L’avviso di conclusione delle indagini notificato dalla Procura di Cagliari sul cosiddetto “Sistema Arpas” (guarda a caso, l’ennesima indagine sempre sulla Giunta Solinas a fronte del freno a mano tiratissimo sulle tante aporie della Giunta Todde) presenta un quadro accusatorio ampio e complesso. Le contestazioni riguardano ipotesi di corruzione, traffico di influenze illecite, falso ideologico, irregolarità nelle procedure amministrative, interferenze nell’esercizio di funzioni pubbliche e presunti favoritismi nella gestione di incarichi e appalti.
L’impianto dell’accusa ricostruisce una rete di rapporti personali, contatti, e incontri che, secondo la Procura, rivelerebbero l’esistenza di accordi e condotte illecite (il verbo ricorrente è “promettere”, azione che non si mette per iscritto). È un’impostazione frequente nelle indagini contemporanee, soprattutto quando si tratta di reati che raramente lasciano tracce evidenti. Tuttavia la lettura dell’atto suggerisce una riflessione che va oltre il caso concreto e riguarda il modo stesso in cui si forma la prova nel processo penale.
Si capisce che si ritiene dimostrato un sistema di relazioni personali come presupposto e ambiente della realizzazione dei reati. In genere i rapporti sociali non sono ricostruibili per atti amministrativi, mentre lo sono certamente attraverso le conversazioni. Terreno scivoloso.
Le intercettazioni costituiscono uno straordinario strumento investigativo. Nessuno ne mette in discussione l’utilità. Esse consentono di scoprire relazioni, di individuare collegamenti, di orientare le indagini e di verificare ipotesi investigative. Il problema nasce quando il loro ruolo sembra trasformarsi da strumento di ricerca della prova a prova del reato. Una conversazione intercettata documenta un fatto preciso: qualcuno ha pronunciato determinate parole. Nulla di più e nulla di meno. Da quel momento in poi inizia un percorso interpretativo. Per questo a me pare che tutta la filiera di comando, da Solinas, a Scano, alla Curto, alla Cocco siano tirati dentro questa storia per i capelli, esattamente come si fa quando si costruisce un teorema presuntamente logico, sostanzialemnte narrativo, cioè suggestivo.
Entriamo nel merito di questa tipologia di indagini.
L’investigatore attribuisce un significato alle parole.
Il pubblico ministero inserisce quel significato dentro una ricostruzione accusatoria.
Infine il giudice sarà chiamato a stabilire se quella interpretazione sia corretta.
Ma il reato non coincide con l’interpretazione delle parole.
Il reato coincide con un fatto.
Se due persone parlano della possibilità di influenzare una procedura amministrativa, l’intercettazione dimostra che quella possibilità è stata discussa. Non dimostra che l’influenza sia stata realmente esercitata. Se un soggetto promette un favore in cambio di un favore, la conversazione dimostra l’esistenza dell’auspicio dello scambio, non che esso si sia concretizzato o che non sia stato una volgarissima millanteria. Non dimostra, insomma, che i favori ci siano stati e siano stati scambiati. Se un interlocutore afferma di poter orientare una decisione pubblica, l’intercettazione prova che egli ha pronunciato quella frase. Non prova che possedesse davvero quel potere né che lo abbia utilizzato.
Esiste insomma un problema delicato. Le intercettazioni non registrano soltanto fatti; il più delle volte registrano intenzioni, desideri, aspettative, ipotesi, timori, millanterie, esagerazioni e perfino fantasie. La vita reale è piena di persone che promettono ciò che non possono mantenere, vantano influenze che non possiedono o immaginano risultati che non si realizzeranno mai. Il diritto penale occidentale si è sviluppato proprio per evitare che il pensiero venga confuso con l’azione. La tradizione giuridica ha sempre distinto tra ciò che una persona pensa, ciò che dice e ciò che effettivamente fa.
Questa distinzione oggi rischia di indebolirsi.
Sempre più spesso il percorso logico sembra essere il seguente: una conversazione viene interpretata come manifestazione di un’intenzione; l’intenzione viene assunta come un fatto; la conversazione diviene dimostrazione del reato (chissà perché mi vien da pensare ai motivi dell’arresto ingiustificato del sindaco di Ottana).
Si tratta però di tre passaggi differenti, ciascuno dei quali richiederebbe una verifica autonoma. La prova del reato dovrebbe trovarsi negli atti amministrativi, nei documenti, nei flussi finanziari, nei vantaggi effettivamente ottenuti, nelle decisioni concretamente assunte e negli effetti realmente prodotti. Le intercettazioni dovrebbero indicare dove cercare questi elementi, non sostituirli. Una telefonata può annunciare un reato. Può descriverlo. Può persino rivelarne la preparazione. Ma non dovrebbe bastare, da sola, a dimostrarne l’esistenza. Altrimenti il rischio è quello di scivolare, quasi senza accorgersene, dal processo dei fatti al processo delle parole. E uno Stato di diritto non giudica le parole perché le considera sospette; giudica i fatti perché riesce a provarli.

