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Sette ore in ospedale per quaranta minuti di esami

Posted on 18 Luglio 202619 Luglio 2026 By Paolo Maninchedda 23 commenti su Sette ore in ospedale per quaranta minuti di esami

Ieri ho accompagnato al Policlinico universitario di Cagliari un mio parente, per fare la cosiddetta pre-ospedalizzazione o prericovero che dir si voglia, ossia la serie di esami preliminari (prelievo del sangue, radiografie varie, consulenza cardiologica e anestesiologica ecc.) a un piccolo intervento chirurgico.
Dico subito due cose:
1) personale gentilissimo, educato, efficiente, sereno;
2) organizzazione da terzo mondo, illogica, primitiva, irritante.

Prima di tutto i fatti.
Durata: dalle 7:15 alle 14:15, sette ore.
Durata effettiva degli esami: quaranta minuti.
Ciò significa che per fare gli esami si è impiegato il 9,5% del tempo complessivo che si è stati costretti a trascorrere nella sruttura.
Il 90,5% del tempo è stato attesa, inutilissima attesa.

Il modello organizzativo non è definibile, perché è inesistente.
Tutti i pazienti vengono fatti affluire alla stessa ora: le 7-7:30 del mattino.
Dopo di che inizia un pellegrinaggio collettivo nei diversi ambulatori, con tempi di attesa variabili e, dunque, col formarsi e riformarsi di rinnovate liste di attesa alle soglie dei diversi specialisti.
Non è evidentemente un modello predisposto da un ingegnere gestionale, anche con sola laurea triennale; è un’abitudine tutta calibrata sulle abitudini della struttura e sommamente indifferente all’utenza.

In una struttura privata convenzionata, il paziente ha un orario di convocazione e in quell’orario si svolgono i suoi esami. Il paziente successivo è convocato nella fascia oraria utile successiva.
Tutto semplice, tutto lineare.
Nella struttura pubblica, o per lo meno, in questa, chi determina il numero dei pazienti da esaminare nella mattinata è la struttura stessa e li convoca tutti insieme per gestirli tutti insieme. Dov’è la logica?

La logica, in realtà, c’è: è quella dell’abitudine. Si continua a fare oggi ciò che si faceva ieri, non perché sia il modo migliore, ma perché nessuno si è mai fermato a chiedersi se abbia ancora un senso. Un’organizzazione può diventare irrazionale senza che nessuno se ne accorga: basta sostituire il ragionamento con la consuetudine.

Non servono grandi riforme, commissioni, convegni o piani di rilancio. Basterebbe fare ciò che qualunque struttura privata riesce a fare da anni: distribuire gli appuntamenti, coordinare gli ambulatori, rispettare il tempo delle persone.

Perché anche questo è diritto alla salute: non essere trattati come una folla da ammassare all’alba e smaltire quando capita. E questo fa più male in una struttura universitaria, cui appartengo anch’io, dove si dovrebbe insegnare, in primo luogo, a ragionare.

Sanità, Vetrina

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Comments (23) on “Sette ore in ospedale per quaranta minuti di esami”

  1. Alessandro ha detto:
    20 Luglio 2026 alle 10:28

    Egregio Prof. cari Mumu e Karma è assolutamente vero che confrontare un ospedale pubblico con una struttura privata senza considerare le differenze significa confrontare realtà che perseguono lo stesso obiettivo ma che operano con presupposti diversi.
    Ma proprio essendo il nostro un sistema articolato tra pubblico e privato convenzionato (al netto della quota privata pubblica) proporre una soluzione semplicistica non è quasi mai sufficiente, proprio perché si devono tenere conto le numerose variabili che ne determinano il funzionamento. Una cosa è certa, per l’attuale assetto del SSN la priorità è garantire il diritto alla cura (quello alla salute può garantirlo solo Dio e fallacemente la nostra Costituzione) di chiunque e la serenità di tutto il personale che ci lavora oltre che naturalmente l’efficienza del sistema. E’ indubbio che il sistema non funziona e ne fanno le spese i pazienti e le loro famiglie e secondariamente il personale (tralasciamo la pochezza delle accuse generiche di assenteismo, sciatteria e menefrghismo da parte di qualcuno).

