Tagliagambe si dimette dalla rivista Education 2.0 edita da Rcs e rivela il ruolo dei grandi editori nazionali nella revoca del bando Scuola Digitale

17 settembre 2012 09:504 commentiViews: 15

Silvano Tagliagambe si è dimesso dalla redazione di “Education 2.0”, la rivista edita da Rcs che aveva contribuito a fondare. Quella che segue è la lettera che ha inviato a Luigi Berlinguer. Ovviamente non la trovate sul sito della rivista.

 

Un progetto importante è sempre associato a un sogno, a un’utopia che si spera realizzabile.

Quando, con Luigi Berlinguer e gli altri amici che l’hanno ideata e promossa, si è cominciato a parlare di questa rivista il sogno, almeno il mio, era quello che essa potesse costituire un reale strumento di innovazione della scuola, una fucina di idee non soltanto da proporre e discutere, ma da applicare operativamente, in modo da stimolare l’auspicato cambiamento dal basso, per iniziativa degli stessi insegnanti e studenti, dei processi di insegnamento e apprendimento.

L’utopia era ambiziosa, ma siamo andati vicini quanto mai prima alla sua attuazione. La regione Sardegna aveva infatti accolto con entusiasmo la mia proposta di un progetto sistemico di rinnovamento del sistema scolastico basato:

 

• sull’introduzione di tecnologie (collegamenti internet a banda larga e LIM in tutte le aule, computer a tutti i docenti e gli studenti dalla prima elementare all’ultimo anno della scuola secondaria superiore);

• sull’utilizzo delle pratiche ormai consolidate di dematerializzazione, condivisione, e riaggregazione di fonti editoriali in modo da poter disporre di contenuti didattici digitali per tutte le discipline appositamente progettati e realizzati per essere fruibili in modi diversi, quindi realmente personalizzabili, grazie a un innovativo processo redazionale che consentisse di trattare fonti grezze per trasformarle in contenuti aggregati flessibili e in grado di sfruttare la multicanalità;

• sull’inserimento di questi materiali in contesti laboratoriali (gli ambienti di apprendimento) capaci di favorire l’intreccio tra processi di insegnamento e processi di apprendimento, e quindi la costruzione collaborativa delle conoscenze da parte di docenti e studenti;

• su servizi in rete per gli studenti e le loro famiglie tra i quali spiccava l’«help on line», un supporto gratuito di tutoraggio e assistenza per tutti coloro che avessero debiti scolastici da recuperare o comunque un aiuto da chiedere;

• sulla costituzione di un centro di competenze per l’erogazione di servizi di eccellenza.

 

Il finanziamento era imponente: 125 milioni di euro attinti dai fondi europei a disposizione della Regione (FSE e FESR).

L’utopia che si intendeva realizzare consisteva nel creare, attraverso la rete e tutti i prodotti e servizi da realizzare attraverso il progetto, una comunità scolastica regionale collaborativa e autoorganizzata, all’interno della quale i docenti e gli studenti riuscissero a mettere insieme le loro competenze e capacità intellettuali e a condividere le loro conoscenze in modo da esprimere, tutti insieme, una grande forza innovativa.

Il presupposto indispensabile per la nascita e il successivo potenziamento di una comunità di questo genere era l’idea di un nuovo modo di produrre la conoscenza e gli strumenti operativi (manuali e materiali didattici di nuova concezione) indispensabili per la sua costruzione e diffusione: radicalmente decentrato, collaborativo e non proprietario, in quanto basato sulla condivisione delle risorse e degli output tra individui dispersi nello spazio e variabilmente connessi, che cooperano senza dipendere da alcuna forza esterna. Si tratta del modello noto come «produzione orizzontale basata sui beni comuni» [commons-based peer production].

Questo modello è certamente quello che meglio interpreta le caratteristiche della «società della conoscenza», di cui tanti parlano e si riempiono la bocca senza capirne il significato profondo. Ciò che succede con l’avvento di essa è infatti una diversa dislocazione del bene «conoscenza», che cessa di essere «posizionale» per diventare «relazionale». Questo è il punto cruciale meritoriamente messo in evidenza dallo stracitato “Libro Bianco” di Jacques Delors.

