Sarò fissato con gli anni che hanno visto il terrorismo dilagare e uccidere, quella terribile stagione iniziata con la Strage di Piazza Fontana (di matrice fascista), passata per gli omicidi delle Brigate Rosse (Moro in testa, ma come dimenticare gli agenti di polizia, le guardie carcerarie, i giornalisti Carlo Casalegno e Walter Tobagi, il povero sindacalista Guido Rossa ecc. ecc.) e culminata nella terribile strage di Bologna (anch’essa di matrice fascista), ma mi pare di risentire nell’aria la stessa ferocia, la stessa violenza: o si è d’accordo con gli estremismi in campo, o si è nemici da abbattere.
Abbattetemi, non sono d’accordo con nessuno di voi.
Il nuovo terreno della faziosità italica, quello nel quale si rifugiano spesso coloro che hanno difficoltà a dare un senso all’esistenza (il fanatismo è un potente ansiolitico contro la drammatica percezione del nulla), è il conflitto israelo-palestinese. La frontiera scelta dall’estrema sinistra italiana è l’assimilazione delle scelte del governo Netanyahu col popolo ebraico, nonostante il recente sciopero generale in Israele (mai visto uno sciopero a Gaza contro Hamas) abbia ben mostrato come sia da fanatici estremisti rendere colpevole un popolo per le scelte sbagliate del suo governo. In questo, l’estrema sinistra italiana, cui si sta accodando il Pd, rivela che, sotto sotto, l’antisemitismo è in lei ben vivo e ha profonde radici.
I principali alleati di queste visioni violente, irrazionali e pericolosissime sono gli ebrei ortodossi e l’estrema destra del parlamento israeliano, che considerano noi non circoncisi degli impuri.
Personalmente resto dell’idea che l’unica soluzione consista in due stati per due nazioni, ma sono anche consapevole che tra i primi ad essere ostili ad uno stato palestinese sarebbero i paesi arabi confinanti. Il problema è che la Siria, il Libano, la Giordania, l’Iraq, gli stessi confini orientali della Turchia, riflettono un mondo post-bellico che non c’è più e rivelano inevitabilmente la loro natura millenaria di essere un luogo multietnico e multiculturale che, per il fanatismo religioso, non trova da secoli alcuna composizione. Il giorno che in oriente si affermerà seriamente la laicità dello Stato e della politica e la religione cesserà di determinare la legittimità o l’illegittimità del potere, la convivenza troverà la strada per instaurarsi. Prima no. Il problema a quelle latitudini non è solo quello dei rapporti di forza, come dai tempi di Kissinger dicono in molti; il problema è prima di tutto dell’eccessiva pervasività sociale delle religioni che lì convivono forzatamente.
La Sinistra italiana parla di genocidio palestinese (della Destra italiana parlerò nei prossimi giorni, perché i nodi atavici stanno venendo al pettine, vedasi la vergognosa scalata di Mediobanca e delle Assicurazioni Generali), ma non di genocidio ucraino e la cosa puzza di ideologismo e antioccidentalismo lontano un miglio. Per me un morto palestinese è drammatico come un morto ucraino, ma anche come un morto israeliano (tra i giovani soldati di Israele il consenso alla guerra è minimo), come un morto curdo, come un morto armeno, come un morto dello Xinjiang dove la Cina fa strage di ogni differenza.
In questo quadro, è caduta la corona a uno dei personaggi che mi piace di più, il buon Marco Santin della Gialappa’s Band. Come tutti quelli che si sono affezionati a un personaggio pubblico, io l’ho già perdonato, perché con me ha un credito di intelligenza, ironia e eleganza che non viene meno per uno scivolone, anche perché credo e spero che Santin sia stato vittima del contesto, di questo maledetto contesto italico che semplifica, che tifa, che trasmette violenza.
Molti avranno visto e ascoltato questo video.
La frase iniziale già rivela che Santin aborre tutte le mostruosità della storia, che non nega l’olocausto, ma solo afferma che sarebbe stato molto meglio non aggiungere Gaza all’album degli orrori.
Come dargli torto?
Ma dentro l’orrore di Gaza c’è la fame, c’è l’assedio dell’esercito israeliano, ma ci sono anche gli ostaggi costretti a scavarsi le fosse, c’è la dittatura di Hamas. L’orrore di Gaza non è in bianco e nero; ha molte sfumature.
Poi, però, Santin si fa prendere la mano e dice una frase che è grave: “Se non fosse che vogliono prendersi la terra”.