  2. Paolo Maninchedda ha detto:
    19 Luglio 2026 alle 07:13

    Egregio Mumu, l’argomento è concluso quando è realmente esaurito, non quando lei, per comodità dialettica, lo dichiara tale.
    Io non ho alcuna fiducia in voi, ma non perché non la meritiate, semplicemente perché i fatti inducono al contrario.
    Le buone pratiche, soprattutto quelle logiche, vanno studiate, e questa pessima abitudine di convocare tutti alla stessa ora, anziché nella sequenza ottimale, è solo una vecchia abitudine e non un modello che sarebbe funzionale el pubblico e disfunzionale nel privato.
    Dovete cambiare, ficcatevelo in testa.

  3. Claudio Mumu ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 20:18

    Professore,
    il confronto è utile solo se resta sul merito dell’argomento.

    Quindi mi permetta di riportare l’argomento al punto da Lei sollevato :
    il confronto tra una struttura pubblica e una privata.

    Confrontare un ospedale pubblico con una struttura privata senza considerare le differenze di personale, di vincoli organizzativi, di gestione delle urgenze, delle attività H24 e delle risorse disponibili significa confrontare realtà che perseguono lo stesso obiettivo, ma operano con presupposti profondamente diversi.
    In un sistema articolato come quello sanitario pubblico proporre una soluzione semplicistica non è quasi mai sufficiente, proprio perché si devono tenere conto le numerose variabili che ne determinano il funzionamento.
    Abbiamo sicuramente punti di vista differenti e ritengo che questa discussione difficilmente possa portare a elementi costruttivi.

    La mia risposta è stata espressa soprattutto nell’interesse di chi legge, affinché possa avere una visione obiettiva e reale di cosa ci sia dietro i processi organizzativi di una struttura ospedaliera.
    E che capisca che si possono rivolgere a noi con serenità e fiducia, perché il personale sanitario delle strutture pubbliche lavora esclusivamente per il bene Paziente e per fare in modo che tutti, nessuno escluso, abbia lo stesso tipo di trattamento.
    Ritengo a questo punto concluso l’argomento e non aggiungerò ulteriori osservazioni.

    Cordialità.

  4. Paolo Maninchedda ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 20:16

    Karma, nessuno vuol fare lo chef, ma la logica è logica e zittire i pazienti perché non sono operatori non è logica, è prepotenza.

  5. Karma ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 19:44

    Comunque leggere così tanti e preziosi consigli è utile a chi fa l’operation tutti i giorni….
    È come per il calcio tutti allenatori o in cucina tutti chef… mah

  6. Paolo Maninchedda ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 19:09

    Egregio Mumu, la prossima volta, per cortesia con più logica.
    L’organizzazione di una struttura accreditata e convenzionata, alla quale il soggetto accede coperto dal SSN, è assolutamente comparabile con quella di un ospedale pubblico.
    Io in altri ospedali pubblici ho avuto modo di vedere le preospedalizzazioni scaglionate nel tempo e con il percorso uguale per ciascun paziente, ma sequenziato, ben regolato temporalmente e funzionalmente (cioè con esatta definizione di ciò che si fa prima e di ciò che si fa dopo).
    Sul piano poi dell’utilizzo del personale, una organizzazione logica, lineare, con gli assi del tempo e delle funzioni ben coordinati, consente ampi risparmi economici proprio perché libera tempo. Il suo paragone con la cucina non regge (sono i paragoni stupidi dell’AI), perché il modello attuato al Policlino è paragonabile alla follia di fare la porta di accesso al ristorante piccola piccola, in modo da creare la ressa all’entrata, non certo all’immagine, assolutamente non congruente, di preparare e lavare per ogni singolo paziente/cliente. È la sua assenza di logica che non riesce a apprezzare il modello sequenziale.
    Nessuno ha chiesto un percorso rapido, ma solo un percorso efficiente e si ricordi che il prompt dato all’Intelligenza artificiale deve essere ben calibrato, altrimenti la traccia degli errori che l’AI fa, diventa così evidente da divenire patetica. Sono molto adirato e contrasto ogni logica giustificazionista che determini la prevalenza del potere delle strutture sulla debolezza individuale di chi è alla mercé di una patologia.

  7. Claudio Mumu ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 18:21

    Gentile Professore,

    ho letto con interesse la Sua lettera. Ha perfettamente ragione su un punto: il problema è il ragionare. Ma proprio per questo credo sia utile aggiungere un elemento di riflessione.

