Talvolta, l’avv. Macciotta sembra Alicio nel Paese delle Meraviglie, ma siccome chi lo conosce, come me, sa che niente di umano può stupirlo, la sua risposta all’interrogazione del consigliere Giuseppe Farris evidenzia solo una cosa: un terribile, molecolare, fastidosissimo imbarazzo, pudicamente velato da cortese innocenza.
La realtà però è durissima. C’è un passaggio, nella risposta scritta all’interrogazione sul Pef occulto del nuovo stadio, che merita di essere evidenziato senza ipocrisie: l’Amministrazione ammette, nero su bianco, che il Piano Economico Finanziario presentato dalla società proponente contiene criticità gravi e potenzialmente incompatibili con l’interesse pubblico. Ma la domanda vera non è se queste criticità esistano: è perché ce ne si accorga soltanto ora. Perché sono criticità talmente macroscopiche da apparire, più che un problema tecnico, una fotografia impietosa di una debolezza amministrativa e politica.
La prima anomalia
La società proponente – o meglio, la società di scopo (SPV = Special Purpose Vehicle) – punta a ottenere un diritto di superficie per 50 anni, con rientro finale del suolo e dello stadio al Comune.
Il Comune, con ritardo quasi imbarazzante, scopre ciò che qualsiasi amministratore diligente avrebbe dovuto contestare al primo minuto: la cessione di fatto della disponibilità del bene.
Qui non siamo davanti a un dettaglio tecnico: siamo davanti alla messa in ostaggio di un asset pubblico strategico per mezzo secolo.
E non basta: il Comune stesso riconosce il rischio che, su tale struttura, possano innestarsi garanzie ipotecarie in favore dei finanziatori, con il correlato pericolo di esposizione a iniziative espropriative.
È un punto devastante. Perché significa ammettere che la proposta è costruita in modo da rendere possibile una logica tipica delle operazioni di finanza aggressiva: privatizzazione dei profitti e socializzazione del rischio patrimoniale. Il Comune si affretta a proporre una “soluzione”: non più diritto di superficie, ma mera concessione d’uso.
Tradotto: si cerca di rimettere il pubblico al riparo dal rischio di esproprio indiretto del bene.
Ma allora la domanda diventa inevitabile: com’è stato possibile arrivare fino a questo punto senza che la differenza tra diritto reale e concessione fosse stata posta come condizione preliminare, non come correzione tardiva?
La seconda anomalia
Il punto più imbarazzante, però, è un altro. Il Comune ammette che il canone annuo proposto è di 50.000 euro, definendolo “esiguo e non condivisibile” e dichiarando che non sarebbe conforme all’art. 185 del D.Lgs. 36/2023, che impone un vantaggio economico complessivo per l’ente concedente.
Questa frase è una confessione politica, prima ancora che amministrativa: si riconosce che il corrispettivo previsto è inadeguato, ma lo si dichiara solo ora, dopo mesi, quando la proposta è già stata “incardinata” e quando la società ha potuto presentare il progetto come sostanzialmente credibile e avanzato.
E qui sta il nodo: se il canone è inadeguato oggi, lo era anche ieri.
Se non è congruo rispetto alla redditività complessiva, significa che il PEF è stato costruito su un equilibrio spostato a favore del privato, con un Comune relegato al ruolo di concedente debole, chiamato a mettere il bene e ad accontentarsi di una cifra simbolica. Un canone di 50.000 euro annui, in un’operazione che prevede sfruttamento economico pluridecennale di un grande impianto urbano, non è solo “basso”: è istituzionalmente degradante. È il classico importo che non misura un valore, ma serve solo a far finta che esista un ritorno pubblico. E se oggi il Comune dichiara che quel canone “non appare conforme”, significa implicitamente una cosa: qualcuno ha cercato di far passare un valore che non regge né economicamente né giuridicamente.
Garanzie pubbliche per un credito privato
In tutto il testo c’è un segnale chiaro: la SPV vuole un asset stabile, lungo e “bancabile”, perché ciò consente di ottenere finanziamenti. E qui appare la dinamica più tossica che un ente pubblico dovrebbe respingere senza esitazione: la bancabilità dell’operazione viene costruita cercando coperture indirette nella sfera pubblica.
Perché è questo il senso vero del diritto di superficie lungo e della possibile ipoteca: creare condizioni perché la finanza privata possa sentirsi tutelata.
Ma il principio dovrebbe essere opposto: se l’operazione è sostenibile e redditizia, il rischio finanziario deve restare in capo al proponente, non essere scaricato sull’ente concedente attraverso meccanismi reali o para-reali. È il cuore del problema: si tenta di trasformare un investimento privato in un investimento “garantito” dal pubblico, senza chiamarlo così.
Scusate il ritardo
Il Comune afferma che l’istruttoria è ancora in corso e che sono emersi “positivi elementi di condivisione sociale e ambientale”. Ma questa parte è quasi grottesca, perché prova a coprire con formule generiche ciò che nel testo emerge con chiarezza: le criticità sono sostanziali e strutturali. Non siamo davanti a una piccola integrazione documentale. Siamo davanti a due elementi che, se confermati, rendono l’operazione rischiosa per il patrimonio pubblico (diritto di superficie + ipoteca possibile), squilibrata economicamente (canone irrilevante rispetto alla redditività). E allora non basta dire “ne parleremo al proponente”. Serve una presa d’atto politica: questa proposta, così com’è, è un problema, non una base di lavoro.