Chi? Gli israeliani? O tutti coloro che stanno con gli israeliani? Qui il clima delle tifoserie italiche si fa sentire, perché se c’è uno che si sta prendendo la terra è Putin e se c’è uno che lo sta aiutando è Trump. Altri divoratori di terra sono i Cinesi, ma non vengono citati. Altri divoratori di vite umane per mero dissenso sono gli iraniani, grandi finanziatori di Hamas insieme a quell’equivoco mostruoso che è il Qatar, che si sta comprando il mondo davvero. Netanyahu vuole prendersi tutto? Sì, penso che lo voglia fare e che abbia in testa di ‘finire il lavoro’ come dicevano gli inglesi dopo la conclusione della prima guerra mondiale, poi sappiamo dove hanno portato le condizioni imposte alla Germania. Netanyahu vuole arrivare alla sconfitta definitiva di Hamas; l’estrema Destra israeliana vuole probabilmente arrivare alla guerra civile con i Palestinesi, un’idea folle, tragica, violenta e pericolosissima, osteggiata dalla maggioranza della società israeliana. Ma un conto è dire che Netanyahu vuole sbattere fuori da casa loro i Palestinesi, un altro è usare una frase allusiva, universale e dire che gli Israeliani (ma per molti, gli ebrei) vogliono mangiarsi la terra.
Dopo arriva la frase più sbagliata: “Perché il 7 ottobre, Hamas, sono tutte cazzate”. Questo è grave, perché è falso. Il 7 ottobre è il giorno di una grande strage e Hamas è l’organizzazione terroristica che l’ha realizzata, innescando lo scontro attuale.
Minimizzare vuol dire assimilarsi ai negazionisti, ai terrapiattisti, ai fanatici, e questo a me dispiace molto.
A questo punto si è alzato l’indignato, il classico indignato italico, che per darsi coraggio ha pensato bene non tanto di contraddire Santin, ma di esordire tacciandolo come ‘scemo’. Siamo al secondo incrocio etico della vicenda: in Italia non si discute più. Lo hanno insegnato le terribili farse dei talk show, con giornalisti vanitosi come rock star e uomini politici che vanno a fare le comparse e che sanno litigare per alzare l’audience. Mi dicono che ci sono anche i conduttori che invitano come opinionisti gli albergatori che non li fanno pagare. Sarà vero? Forse no, ma è verosimile, la tv è diventata terribilmente trash. Gli stessi telegiornali, con il teatrino dei parlamentari che fanno le loro dichiarazioni squadratissime e imparate a memoria, cominciano a fare un po’ schifo.
Ormai in Italia per dire che non si è d’accordo, come minimo si deve dire che l’altro è coglione, o stronzo, o scemo, o inetto o qualsiasi altra cosa che possa offenderlo. Come reagisce Santin? Alla Sgarbi: “Studia, studia, perché non sai, non conosci la storia”.
Qui Santin è stato fortunato, perché chi conosce la storia sa che ad essere sempre stato aggredito è stato Israele, non i palestinesi e che la peggiore strage di palestinesi l’hanno fatta i Giordani, nel settembre del 1970, dopo che i palestinesi avevano tentato di uccidere il re e di impadronirsi del Paese. Ma il suo interlocutore urlatore non lo sapeva.
La novità della politica di Netanyahu è proprio questa: andare oltre la difesa, non cercare il negoziato (Rabin è stato ucciso da un estremista israeliano perché aveva cercato e trovato il negoziato), puntare alla soluzione finale che nella sua testa è la guerra totale con Hamas e, in quella dei suoi alleati di Destra, con tutti i palestinesi. Un disegno folle, ma è questo il disegno.
La strage del 7 ottobre non ha alcuna giustificazione se non l’odio e l’odio religioso e ha scatenato una guerra sporchissima che la società israeliana sta cercando di fermare (nelle università non si parla d’altro, in quelle università che l’Occidente vorrebbe boicottare), ma che il governo vuole concludere.
Infine, una domanda: a voler seguire Santin da un punto di vista metodologico, da dove dovrebbe partire l’analisi corretta della vicenda? Dal 1948 o dalla distruzione di Gerusalemme ad opera di Tito? A seconda del criterio prescelto, allora anche la questione ucraina dovrebbe essere analizzata non dall’invasione russa del 2022, ma dal principe Oleg, del IX secolo. Insomma, la storia è una questione delicata, non sempre la si sa usare con la dovuta accortezza.
