Tre in Europarlamento
Sardi fino in fondo?

26 maggio 2014 21:212 commentiViews: 306

europeanparldi Franciscu Sedda

Il Partito dei Sardi si complimenta con i sardi eletti al parlamento europeo: Renato Soru, Giulia Moi e Salvatore Cicu.

Il nostro auspicio è che lavorino per il bene della Sardegna, per difenderne diritti e interessi, per affermarne il diritto all’autodeterminazione dentro un’Europa politica, più solidale, giusta, aperta.

Lo faranno? L’accorpamento del collegio con la Sicilia e una campagna elettorale tutta rivolta a un conflitto interno al contesto politico italiano non depongono a favore. Il mandato degli eletti sardi non discende né formalmente né sostanzialmente dalla sola Sardegna. Men che meno dal popolo sardo. Per nulla dalla Nazione sarda. I temi e le forme della campagna elettorale, con poche eccezioni e al di là del valore dei singoli eletti, lo dimostrano. Il rischio è che ancora una volta i sardi saranno i rappresentanti di tutto – l’Italia, il collegio, il partito, la corrente…o se va bene una qualche idea di Europa – piuttosto che dei sardi e della Sardegna. Ovviamente la speranza è che i nostri eletti diano dimostrazione di diversità e il nostro ruolo come Partito dei Sardi sarà quello di stimolare anche dall’esterno un’evoluzione della rappresentanza sarda in Europa in un’ottica nazionale, di popolo, come sta avvenendo per realtà come la Scozia o la Catalogna.

In tal senso il Partito dei Sardi invita gli eletti sardi ad agire in modo unitario laddove gli interessi della Sardegna lo richiedano, anche a costo di andare contro le posizioni dei propri partiti e dello Stato italiano, ma anche ad aprirsi al dialogo e alla collaborazione con i rappresentanti di partiti come Esquerra Republicana de Catalunya e Scottish National Party dal cui indipendentismo democratico ed europeista la Sardegna può trarre spunti e forza.

Il Partito dei Sardi è pronto come sempre a riconoscere meriti e laddove sia possibile a offrire collaborazione. La costruzione di una Repubblica di Sardegna in Europa – che un domani eleggerà 7 rappresentanti a nome della nazione sarda – passa infatti dalla capacità di agire fin da oggi come Stato, creando occasioni di unità e protagonismo fra sardi e per la Sardegna.

Bonu traballu

Franciscu Sedda

Segretario Nazionale del Partito dei Sardi

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2 Commenti

  • P. Paolo Demuru

    In un recente incontro, tenutosi a Meana per fare un pò il punto della situazione sull’operato del Partito dei Sardi a circa due mesi dalle elezioni, ebbi a dire che a mio avviso, l’andare a votare, non è, perlomeno in prima battuta, un dovere, ma bensì un diritto. Diventa un dovere, quando tutti i diritti dei cittadini elettori, sono soddisfatti fino in fondo, ed è naturale pensare che uno dei requisiti fondamentali affinché tali diritti siano soddisfatti, è che la legge elettorale di riferimento, garantisca al cittadino elettore, la possibilità di esprimere senza se e senza ma il proprio rappresentante che conseguentemente, sarà responsabile per le politiche di quel livello istituzionale. In Europa tali politiche, come sappiamo, sono sostanzialmente delle programmazioni pluriennali di ingenti risorse, che si riferiscono a singoli ambiti regionali che tradotto in termini concreti, significa che ogni singola regione d’italia nei vari passaggi programmatori, se la deve sudare per portare a casa quanto più utile ai propri programmi di sviluppo sia in termini normativi che economici. Ecco perché concordo pienamente con quanto espresso in quest’articolo. Detto questo, sarebbe inoltre opportuno non dormire sugli allori dei tre eletti – i quali sono e saranno responsabili per quanto di interesse della Sardegna e dei Sardi – perché ciò non risolve un torto che comunque va sanato. Ultima considerazione, personalmente ho accolto come giusta l’indicazione del Partito sulla libertà di coscienza, ed agli amici di SEL, dico semplicemente che, per senso comune, mettere a confronto la candidatura di Renato Soru con tutte le altre in campo, francamente non poteva che portare al risultato che poi si è concretizzato. Per concludere con leggerezza, potremo sperare in una delle tante variabili della leggenda di Re Artù, quella per intenderci che gli affida origini romane, trasformandosi poi nel più rinomato degli condottiero di un nuovo impero, auguriamo quindi a ciascuno dei nostri rappresentanti, di essere per i Sardi e la Sardegna, dei novelli Re Artù !!! a si biri.