    L’organizzazione di una preospedalizzazione nel Servizio Sanitario Nazionale non può essere paragonata a quella di una struttura privata.
    Il sistema pubblico ha due obiettivi che devono convivere: garantire l’accesso alle cure a tutti e farlo in modo economicamente sostenibile.

    Per questo motivo le preospedalizzazioni vengono concentrate nella stessa fascia oraria.
    Non si tratta di una scelta casuale o dettata dall’abitudine, ma della necessità di utilizzare al meglio risorse che sono limitate: medici, infermieri, anestesisti, cardiologi, tecnici di radiologia, laboratori e sale visita.
    Se ogni paziente avesse un percorso individuale distribuito nell’arco della giornata, sarebbe necessario impiegare molto più personale e molte più ore di lavoro, con un inevitabile aumento dei costi e una riduzione del numero di pazienti che potrebbero essere operati.

    È un principio che applichiamo tutti nella vita quotidiana. Quando prepariamo il pranzo non cuciniamo un piatto diverso in momenti diversi per ogni commensale; organizziamo il lavoro per servire tutti.
    Allo stesso modo non facciamo partire la lavastoviglie per ogni singolo piatto, ma la utilizziamo a pieno carico. Non è una mancanza di rispetto verso chi è seduto a tavola: è semplicemente il modo più razionale di utilizzare le risorse disponibili.

    Questo non significa che il sistema sia perfetto.
    Ma attribuire quelle sette ore esclusivamente a un’organizzazione “da terzo mondo” rischia di trascurare un aspetto fondamentale: molte di quelle scelte servono a consentire che lo stesso servizio venga garantito ogni giorno a centinaia di pazienti, con risorse economiche e di personale che non sono infinite.

    L’obiettivo del Servizio Sanitario Nazionale non è offrire il percorso più rapido al singolo paziente, ma offrire un percorso sicuro, equo e sostenibile per tutti. È un equilibrio difficile, certamente migliorabile, ma molto più complesso di quanto possa apparire dall’esperienza di una singola giornata.

  8. angelo ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 17:55

    la politica c’entra, ma poco, anzi pochissimo direi
    c’entra invece il fatto che qualunque sportello o servizio di struttura pubblica ha del personale che dipende da una dirigenza
    nel caso in questione si dovrebbe prendere per il bavero il responsabile della situazione e farlo uscire a calci nel sedere

  9. Paolo1 ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 17:10

    Tra i proclami della Giunta regionale e la realtà vissuta ogni giorno da pazienti e operatori sanitari continua ad ampliarsi un divario sempre più difficile da ignorare. Mentre la presidente della Regione e assessora alla Sanità, Alessandra Todde, insieme alla maggioranza del Campo largo, rivendica risultati e annuncia una presunta svolta della sanità sarda, i fatti raccontano una realtà ben diversa. A descriverla non sono le opposizioni, ma gli stessi protagonisti del sistema sanitario. Da un lato il direttore generale della Sanità, Thomas Schael, è stato costretto a richiamare formalmente le Aziende sanitarie dopo che alcuni grandi ospedali hanno respinto pazienti provenienti dalle strutture periferiche. Dall’altro, la Corte dei Conti ha evidenziato come in Sardegna permangano criticità nella governance del sistema sanitario, richiamando gli effetti di continui cambiamenti ai vertici e delle dinamiche legate allo spoil system. Nella relazione diffusa la scorsa settimana, i magistrati contabili hanno individuato con chiarezza i principali fattori che continuano a frenare il sistema sanitario regionale: la carenza di medici e infermieri, il blocco del turnover, la progressiva migrazione di professionisti verso il settore privato, le inefficienze organizzative e, soprattutto, la mancata realizzazione di una rete di assistenza territoriale realmente efficace. Ciò che di buono c’era si stà letteralmente sfasciando. In questo attuale momento non abbiamo bisogno di propaganda ma fatti concreti e seri che aiutino i medici a fare il proprio lavoro con serenità e professionalità.

  10. Renato Orrù ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 16:03

    …mi sfugge il cognome … ma c’è stato un exPresidente della RAS che nella passata campagna elettorale diceva che non serviva una rivoluzione sanitaria, magari pure ideologicamente pasticciata, ma più semplicemente, stante la carenza di medici ed infermieri, una bella aggiustatina a tanti piccoli medi e grandi disfunzionalità … Come dire …migliorare quel che di buono c’è . E di buono ne ho visto e provato .