I beni posizionali sono quelli il cui consumo ha caratteristiche di esclusività, nel senso che produce un’utilità via via decrescente all’aumentare della fruizione generalizzata. Essi quindi perdono valore con la loro diffusione. Se si fa rientrare la conoscenza all’interno di questa categoria se ne ricava, di conseguenza, una sua concezione elitaria, mirante a sottolineare il fatto che non tutti sono in grado (o hanno il diritto) di possederla, almeno a un livello elevato. È l’idea fissa dei nostalgici dell’accesso ristretto alla scuola (o almeno a certi ordini e gradi di essa, come i licei) e all’università. Sul piano della produzione questa posizione porta alla disponibilità a sobbarcarsi costi elevati di esclusione pur di impedire l’uso di questi beni a chi non li abbia acquisiti o acquistati.

I beni relazionali, al contrario, come, ad esempio, i servizi alla persona, sono quelli che acquistano valore con la loro diffusione e fruizione generalizzata e che generano utilità quanto più vengono condivisi con altri. A differenza di un bene privato, che può essere goduto da solo, e a differenza, altresì, di un bene pubblico che può essere goduto congiuntamente da più soggetti, essi presentano una duplice connotazione. Per quanto attiene il lato della produzione, esigono la compartecipazione di tutti i membri di una determinata comunità o organizzazione sociale; relativamente al lato del consumo, accade che la loro fruizione non può essere perseguita prescindendo dalle preferenze degli altri soggetti, perché il «rapporto con l’altro» è costitutivo dell’atto di consumo. Per la loro specifica natura, i beni relazionali sono pertanto tale da favorire il crearsi e consolidarsi di relazioni basate sulla comunicazione, sullo scambio dialogico, sulla fiducia reciproca, e dunque sulla solidarietà e sulla coesione. Il riferimento a essi e l’inserimento della conoscenza nell’ambito di questa tipologia è alla base della spinta verso la scolarizzazione di massa a tutti i livelli.

La società della conoscenza si basa sull’idea che cruciale per lo sviluppo a tutti i livelli di un sistema sociale sia non solo la qualità dell’istruzione e della conoscenza (che è ovviamente un requisito fondamentale e imprescindibile) ma anche la quantità di quelli che ne possono fruire: non a caso la percentuale dei diplomati e dei laureati sul totale della popolazione è considerata un indice significativo delle potenzialità di crescita di un determinato contesto. Che le cose stiano effettivamente così lo dimostra lo spettacolare progresso di quei paesi che (a differenza del nostro) sono riusciti a coniugare qualità e quantità nei loro sistemi di istruzione.

Il progetto della Sardegna, di cui ero il proponente e il direttore scientifico, era basato su questa idea della conoscenza, e proprio per questo ne escludeva l’uso proprietario. Tradotto in pratica ciò significava che la Regione pagava, ovviamente, i contenuti digitali prodotti, per tutte le discipline e per tutti gli ordini di scuola (l’importo messo a gara era di 20 milioni di euro), ma, altrettanto ovviamente, rivendicava l’incondizionata proprietà dei materiali acquisiti. Questa scelta, oltre a essere on linea con la filosofia complessiva del progetto, era tra l’altro imposta dall’Unione europea, che diversamente avrebbe considerato «aiuti di stato» all’editoria scolastica le risorse erogate.

Ero convinto che, per tutte queste sue caratteristiche, il progetto fosse in piena sintonia con l’orientamento culturale ed editoriale di Education 2.0 e. soprattutto, ne interpretasse in modo genuino la vocazione a stimolare e favorire la creazione di comunità scolastiche in grado di promuovere autonomamente e dal basso il rinnovamento della scuola.

