Sui referendum: sì alla mediazione, no alla reazione conservatrice

18 maggio 2012 07:054 commentiViews: 3

sl0945Può darsi che mi sbagli, ma nelle ultime ore ho avvertito un clima che mi preoccupa. Mi riferisco all’esito dei referendum. È stato accertato che erano largamente inammissibili. Bene; lo sapevamo. E allora? In ragione del solo dato formale, che non è banale ma non può essere l’unico preso in considerazione dopo che la consultazione elettorale comunque si è svolta, si sta pensando di far finta di niente? Spero proprio di no e comunque io, come Presidente della Prima Commissione non lo consentirò.
La parola giusta per la difficile situazione che si è venuta a creare non è ‘reazione’, tanto meno ‘conservazione’; la parola giusta è ‘riforma’, cioè ‘mediazione e cambiamento’. Concretamente che cosa significa sulle province? Io credo che significhi più o meno questo:
1) le province della Sardegna ritornano a essere 4, perché così ha voluto il referendum;
2) i compiti delle province si riducono alle sole due funzioni di indirizzo e coordinamento previste dal Decreto Monti (praticamente diventano istituzioni che sopravvivono solo perché previste dalal Costituzione, ma che sono destinate a morire). Le province dovranno essere governate da organi di secondo livello eletti dai sindaci (come prevede il Decreto Monti e come era previsto dalla norma approvata in Prima Commissione). In questo modo si soddisfa l’altra istanza del referendum: semplificare il ceto politico.
3) Si prevede una procedura di adesione dei comuni alle 4 province.
4) Le funzioni vere di area vasta (strade, scuole, biblioteche, ambiente ecc.) rimangono organizzate su otto distretti, perché l’elettorato non ha assolutamente detto che Olbia deve essere amministrata da Sassari, o Carbonia da Cagliari o Tortolì da Nuoro; sempre su otto distretti rimangono organizzati i collegi elettorali e le Asl.
5) Le istituzioni di area sovracomunale devono ridursi da 21, numero attuale, a 8. La legge stabilisce il percorso di riforma e la transizione.
6) La transizione viene incardianta sui presidenti delle attuali province, o sui vicepresidenti in caso di presidenti dimissionari o dimissionati.
Sulle indennità, la cui revoca sta creando un mare di problemi all’amministrazione regionale perché anche questa scelta del referendum è incostituzionale, bisogna essere chiari. Il referendum ha espresso male un concetto positivo: l’elettorato ritiene che i consiglieri regionali abbiano un’indennità troppo alta. Quindi l’indicazione è: tagliare. Su questa linea stava già lavorando, e con successo, il Presidente del Consiglio, la quale, guidando l’Ufficio di Presidenza, aveva già prodotto, tra la fine della precedente legislatura e l’inizio dell’attuale, tagli pari al 24% dell’indennità. Dobbiamo aumentare il taglio fino a una percentuale in diminuzione totale che si ritiene congruo all’indicazione referendaria. Un processo del genere, che lavora sul taglio complessivo, non obbliga i consiglieri regionali a rivotarsi lo stipendio, ma li impegna a esprimersi sul taglio. Resto dell’avviso, però, che questa potrebbe essere solo una soluzione transitoria, perché il tema delle indennità è tema della prossima campagna elettorale (che io mi auguro imminente e sovranista). Sarà la prossima maggioranza a farsi dare un mandato netto e inequivocabile dall’elettorato sulla dimensione equa e sostenibile dell’indennità ( ho già illustrato che cosa farei io a regime).
Una cosa è certa: bisogna fare presto e bene, perché i problemi stringenti sono quelli dell’impresa e del lavoro e bisogna occuparsene immediatamente.

4 Commenti

  • Per Raid66: non so chi Lei sia, ma certamente non ha letto ciò che ho scritto, perché dico esattamente il contrario di ciò che Lei scrive. Per il resto io non mi sento e non sono casta, ma la mia vita è sotto gli occhi di tutti. Faccia la stessa cosa Lei: non si nasconda e dia sostanza, con la sua vita, alle sue parole..

  • La procedura proposta è ragionevole ed interessante.

    I miei dubbi riguardano:
    L’adesione dei comuni alle 4 province. Secondo me la composizione delle province dovrebbero essere stabilita dall’alto per mantenere un certo equilibrio fra di esse come numero di abitanti.

    Secondo me la transizione non dovrebbe esssere incardianata sui presidenti delle attuali province, o sui vicepresidenti in caso di presidenti dimissionari o dimissionati. Preferirei commissari ad acta.
    Perchè un Deriu o un Sanciu non mi danno assicurazione di efficenza e celerità nell’operare la riforma.

    E visto che ci siamo perche non operare una razionalizzazione dei comuni. O è un tabù ?.

  • Gentile Paolo, finalmente qualcuno propone qualcosa. Vorrei porti un paio di domande. Tu parli di funzioni di area vasta esercitate da 8 distretti, con confini e compiti, penso, pari a quelli delle attuali 8 provincie. Se cosi` fosse cosa cambierebbe, il nome? Per quale motivo i collegi elettorali dovrebbero essere gli stessi? Per tutelare qualce sinecura elettorale come il Sulcis? Se vogliamo sparigliare ed innovare, non sarebbe il caso di avere piu´ coraggio e pensare ad una legge elettorale totalmente diversa, mettiamo con i collegi uninominali?

  • mi pare un ragionamento assolutamente condivisibile.
    serve forza e tenacia per portarlo avanti, doti che non ti mancano.
    buon lavoro

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