Ieri il consigliere Giuseppe Farris ha presentato alla stampa un corposo dossier sull’edificando Stadio del Cagliari, precisando contenuti e prospettive politiche.
L’opposizione di Destra, pigra, tragicamente parassataria, tanto autoritaria quanto tronfia, bugiarda e fanfarona, dovrebbe imparare da lui (e da Truzzu, che è l’unico consigliere regionale che si guadagna la pagnotta col lavoro).
Ecco qui il dossier.
Si tratta di un esame dettagliato delle carte ad oggi depositate e ancora sottratte all’esame del Consiglio, articolato in cinque punti. I giornali oggi ne danno conto solo nelle pagine interne (prima o poi abbandonerò la forma del blog e farò un giornale on line, essenziale, di quattro pagine, ma aperto, libero, autentico, rapido, scritto al mattino e non nella sera precedente. Un giornale a difesa delle libertà individuali contro il potere degli apparati e la forza delle narrazioni di comodo).
Questi i punti, in sintesi, ma raccomando la lettura integrale.
- Lo stadio rischia di costare molto più di quanto si dice
Il progetto viene raccontato come un grande investimento privato. In realtà i numeri mostrano una presenza molto forte di risorse pubbliche. Il fabbisogno finanziario complessivo indicato nel piano è di circa 218 milioni di euro. Di questi, 60 milioni sono contributi pubblici. La Regione Sardegna mette 50 milioni a fondo perduto. Il Comune di Cagliari aggiunge 10 milioni per la demolizione del vecchio stadio Sant’Elia. Il pubblico, poi, è chiamato a dare le garanzie bancarie, che sono altre risorse, altri valori.
L’apporto di capitale privato previsto è anch’esso di circa 60 milioni, il resto è accesso al credito.
Questo significa che pubblico e privato pesano in misura simile nell’operazione, con la differenza che il pubblico è più sbilanciato del privato sul versante delle garanzie.
Non è quindi corretto dire che lo stadio lo fanno i privati.
I rischi economici restano notevolmente sulle spalle dei cittadini per i prossimi cinquant’anni.
- Il canone di concessione è quasi simbolico
Il piano economico finanziario prevede un canone di concessione di 50 mila euro all’anno. La concessione però dura 50 anni. Lo stadio genererà ricavi molto più elevati. I ricavi annui a regime sono stimati in circa 15,7 milioni di euro. L’EBITDA (in Italia usano di più la sigla Mol – Margine Operativo Lordo) medio annuo previsto è tra 7 e 8 milioni. Un canone di mercato minimo dovrebbe essere di circa 785 mila euro all’anno. Nello scenario più alto potrebbe arrivare a 1,57 milioni annui.
Questo significa che il Comune potrebbe incassare molto meno del valore reale della concessione. La perdita potenziale stimata in cinquant’anni è di circa 36,75 milioni di euro. In termini politici significa che uno dei terreni più importanti della città viene concesso con un ritorno molto ridotto. Solo per indicare altri percorsi. A Milano, Milan e Inter, per non avere fastidi, hanno comprato il terreno e non hanno cercato la finanza pubblica. Qui mi pare che si sia cercato il terreno in concessione per trovare la finanza pubblica. Ma si sono anche trovati amministratori vanitosi che immaginano di far carriera politica risolvendo il caso dello stadio. Il diavolo ama i vanitosi.
Il Consiglio comunale è stato scavalcato
Un progetto di questa dimensione riguarda l’intera città. Il piano economico finanziario impegna risorse pubbliche e decisioni per molti anni. La competenza è indiscutibilmente del Consiglio comunale. Il Consiglio è l’organo che rappresenta direttamente i cittadini. È l’organo che deve discutere gli atti fondamentali e le scelte strategiche. Il progetto però non è stato ancora portato all’esame dell’aula consiliare. La trattativa sul piano economico è stata gestita dalla Giunta. Questo solleva un problema istituzionale molto serio. Il Consiglio rischia di essere escluso dalla decisione più importante degli ultimi decenni. La richiesta di Farris è semplice: il Consiglio deve poter discutere e decidere.
I rischi legali ed europei dell’operazione
Il progetto si inserisce in un quadro normativo complesso. La procedura di finanza di progetto è oggi oggetto di riforme a livello europeo. La Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione sulla normativa italiana. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha criticato il diritto di prelazione del promotore. Questo significa che alcune procedure relative allo Stadio di Cagliari potrebbero essere considerate incompatibili con il diritto europeo. Se un operatore economico impugnasse la procedura, il progetto potrebbe essere bloccato. Questo è un rischio reale per l’amministrazione. Significa anche rischio di contenziosi lunghi e costosi. Le grandi opere devono nascere su basi giuridiche solide. Per questo chiediamo la massima prudenza prima di decisioni definitive.
