stato disposto proprio «a seguito della violazione dei divieti di comunicazione connessa alla nomina della Giunta, ritenuta penalmente illecita». La nomina della Giunta viene così dapprima esclusa dal perimetro della decisione e subito dopo richiamata come penalmente rilevante, lasciando al lettore il compito di conciliare due affermazioni che, almeno sul piano letterale, appaiono difficilmente componibili, ma lasciando a me la certezza che la nomina della Giunta è stata vissuta con un pizzico di stizza da parte della magistratura. E un magistrato infastidito è un grandissimo problema per un indagato.
Seconda contraddizione C’è poi un’altra asimmetria che merita di essere osservata. Il primo paragrafo del comunicato richiama la circolare del Consiglio Superiore della Magistratura n. 153/VV/2025 e afferma che esso è stato diffuso per assicurare una «corretta, completa ed equilibrata informazione» su un provvedimento che ha suscitato particolare interesse pubblico.
Il penultimo paragrafo ribadisce che l’iniziativa nasce «nell’interesse della collettività» e per evitare «ricostruzioni parziali o inesatte».
Eppure questa esigenza di spiegazione non si manifestò quando venne disposto l’arresto del sindaco nel pieno della campagna elettorale, con le liste ormai presentate e quindi con effetti inevitabili sul confronto democratico. In quella occasione il Tribunale non sentì l’esigenza di spiegarsi.
Né si è avvertita la necessità di una corretta comunicazione per il grave insuccesso istituzionale di magistratura e forze dell’ordine quando, nel 2024, lo stesso sindaco Saba, è bene non dimenticarlo, è stato bersaglio di un gravissimo attentato contro il Municipio, cioè di un attentato istituzionale, espressamente contro lo Stato, rimasto senza responsabili individuati nonostante le indagini.
Nessun zelo manettaro allora, nessuna spiegazione del proprio ennesimo fallimento.
La comunicazione istituzionale arriva, invece, oggi, quando il dibattito pubblico si è fatto intenso e molti cittadini si interrogano sulla proporzione e sulle conseguenze di una misura cautelare di eccezionale impatto istituzionale. Mi prendo la libertà di non credere al movente comunicativo nobilmente motivato dall’interesse generale della collettività.
Scempiaggini e carcere I paragrafi quarto, quinto e sesto sono forse quelli che più colpiscono il lettore. Da essi emerge certamente, secondo la prospettazione dell’accusa, un sindaco che avrebbe preso con leggerezza prescrizioni cautelari che avrebbe invece dovuto osservare con rigore. Se i fatti saranno confermati, si direbbe un uomo mal consigliato, ingenuo e imprudente. Ma da quelle stesse pagine non emerge il profilo di qualcuno che stia cercando di occultare prove o di sottrarsi alla giustizia: del resto, l’inquinamento probatorio non è la ragione indicata per l’aggravamento della misura. E viene spontaneo osservare che, se Saba avesse voluto curare esclusivamente il proprio interesse personale, la strategia più conveniente sarebbe stata assai più semplice: silenzio assoluto, immobilità assoluta, nessun contatto con nessuno. Invece il comunicato racconta di incontri che avrebbero riguardato due esponenti politici, un funzionario amministrativo e un noto prelato. Se uno dei due politici fosse stato anche un avvocato, ci sarebbe persino da domandarsi se non manchi un tassello nella ricostruzione, perché il diritto di difesa non è un dettaglio. Quanto al prelato, il lettore resta con una curiosità quasi irresistibile: era il suo parroco? Se così fosse, bisogna riconoscere che siamo di fronte a un’inedita congiura: un prete, due politici e un funzionario. Altro che loggia segreta; sembra piuttosto una riunione di paese finita dentro un’ordinanza.
Il passaggio più delicato del comunicato è quello dedicato al presunto contatto, tramite un prelato, con la persona offesa del procedimento. È anche il passaggio meno sviluppato. Il Tribunale informa che, secondo l’ipotesi accusatoria, Saba avrebbe preso contatto con la persona offesa chiamata a rendere dichiarazioni, ma non spiega quale sia stato il contenuto di quel contatto, se vi siano state richieste, pressioni, minacce, promesse o tentativi di orientarne il racconto. Il lettore apprende l’esistenza di un contatto; non apprende in che cosa sarebbe consistita la sua pericolosità.
La differenza non è di poco conto. Un conto è violare le prescrizioni della misura cautelare, fatto che il comunicato descrive diffusamente e che, se accertato, denoterebbe certamente imprudenza e scarso rispetto delle limitazioni imposte. Altro conto è attribuire a quel comportamento un’effettiva capacità di alterare il corso del procedimento. Nel comunicato manca il passaggio logico che collega i due piani. Si afferma il contatto, ma non si illustrano gli elementi dai quali discenderebbe il concreto rischio per l’acquisizione della prova.