Questo sogno ora è stato messo nel cassetto. La Regione, dopo aver pubblicato il bando con il quale venivano messe a gara le diverse linee d’azione previste dal progetto, con una spettacolare inversione di tendenza ai primi di agosto ha revocato il bando addirittura dopo la scadenza della presentazione delle domande, al punto che alcuni soggetti (CNR, Enciclopedia Italiana, Università Bocconi, Politecnico di Torino tra gli altri) avevano già regolarmente presentato le loro proposte. Sarebbe complesso (e certo non lo si può fare qui) entrare nel merito delle ragioni di questa improvvisa decisione. Quello che è certo è che a essa hanno contribuito anche editori (non tutti e non tutti i più importanti) che hanno preso posizione contro il bando (dopo essere stati già ben prima della sua pubblicazione informati delle sue clausole senza che venissero avanzate obiezioni) proprio per il vincolo della cessione del diritto di proprietà da parte loro dei contenuti didattici prodotti. Di questo schieramento ha fatto parte, a quanto mi risulta, anche l’editore di questa rivista.

È per questo motivo che, prendendo atto senza polemiche (ma anche senza far pilatescamente finta che nulla fosse accaduto) ho rassegnato le mie dimissioni da componente del comitato di direzione della rivista e ho chiesto a Luigi Berlinguer di disporre la cancellazione da esso del mio nome, cosa che è stata fatta prontamente.

A questo punto, per quanto mi riguarda almeno, i sogni da riporre nel cassetto sono due: il progetto Semid@s-Scuola digitale in Sardegna e la collaborazione a una rivista capace non soltanto di interpretare a livello teorico il cambiamento necessario alla scuola italiana, ma anche di promuoverlo attivamente sul piano pratico.

 

 

 

4 Commenti

  • Filippo Cabiddu

    Silvano,
    per quel che può servire hai tutto il mio appoggio

  • Mi pare che occorra trovare “giustificati motivi” per recedere dall’accordo Cappellacci-Profumo. Non credo però verosimile che Cappellacci abbia fatto la cappellata da solo. L’assessore Milia che dice?

  • Bisogna spazzare via la burocrazia insieme ad un sistema politico feudale reciprocamente conniventi.
    È disgustosa l’enfasi di Calvisi nell’annunciare urbi et orbi l’iscrizione a bilancio (mica l’accredito) da parte dello Stato di 1.383.000.000 da dare alla Sardegna ex novellato art.8 dello Statuto sardo, frutto del pactum sceleris tra Prodi e Soru nel lontano 2006. Calvisi sa (ma non lo sottolinea e non protesta, gode nel prendere per il c….tutti noi) che quella somma è relativa agli anni 2010/11/12, cioè 461.000.000 all’anno. In luogo di 1,2/1,5 miliardi in più in ragione d’anno, come da grancassa dell’epoca, avendoci però già accollato il costo per intero della sanità, della continuità teritoriale, del trasporto pubblico locale. Abbiamo guadagnato o abbiamo perso? Domanda retorica ovviamente. E i calcoli chi li ha fatti e sulla scorta di quali parametri? Calvisi sa quanto ci spetta per il 2013? E poi, e poi….. Ecco, il futuro della Sardegna è nelle mani di gente siffatta! Tengono famiglia e la carriera è la carriera, in specie quando non si ha nulla da fare in alternativa.

  • il progetto in questione avrebbe posto la Sardegna all’avanguardia su tutte le altre regioni, andando oltre e superando gli apparati.
    È evidente quindi che un progetto del genere andava affossato ed annullato a favore comunque di una regione del sud, consentendo allo stato di fare la solita figura del buon padrone che elargisce qualcosa ai suoi sudditi.
    E tutto questo grazie alla ignoranza, insipienza, connivenza e complicità (non so quale di queste componenti, probabilmente tutte)del governo regionale, in questo ben supportato dai suoi burocrati, molti dei quali sicuramente asserviti anch’essi al potere centrale.
    Questo fatto mi convince sempre di più che ci vorrà anche un rinnovamento di tutto l’apparato burocratico regionale, cosa che evidentemente questa giunta non ha fatto, visto che si è tenuta tutti o quasi i direttori generali.
    Fateci caso che sono gli stessi da oltre dieci anni, e se non erano in quell’assessorato erano in un altro, personaggi buoni per tutte le stagioni, perfettamente a conoscenza della macchina regionale, in grado di risolvere qualsiasi problema grazie alla rete di connivenze creta ed intrecciata in tanti anni di esercizio del potere.
    Riusciremo mai a liberarci dal giogo della burocrazia connivente?

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