Editoriale

Si è tanto abituati al peggio che non si riconosce il cambiamento

Simbolo2 di Paolo Maninchedda
Quando ero giovane fui uno dei primi a inventare la regola delle due legislature. Mi inimicai tutti i papaveri del Partito Popolare.
Nel codice etico del Partito dei Sardi, scritto da me e Franciscu, abbiamo inserito il limite dei due mandati senza minchiate di deroghe, derogucce e deroghette. Io non mi candido per scelta, perché l’ho voluto e l’ho scelto.
Ebbene, lo dicevo da sempre, l’ho ripetuto e l’ho fatto.
I giornalisti, gli stessi che quando parlano delle liste elettorali appena presentate vanno a vedere solo se c’è qualche big della politica oppure no e dopo però smaniano per il rinnovamento, non credono al fatto che io non mi candidi. In particolare non ci crede la Pravda Sarda, quella che ha come sponsor fisso il padrone del mare sardo (Onorato) ma pretende di insegnare agli altri ogni cosa: l’ombra lunga dei ricchi e degli snob, di antica ascendenza fascista, che giocano in salotto a fare i progressisti, in Sardegna fa danni dai tempi di Feltrinelli.
Io voglio fare uno Stato, non voglio morire soffocato.
Abbiamo fatto liste tutte nuove, belle, senza neanche un uscente, rifiutando importanti apporti di uomini politici affermati; abbiamo fatto liste con gente che si occupa degli altri, liste della sovranità e della solidarietà, per cambiare tutto, in profondità, con competenza. Io non credo minimamente che questa campagna elettorale sia la campagna degli uscenti. È la campagna della gente nuova, è la campagna che gira pagina.
Noi vogliamo cambiare tutto in Sardegna, perché tutto deve essere cambiato, dalla mentalità alla cultura, dalle istituzioni all’economia al governo. Vogliamo un governo di capaci, di gente che sa fare la rivoluzione senza fare casino. Vogliamo farlo davvero, non concordare i cambiamenti rivoluzionari con i miliardari italiani che svernano in Gallura e poi truccarsi da rivoluzionari barricaderi, non concordare il cambiamento con gli editori compiacenti, non concordare il cambiamento con gli intellettuali prebendisti e in cerca di fuggire dalla autoreclusione accademica in cui essi stessi, e non altri, si sono condannati.
Noi costruiremo un cambiamento, ma intanto iniziamo a incarnarlo, contenti di non frequentare persone maliziosamente ottuse.