Anche il ruolo del prelato rimane sospeso. Si dice che il contatto sarebbe avvenuto “tramite un noto prelato”, ma non si chiarisce se il sacerdote fosse consapevole della finalità ipotizzata dall’accusa, se abbia svolto una mera funzione di collegamento, se il contatto sia stato effettivamente realizzato o se la persona offesa abbia semplicemente ricevuto una richiesta senza alcun seguito. È una ricostruzione che lascia aperte più domande di quante ne chiuda.
Vi è poi un ulteriore elemento. Il comunicato ricorda che la persona offesa era “chiamata a rendere dichiarazioni”, ma non precisa in quale fase processuale si trovasse, se tali dichiarazioni fossero già state rese, se dovessero ancora essere raccolte o quale concreto rischio derivasse dal contatto descritto. Sono informazioni essenziali per comprendere la portata del fatto contestato e la proporzionalità della risposta cautelare.
Proprio perché il Tribunale ha scelto di parlare pubblicamente, era legittimo attendersi che spiegasse il punto decisivo: perché questi episodi rendessero necessario il carcere. Il comunicato dimostra, se confermato, una serie di violazioni delle prescrizioni e descrive un comportamento certamente imprudente. Non dimostra però, almeno per come è scritto, perché soltanto la massima compressione della libertà personale fosse l’unica risposta possibile. Tra l’imprudenza e il carcere esiste un salto che il comunicato non riesce a colmare. Ed è per questo che, allo stato delle informazioni rese pubbliche dallo stesso Tribunale, la scelta della custodia in carcere continua ad apparire non soltanto sproporzionata, ma abnorme rispetto ai fatti illustrati. Ma ho la sensazione che si voglia coprire con le imprudenze di Saba, sulle quali si hanno magari prove solide, la debolezza della prima ordinanza, quella della tentata concussione. Ho l’impressione che ieri siamo stati tutti invitati a guardare il dito e non la luna.

Difficile giudicare ciò che non si sa. Difficile avere fiducia nei giudici ma anche in chi pontifica contro di loro.
In questa confusione, in Italia, ma non solo, la verità è sospesa, elusa. Persa fiducia nelle autorità, il male si espande.
Il sindaco di Ottana ha bisogno estremo di buoni avvocati, che rispettino la sua umanità e il suo diritto ad una buona difesa, testimoni onesti, atti inoppugnabili. E io gli auguro proprio questo. Lo auguro a tutti noi, che in cose minori vediamo persone che vogliono insegnarci a piangere. E andiamo avanti nel tentativo di affermare la verità senza offendere ma con il potere della cultura dell’ onestà (non è una parolaccia eh)
Egregio Professore,
come altre volte anche da lei segnalato, l’assurdità dell’insieme sta nel fatto che una persona è privata della libertà per un “reato presunto”, ancora da dimostrare, stante il fatto che la possibilità di reiterazione del presunto reato è pressoché nulla, la possibilità di fuga è inesistente e l’inquinamento delle “prove” è fantasioso; nel contempo, la stessa “giustizia”, chiude occhi, orecchie e bocca – a distanza di pochi chilometri e a bordo piscina – su un “reato conclamato”: tale lo chiamo, quando si tratta di procedure a dir poco opache, con sperpero/donazione di denaro pubblico persino a posteriori e con totale disprezzo dei criteri di trasparenza e non discriminazione da loro stessi fissati (e poi clamorosamente smentiti).
Ma non è una novità: da decenni assistiamo impotenti agli sberleffi di una certa corporazione, che incessantemente ci rende noto che loro sono loro e noi non siamo un OMISSIS.
Nihil sub sole novi.
Purtroppo con il no al referendum questa magistratura sente ancora di più la totale onnipotenza e imponibilità per cui sostanzialmente, come hanno sempre fatto, fanno quello che vogliono.
Sull’operato della Procura di Nuoro sono rimasto estremamente perplesso sulla notizia data alla stampa in relazione al Primario di Cardiologia dell’ospedale di Nuoro: viene indicato nel titolo il nome e Cognome del Primario. Nel corpo dell’articolo si afferma che non è indagato e che si stanno esaminando le sue dichiarazioni. L’aspetto più grave è dato dal fatto che nel corpo dell’articolo viene indicata il nome e cognome di altea dottoressa che effettivamente ha compiuto un illecito. Questa ultima dovrebbe essere in prima pagina. Una infamia .
È nata la I^ Repubblica dei “Giudicanti Italiani”, anche a seguito dei recenti esiti referendari.
Con una piccolissima differenza rispetto a quella dello “Stato Italiano”: non viene votata da nessun Cittadino, non viene chiamata a rispondere a nessun Cittadino, ma tutti i Cittadini (che non ne fanno parte) vengono da essa opinatamente giudicati!
Ad altre latitudini, per tutto ciò, si usa solitamente utilizzare il termine regime illiberale.