  11. Antonio ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 14:09

    Prof. i medici ed infermieri quanto influiscono e se possono nell’organizzazione dei servizi ospedalieri, poi copiare i privati per un alto dirigente è vergognoso

  12. Ariovisto ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 13:39

    Maninchedda “solletica” un tasto dolente: l’intelligenza! O forse la filosofia? Seconda guerra: i piloti americani (di tutti gli aviogetti) venivano messi a terra dopo un tot di missioni , quelli tedeschi no. Cosa c’entra? Accadde che i piloti tedeschi morivano in aria e quelli americani tornavano invece a casa ad insegnare ai giovani. Traduzione: con questo sistema gli americani vinsero la guerra aerea. E allora: manca il pragmatismo nella nostra società o manca l’intelligenza? Come disse un caro amico di Sorso:”l’intelligenza…è “afora da ra” politica!” Ed ecco dunque la risposta ai dolori del non più giovane professore Maninchedda.

  13. Giovanni ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 13:12

    Ad Aprile scorso ho pensato a questa stessa irrazionalità “da abitudine” quando, presso il liceo scientifico di Olbia dove mia figlia studia, per circa 4 ore ho nuovamente fatto la fila per i colloqui. Cinque insegnanti per 5 minuti fanno 25 massimo 30 minuti ossia il 12,5% a fronte di uno spreco di tempo restante dell’87,5%. Orbene, premesso che da tempo molte scuole pubbliche hanno razionalizzato il metodo (non ad Olbia, evidentemente), c’è una certa affinità col caso del policlinico.: siamo nel “pubblico” e in quello stesso ordine di grandezza percentuale di tempo utile o sprecato per l’utente. Il disagio è esattamente lo stesso ma la materia sanità è purtroppo decisamente diversa e prioritaria dovrebbe esserne la soluzione.

  14. Mike ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 11:44

    Succede spesso più di quanto si possa immaginare! Al momento della prenotazione si sente la classica frase: “prenotazione confermata alle ore 8.00 (a.m.), si raccomanda la puntualità”. Bene meda, uno pensa, vuol dire che a metà mattinata siamo a casa. La realtà è un’altra, si arriva all’accettazione per tempo (anche un’ora prima) e già ti vengono i brividi…..trovi una marea di persone tutte convocate con la formula di cui sopra! Però però attenzione! La miracolata dal voto disgiunto continua a dire che quello che si racconta in giro, a proposito della sanità, sono balle e propaganda tossica🤬🤬🤬 …. devo interrompere un attimo, mi sono cadute le braccia e sto cercando aiuto per recuperarle. Scherzo,🤫non trattasi di braccia ma di giramento di coglioni!

  15. Paolo Maninchedda ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 10:44

    No, io non suppongo, e pensare che ciò che vive lei lo vivano tutti è una conferma dell’universalizzazione di sé che significa ridurre il mondo a sé.

  16. Paolo1 ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 09:56

    Egr. Emilio Cossu, la sanità non è fatta solo di medici: è un servizio essenziale per tutti. Quando il sistema viene trascurato, le conseguenze ricadono su chi cura e su chi ha bisogno di essere curato: medici e pazienti. Per questo è necessario investire nei servizi e mettere i professionisti sanitari nelle condizioni di operare al meglio. Garantire strutture adeguate, personale sufficiente, tecnologie moderne e un’organizzazione efficiente significa permettere ai medici di esprimere pienamente la propria professionalità e offrire ai pazienti cure più tempestive, efficaci e di qualità. Rafforzare la sanità non vuol dire soltanto sostenere i medici, ma tutelare il diritto alla salute di ogni cittadino attraverso servizi più accessibili, efficienti e vicini ai bisogni delle persone.