Il possibile problema degli aiuti di Stato
Il piano prevede contributi pubblici molto consistenti. Sono previsti 50 milioni dalla Regione e 10 milioni dal Comune: questo potrebbe configurarsi come un aiuto di Stato. Un aiuto di Stato deve essere notificato preventivamente alla Commissione Europea. Se la notifica non avviene, l’aiuto può essere dichiarato illegittimo. In quel caso la Commissione può ordinare il recupero dei fondi. Significa che i soldi pubblici potrebbero dover essere restituiti. Questo rischio deve essere valutato con grande attenzione. Le istituzioni devono evitare operazioni che possano creare problemi futuri. La tutela delle risorse pubbliche deve essere la priorità.
Conclusione politica
Farris dichiara di non essere contro lo stadio. Una città moderna può certamente dotarsi di una nuova infrastruttura sportiva. Ma lo stadio deve essere costruito con regole chiare. Deve essere garantito l’equilibrio tra pubblico e private, nella trasparenza delle decisioni. Deve essere garantito un ritorno adeguato per la città. Non può nascere su numeri poco chiari o su procedure discutibili. L’obiettivo non è fermare il progetto, ma migliorarlo. Perché lo stadio deve essere dei cittadini, non dei privilegi.

Non so sulla vicenda Stadio, ma dell’opposizione di Destra in Consiglio Comunale a Cagliari apprezzo il lavoro di Alessandra Zedda (la migliore dei Zedda in Via Roma) e di Stefania Loi, di Nando Secchi e di Corrado Maxia. Poi, rifletto sul fatto che Cellino fece diversamente rispetto a Giulini, e cosa ottenne? Una cella in carcere! Cosa si deve fare in Italia per costruire un’opera pubblica? Nelle altre Nazioni i tempi sono mille volte inferiori. Tempi burocratici e costi!!
Vengo spesso redarguito se non praticanente insultato ( con mio gaudium magnum …habemus certitudo ) da tifosi italosardi del GiuGlini Galcio (mi capita anche nelle mie uscite politiche dove i bipolaristi mi danno alternativanente del comunista e del fascista …ed IO sarcasticamente e sardasticamente rido e irrido ) PERCHÈ CONTRARIO allo Stadio che si vuole costruire nel posto più lontano dal Resto dell Isola, in un luogo troppo costoso, con il Pubblico che ci mette i soldi tre volte (costruzione gestione rischio )…e che resterá in mano ai Privati che mi faranno pure pagare il biglietto per la partita . Sinceramente credo che se un Presidente avese bisogno di uno Stadio Tutto Suo dovrebbe avere la possibilità di farselo …pagando di tasca sua. Fare uno Stadio oggi è una attività di impresa esattamente come un ristorante un albergo una farm un centro benessere un parcheggio un centro commerciale uno speed date …. si accontentasse dellle leggi di settore a cui tutti NOI p.ive(lli) dobbiamo sottostare . Ah,non iela fa? …e pazienza . Vendesse prima .
…..ma non è possibile che esistano solo persone furbe, nel pubblico e nel privato, esistono anche persone etiche di caratura dinastica, corrette, che usano la rettitudine anche con gli affari, soprattutto quando si ha a che fare con le pubbliche amministrazioni….. magari non sono facili da trovare…….. e forse noi neanche le cerchiamo.
Grazie Paolo, aspettiamo il giornale!
CAMPO VIA CASTIGLJONE MORTO;CAMPO VIA SCHIAVAZZI MORTO;CAMPO VIA FIGARI IN AGONIA;VIA CADELLO IDEM.IL COMUNE PENSA ALLO STADIO COSI LA DOMENICA MANDIAMO LA GIOVENTU A SANT’ELIA !!!
Pàulu, as a fàghere «un giornale on line»?
Deus lu fetat! Marranu si li pones Sardigna e libbertade!
No ca in sardu «non tutto fa brodo» ca fàulas e fesserias si ndhe podet iscrìere in totu sas limbas chentza las nàrrere in peruna limba, ma intantu «non tutto fa brodo» e però carchi cosa emmo! E sa libbertade (cun duas /bb/ e cun d-una puru, e fintzas chentza mancuna ca liertade cheret nàrrere lieru, sanu, mih, de conca e de pes!) tenet unu sensu ebbia (s’àteru est unu «vicolo cieco») e gai pro sos Sardos e sa Sardigna puru, in tempus de fàghere contos a pódhighes e fintzas a “AI”.
Un canone fisso e una percentuale sul fatturato (non su ebitda).