Siamo alle solite, una magistratura a sentimento a corrente alternata.
Non c’é da stupirsi quindi se, nonostante le nuove norme approvate dal CSM , le stesse procurano fastidiosi il mal di pancia a gran parte della Magistratura Inquirente e Giudicante e di conseguenza a quella stampa “libera”.
Solo aver approvato le “linee guida” – che impongono ai Giudici meno conferenze, sobrietà estrema, il dovere di rettifiche di grado in grado, non piacciono ai diretti interessati e sembrerebbe preoccupino la Federazione nazionale della stampa. Guarda caso quella stampa, sempre più interessata alle veline del palazzo ,per fornire in nome del diritto di cronaca, solo per alcuni , la notizia in prima pagina di presunti reati, e tacere per altri o, in caso di assoluzione o archiviazioni perché i fatti imputati non costituiscono reato .
Come si comporteranno quindi se Il testo , come si legge, introduce rigidi paletti sul diritto-dovere della magistratura a rendere conto del suo operato e dei cittadini a essere informati?
E’ questa la vera domanda. E come si comporterà la stampa “libera” nei confronti del presunto Reo, nel dare risalto a questo o a quel PM da lanciare nel firmamento mediatico, se lo stesso deve finalmente giustificare la sua personale interpretazione di un presunto reato, o peggio solo per alcuni ” amici” , l’assoluta mancanza di notizie rispetto ad indagini in corso,
Forse finalmente potremo sentire le giustificazioni dei PM e dei giudici sul comportamento che avrà visto, per i medesimi presunti reati , indagini che per alcuni, diluite sino ad arrivare alla prescrizione del reato, mentre per altri , pochi, indagini e processi spediti e magari alla condanna ? Per lo stesso reato Due pesi e due misure Cittadini disuguali davanti alla legge.
Potremo finalmente assistere ad indagini e processi uguali per ogni cittadino, e finalmente vedere applicare il sacrosanto diritto sancito dalla costituzione che prevede che l’onera della PROVA ( non la libera interpretazione ) spetta al PM e non a carico del Cittadino ? Non ci resta che sperare.
Questo gentile spazio ospitante ha sempre garantito gratuiti spunti e riflessioni di qualità.
Tuttavia, mai come oggi ho letto parole tristemente illuminanti su una realtà, quella della giustizia nostrana, strumentalmente utilizzata.
Tutto ciò mostra, in fin dei conti, che non interessa l’accertamento di un fatto o della verità, ma solo trascinare dentro questa macchina infernale gli sventurati di turno.
E poco importa se, alla fine, questi verranno riconosciuti innocenti o non colpevoli dei fantasiosi fatti ipotizzati.
Costoro avranno la vita segnata (o rovinata) per via della altrui fantasia e ciò sarà bastato a raggiungere lo scopo iniziale.
il problema sono le trascrizioni
Non è un caso si indaghi su Solinas ora. Troppo potente prima. Perdere il potere, specie per chi lo ha disinvoltamente usato per anni, è devastante. E se scoprissero tutto ciò che ha fatto? Certo ha parlato e non scritto, ma sicuro sicuro di non aver lasciato tracce? Deve essere proprio un brutto vivere. Perché gli esiti di quegli abusi sono grandi grandi, a volte sono persone.
… ma ite b’at in magistradura, magistrati sinis-tratti?
Purtroppo le imprese nel settore delle intercettazioni tengono famiglia e relazioni consolidate da anni con tutto il sistema giudiziario ed è una mano al servizio del lavoro e carriera dell’ altro.
In origine era tutto all’ interno dei corpi che si occupano di P.G. con l evolvere della tecnologia e specializzazioni e stato tutto esternalizzato
II primo comandamento del quiete sopravvivere e non disturbare il manovratore di turno in attesa del canto del cigno che potrebbe iniziare da oggi con l avvio dell’ inchiesta su abbanoa da Lei continuamente denunciata.
Il ragionamento non fa una grinza ma agli ingabbiatori non gliene può catafottere di meno, possono ingabbiare chiunque, tenerlo anni in galera tanto non ne subiranno alcuna conseguenza civile né penale anzi più ingabbiano più fanno carriera.
L’ultimo esempio è la triste vicenda di Antonello Peru: 17 anni (se non erro) tra arresti, detenzione carceraria e domiciliare salvo poi scoprire che è assolutamente innocente.
Chi ha votato NO alla riforma della giustizia meriterebbe altrettanta gogna.
… arriveranno a leggiferare sul cazzeggio telefonico … ma lasceranno correre fatti e misfatti !