  • di Franciscu Sedda

    L’amico Michele Piras chiede pubblica ammenda a sovranisti e indipendentisti visto che la Sardegna ha eletto degli europarlamentari. Insomma, bisognava andare a votare, secondo Michele.

    Il punto è, per chi?

    Il Partito dei Sardi ha di fatto lasciato libertà di coscienza. Era il massimo che si potesse fare.

    Anche volendo lasciare da parte un ideologismo speculare a quello rivendicato da Michele – “meglio un norvegese di sinistra che un sardo di destra” – che porterebbe a concludere che a ben poco vale eleggere un sardo a cui non gliene frega nulla della sovranità della Sardegna e che magari nemmeno considera la Sardegna la sua nazione, rimane un dato politico inevitabile: se si volevano i voti di sovranisti e indipendentisti bisognava chiederli, bisognava conquistarseli con aperture concrete, con una condivisione esplicita di valori e obbiettivi. Lasciamo perdere chi ha addirittura rifiutato di aprire il dialogo su candidature condivise con il mondo indipendentista o quantomeno con la parte di esso più dialogante, come quella che noi rappresentiamo. Con altri, come lo stesso mondo che Michele rappresenta il dialogo è stato appena abbozzato, di fatto ogni spazio di reale negoziazione era già chiuso e fatta salva la stima per singole persone candidate invano si è attesa un’apertura forte sui temi della sovranità e dell’autodeterminazione dei sardi.

    Il che dal nostro punto di vista è comprensibile. Ogni frutto ha i suoi tempi di maturazione. La stessa assenza di una proposta indipendentista a queste elezioni è, dal mio punto di vista, un dato di umiltà e realismo. Non ci si può stracciare le vesti se nemmeno si è avuto il tempo di indossarle.

    Certo resta il dato che molti sardi non hanno votato proprio perché mancava una proposta di sovranità e indipendenza europea. E chi era in campo non ha saputo conquistarsela. A ognuno la sua parte di responsabilità. A noi del Partito dei Sardi, ad esempio, quella di non essere ancora riusciti a rendere concreta la possibilità di un grande schieramento che come è successo in Catalogna ha portato Esquerra Republicana de Catalunya a essere il primo partito con il 24% dei voti. Ma lì ci sono decenni di lavoro. E una sinistra un tempo non indipendentista che oggi ha finalmente abbracciato il tema dell’autodeterminazione nazionale. Da noi il lavoro è da fare.

    Per questo invito Michele a guardare avanti. Invece di recriminare prendiamoci il tempo di rendere esplicito un terreno comune di lavoro, se questo c’è, o di crearlo, se c’è la voglia e la volontà di costruire una nazione sarda sovrana, più giusta, solidale, europea.

    Un’ultima questione che non può sfuggire a una persona esperta come Michele.

    Sono stati eletti dei sardi. Bene. Agiremo perché lavorino per il bene della Sardegna, per difenderne diritti e interessi. Ma la verità è che il mandato di questi non discende né formalmente né sostanzialmente dalla sola Sardegna. Men che meno dal popolo sardo. Per nulla dalla Nazione sarda. I temi e le forme della campagna elettorale lo dimostrano. Il rischio è che ancora una volta i sardi eletti saranno i rappresentanti di tutto – l’Italia, il collegio, il partito, la corrente…o se va bene una qualche idea di Europa – piuttosto che dei sardi e della Sardegna. Ovviamente la speranza è che mi smentiscano.

    Intanto noi continuiamo a lavorare per uno Stato sardo in Europa. Perché se qualcuno oggi gode di avere 3 sardi ci si figuri quanto potrà essere godurioso di averne 7. Eletti a nome della Repubblica di Sardegna.

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