Un Comune sotto dettatura
La risposta scritta prova a recuperare controllo, ma finisce per certificare una realtà: la trattativa è stata impostata in modo tale che il Comune rincorra, anziché governare. Il Comune si accorge oggi che:
– l’impostazione giuridica (diritto di superficie) è incompatibile con l’interesse pubblico;
– il canone è ridicolo e probabilmente illegittimo in rapporto al Codice dei Contratti (Decr. Legs. 36/2023);
– l’operazione rischia di trasformarsi in una architettura bancaria “protetta” dal pubblico.
Tutto questo non è soltanto un errore di valutazione: è un rischio istituzionale. Perché quando un’amministrazione pubblica ammette per iscritto che i termini economici sono incongrui e che la struttura proprietaria espone il patrimonio, non sta facendo trasparenza: sta confessando che il filtro dell’interesse pubblico è stato applicato tardi e male.

Cxxxxx
Se lo stadio si vuole fare, è neccessario che sia totalmente pubblico ( regione e città metropolitana) € 2 ,00 parcheggio a pagamento per l’ intera durata della manifestazione di turno. Apertura a ( grandi eventi e concerti) con quota parte per i soggetti pubblici. La società Cagliari calcio, dovrà versare annualmente l’ ingaggio per il contratto e il suo rinnovo annuale. Tutto questo per fare rientrare nelle spese Comune e Regione. E dulcis in fundo si potrebbe chiedere un contributo alla Federcalcio.
Come ho sempre sostenuto questo stadio nn solo nn lo vedremo x gli europei, ma nn lo vedremo mai xche siamo governati da pagliacci incompetenti
Comune che scopre tardi ciò che doveva vedere subito.
50 anni di diritto di superficie? Un asset pubblico messo in ostaggio, mica partnership.
Canone da 50.000 € l’anno? Non “esiguo”: simbolico, quasi umiliante per le istituzioni.
Tradotto: profitti al privato, rischi al pubblico.
A questo punto e dopo aver atteso decenni per il nuovo stadio si dica alla società di Giulini di costruire il nuovo impianto da un altra parte. lasciando i ruderi del vecchio Sant’Elia nelle mani del comune che dovrebbe sobbarcarsi l’onere della demolizione e della bonifica del terreno!
Non è che é la stessa gente del project di ASL n. 3 di beneamata memoria? La candida innocenza pare simile
signor Antonello Gregorini no Pigliaru e Solinas erano contrari infatti quando hanno chiesto garanzie il Cagliari Calcio si è ritirato , sono convinto che alla fine lo stadio lo pagheremo noi contribuenti, però una domanda come hanno fatto a Torino, Udine, Bergamo ha dare in concessione lo stadio basta copiare penso che la legge sia uguale o no
Egr. Prof.
Ma non c’ è nessun don Rodrigo di manzoniana memoria, che in questo territorio. emerso oltre 500 mln di anni fa, e che ne ha visto e subito di tutti i colori, possa far valere la volontà di un popolo che a gran voce urla, anche tramite l’avv. Macciotta, che è giunta l’ora che un bauscia milanese la smetta di volerlo prendere per i fondelli ( alias CULO) come fa da anni con la sua “fabbrichetta” fonte di enormi guadagni ma di soli problemi ambientali per chi ci vive vicino?
Ma basta! Viva don Rodrigo!!
Buona giornata.
Toc toc! Toc toc! Corte dei Conti….. Piazza Repubblica…. siete troppo occupati con la paura di perdere il potere di lobby per non vedere cosa sta accadendo in questa che da culla del diritto è ormai una cloaca da giungla?
Cosa ci meraviglia? il Sindaco è noto (deliberazione G.C. 25 agosto 2011, n. 165) per essere avvezzo a sperperare denaro pubblico (sentenza n. 395/2025 della Corte d’appello) -nel caso specifico 1.168.000€-
Bisogna riconoscere al consigliere Farris l’utilità della sua azione. La domanda a questo punto è: ma l’opposizione sul tema stadio e altri temi, in Consiglio Comunale. Ma anche in Regione, che fa? Avevano preparato loro questo piattino e quindi ne condividono la sostanza e l’operato sfavorevole agli interessi pubblici?
La pressione della tifoseria è trasversale e incredibilmente forte.
…ma non farebbe prima il sig GiuGlini a farsi lo Stadio completamente a spese del suo GiuGlini Calcio spa ….come del resto fanno le altre società ? Come peraltro voleva fare il sig Cellino quando era sindaco l@ltro Massimo …che neanche voleva farlo a SantElia che resta vomunque il posto più lontano dal Resto della Sardegna ?
50.000 : 12 = 4.166,6 euro al mese. Un canone ridicolo. Una squadra di calcio ne spende di più per l’affitto di un appartamento con jacuzzi e playstation per il giocatore più scarpone che ha in panchina.