  17. Idda ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 09:54

    Testimonianza di un’altra questione, analoga, sempre al Policlinico, che si commenta da sola.
    Analisi del sangue: un biglietto per ogni paziente. Perché ogni numero è una pratica e ogni pratica sono esami diversi. Ossia, il numero segue il paziente, fino al ritiro del referto.
    Famiglia di 3 persone: madre e 2 figlie. Ovviamente, 3 biglietti. E 3 chiamate agli sportelli. Ossia, in contemporanea, su 3 sportelli diversi. Perché il sistema non consente di gestirli tutt’e 3 in un unico sportello.
    Risultato: la madre che corre a gestire le pratiche su 3 sportelli diversi, le figlie che stanno ciascuna al proprio sportello per chiamare la madre a: mettere firme, gestire i ritiri futuri dei referti, effettuare i pagamenti, ricevere le indicazioni per gli step successivi…
    E uno dei 3 operatori di sportello, spazientito, che se la prende con la figlia e poi con la madre e poi (quando questa corre all’altro sportello) di nuovo con la figlia.
    Credo che chi ha progettato questo sistema informatico sia meno intelligente del “semaforo intelligente di Selargius” (chi passa quotidianamente in quella strada, all’incrocio della 554, sa benissimo di cosa parlo).
    Basterebbe una piccolissima modifica al sistema informatico che consenta, in caso di necessità come questa, di gestire le pratiche in un unico sportello.
    Una prece per la sanità in Sardegna.

  18. Mm ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 08:59

    Lei inferisce, suppone e sbaglia. Quello che vivo io lo vivono tutti, compreso Lei. In realtà, sento compassione per tutti i detenuti, specie quelli incarcerati ingiustamente. Sia più umile.

  19. Stefano Locci ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 08:27

    Egregio, dopo miei numerosi commenti sull’argomento, mi permetto suggerire la lettura della intervista rilasciata dal responsabile della fondazione Gimbe che descrive in modo mirabile cosa sia ormai divenuto il SSN e quali i rimedi. Riflettendo sulla descritta Sua esperienza alla AOU di Cagliari (io le vivo da 4 anni, ogni settimana, due volte la settimana al Businco) e pesando la cialtroneria della Influencer Capo della Sardegna (e assessore alla sanità ad interim) che non le vede (fortunata lei) mi chiedo: si incazzano persino le formiche di tanto in tanto. Perché i Sardi no? Saluti.
    https://www.avvenire.it/attualita/che-errore-disinvestire-sul-personale-sanitario_111010

  20. Emilio Cossu ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 07:57

    Io, marito di un medico ospedaliero con grande stima per studi, percorso e sacrifici fatti, ripeto sempre: la sanità non sono i medici!

  21. Paolo Maninchedda ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 07:54

    Egregio Mm, non è che ciò che non vive Lei non è vita reale. Anche gli arresti ingiusti del sindaco di Ottana sono vita reale, con la sola differenza che rispetto a questi Lei è diffidente, rispetto all’attesa negli ospedali lei è partecipe. Ma lei non è il metro della realtà.

  22. Mm ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 07:33

    Ecco finalmente un’ immersione nel mondo in cui viviamo, con I problemi più sentiti. Impagabile quel timido accenno all’ università, altro disastro nazionale… Due cose, sanità e istruzione, insieme al cambiamento climatico, su cui varrebbe la pena presentare un programma politico serio.

  23. Paolo1 ha detto:
    18 Luglio 2026 alle 07:31

    Egregio Professore, confermo pienamente quanto da Lei scritto. Ho una mamma di 86 anni con gravi difficoltà a muoversi e, molto spesso, sono costretto a recarmi con lei al pronto soccorso. Lì mi trovo davanti a una realtà che conosco fin troppo bene: personale spesso insufficiente, a volte assente, oppure impegnato a usare il cellulare o a scherzare tra colleghi, con atteggiamenti che non sempre sono rispettosi nei confronti dei pazienti.
    Se si è fortunati, si esce dopo 6-12 ore di attesa, spesso solo dopo ripetuti solleciti. Già questo sarebbe sufficiente a descrivere il disagio vissuto da chi ha bisogno di cure. Ma ciò che mi amareggia ancora di più è sentire la presidente Todde dichiarare in televisione che la sanità è tornata a livelli normali rispetto al 2025 o che la situazione sta migliorando. Personalmente mi rifiuto di sentirmi rappresentato da queste affermazioni, perché sono molto lontane dalla realtà che vivo ogni 15-20 giorni negli ospedali.
    Mi chiedo allora se siamo noi cittadini a vedere una realtà diversa o se chi governa non si renda conto di ciò che accade quotidianamente nei nostri ospedali. Ho l’impressione che si facciano più annunci e spot che interventi concreti. Non auguro a nessuno di vivere ciò che stanno affrontando tante famiglie. Tuttavia, sono convinto che chi sperimentasse personalmente queste difficoltà comprenderebbe meglio la gravità della situazione e sentirebbe l’urgenza di intervenire con decisione per migliorare davvero il sistema sanitario.

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