Soluzione adottata in diverse infrastrutture all’estero con garanzie bancarie bilanciate a media ‘pesata’.
Il giornale, sarebbe ora; perché non attivare un crowdfunding?
Egregio, non sarà il caso di definire questa commedia col termine appropriato di vergogna? La Sardegna e Cagliari versano in condizioni pietose dalla sanità alle strade penose, dalle opere infrastrutturali che non vengono fatte ai servizi (acqua, rifiuti) scadenti che ci costano un occhio e questi scappati di casa cosa fanno? Gettano al cesso centinaia di mln di euro oppure regalano aeroporti? Che schifo. Saluti.
L’editoriale della domenica delle palme di Maninchedda coglie un punto che ormai non è più opinione, ma evidenza documentale: il progetto dello stadio del Cagliari, così come strutturato, presenta criticità talmente macroscopiche da rendere quasi imbarazzante il livello di superficialità – per usare un eufemismo – con cui è stato gestito.
Il lavoro del consigliere Giuseppe Farris è, al contrario, un raro esempio di analisi seria, puntuale e soprattutto fondata su carte e numeri. E i numeri, si sa, hanno il brutto vizio di non piegarsi alle narrazioni. Basta leggere le osservazioni tecniche per capire che qui non siamo davanti a un “grande investimento privato”, ma a un’operazione in cui il pubblico non solo entra pesantemente, ma si accolla rischi, garanzie e – soprattutto – le conseguenze future.
Parliamo di un contributo pubblico che, tra Regione (50 milioni), Comune (10 milioni) e intervento SFIRS (30 milioni), diventa strutturalmente dominante, con un equilibrio pubblico/privato quantomeno discutibile, per non dire distorto.
E il tutto a fronte di un canone di concessione che definire simbolico è già un atto di generosità: 50.000 euro l’anno per un’infrastruttura che genera milioni. Una scelta che, tradotta dal politichese, significa una cosa sola: perdita certa per la collettività e vantaggio garantito per il concessionario.
Ma il vero capolavoro – degno di una scuola amministrativa che potremmo definire “creativa” – è il bypass del Consiglio comunale. Perché qui non si tratta di una pratica ordinaria, ma di un’operazione che vincola la città per 50 anni, con impatti economici, urbanistici e finanziari enormi. Eppure la Giunta procede, tratta, negozia… come se fosse una questione di ordinaria amministrazione. Un dettaglio quasi folkloristico, se non fosse che si tratta della decisione più rilevante degli ultimi decenni.
Sul piano giuridico, poi, siamo al livello successivo: diritto di superficie, rischio di esecuzioni da parte dei creditori, procedura di project financing già attenzionata a livello europeo e potenzialmente incompatibile con il diritto UE. In sostanza, un impianto che rischia di essere impugnato e smontato pezzo per pezzo, con il risultato di lasciare in eredità contenziosi e costi.
E qui entra in scena anche la Regione, con la sua presidentissima, che mette sul piatto la quota più rilevante di risorse pubbliche… senza che risulti – almeno pubblicamente – un’analisi altrettanto rigorosa e approfondita. Ed è questo forse l’aspetto più surreale: la minoranza consiliare comunale produce un dossier dettagliato, mentre a livello regionale – dove si mettono decine di milioni – regna un silenzio che definire assordante è riduttivo.
La verità è che siamo di fronte a un doppio fallimento politico-amministrativo:
da un lato la Giunta Zedda, che gestisce un’operazione complessa con un approccio che oscilla tra l’approssimazione e l’improvvisazione;
dall’altro la Giunta Todde, che finanzia senza pretendere – o quantomeno rendere pubblica – un’analisi di pari livello.
Il risultato? Un progetto che, anziché rappresentare un’opportunità per la città, rischia di trasformarsi in un danno strutturale: economico, per i conti pubblici; istituzionale, per il ruolo marginalizzato del Consiglio; e sociale, perché le scelte fatte oggi vincoleranno intere generazioni.
E allora sì, ha ragione Maninchedda: lo stadio non è il problema. Il problema è come lo si sta costruendo, e soprattutto per chi. Perché così com’è, più che uno stadio dei cittadini, sembra l’ennesima operazione dove il pubblico paga e il privato incassa. E il resto è narrazione.
Bisognerebbe chiedersi, come si è arrivati a questa situazione. Di chi le responsabilità?
Buongiorno e buona domenica delle Palme.
La notizia nella notizia ( che si aspettava da tempo) è che finalmente metterà in cantiere un giornale.
Grazie prof.
Se non ricordo per Cellino la storia era diversa.
Farei con grandissimo piacere l’abbonamento al tuo giornale on line. Buona domenica.