È possibile recuperare un po’ di verità?
Credo di no, l’Italia non la ama, basti vedere la strumentalizzazione politica della Sagra del Redentore in chiave estremo-palestinese, una cosa tra il kitsch, l’ignobile e il volgare.
Però Santin resta nel mio cuore, perché anche gli intelligenti sbagliano, specie se il fango sale troppo in alto intorno a loro.

Buongiorno Professore,
la sua domanda — “da un punto di vista metodologico, da dove dovrebbe partire l’analisi corretta della vicenda?” — stimola in me una risposta.
Fatti → Cause → Conseguenze: così mi fu insegnato l’approccio alla materia. Più del quando, contano il come e il perché, e ciò che ne consegue.
La storia, lo saprà bene, difficilmente è storia dei vinti. Noi, come popolo che porta le cicatrici di un passato e di un presente coloniale, conosciamo bene cosa significhi avere una storia cancellata dai libri, ma non dalla memoria collettiva.
Se non vogliamo partire dal 1948, dal riconoscimento di Israele come Stato (i primi a farlo furono i russi), di certo sarebbe ingiusto farlo dal 7 ottobre. Ma anche se scegliessimo quella data, non potremmo ignorarne le cause.
Trovo infelice la frase “sono tutte cazzate”: nessuna uccisione, soprattutto di civili inermi, lo è. E non lo è nemmeno essere rapiti o sequestrati. Anche questo possiamo capirlo bene: non può esserci il furto della libertà di nessuno, neppure quando quel gesto nasce come forma di ribellione a un sistema oppressivo.
Sento di solidarizzare con il popolo ucraino — la Russia, ricordiamolo, è sotto sanzioni e non solo — ma non con le scelte di Kiev, in particolare la spinta verso la NATO: un’alleanza guerrafondaia che, per chi vive sull’isola, rappresenta la catena più pesante alla propria sovranità. Ma anche tralasciando questo aspetto, tutt’altro che secondario, se consideriamo criminale l’occupazione di una terra non propria, allora non possiamo non vedere l’ingiustizia di un Occidente che condanna l’invasione dell’Ucraina e, allo stesso tempo, tollera l’occupazione dei territori palestinesi.
Vogliamo dimenticare la Nakba? Allora partiamo dalla dichiarazione d’indipendenza della Palestina del 1988? No? Da Oslo? Neanche?
Le scrivo perché non accetto, né per me, né per Satin, né per altri, l’attribuzione della categoria di antisemita. Sono atea, ma rispetto la religiosità di ciascuno. Non giustificherei mai forme di repressione legate a motivi religiosi o etnici. Riconosco l’Olocausto degli ebrei come il più grave crimine del Novecento: un evento che non può essere dimenticato, né giustificato, né relativizzato. Solidarizzo con le vittime, come anche con i ribelli del ghetto di Varsavia; e allo stesso modo con l’80% delle vittime del genocidio che si consuma a Gaza, e con chi tenta di ribellarsi alle mura di quella prigione in cui Gaza è stata trasformata negli ultimi trent’anni.
E non significa sostenere Hamas. Mi chiedo piuttosto: in che modo abbiamo davvero sostenuto il popolo palestinese nella sua emancipazione? Lo abbiamo fatto soprattutto con le Nazioni Unite, con il diritto internazionale, che a Gaza e in Cisgiordania ha aperto scuole, creato spazi educativi, costruito coscienza. Bisogna ascoltare i bambini palestinesi: sono giuristi in potenza.
Credo che lo Stato debba essere laico. Per questo non sostengo né parteggio per chi vuole imporre i propri dogmi come regola universale. Ancora meno accetto che la pretesa di una terra sia giustificata come “volontà divina”.
Ecco perché ritengo fondamentale partire dal 1948: non solo anno fondativo per Israele, ma anche per la costruzione di un diritto internazionale nuovo, universale, che vale per i singoli e per i popoli, e che si antepone a quello delle nazioni.
Per concludere: negli anni di piombo ero una bambina, negli anni della guerra fredda prossima allo scongelamento. L’immagine della guerra, quella che porto con me, è Beirut distrutta dai bombardamenti del 1982. Tutte quelle successive sono state per lo più interventi NATO. Ma si sa: i vinti non hanno voce. La loro storia può essere rimossa dalle narrazioni dominanti, ma resta nell’esistenza di chi la subisce. Grazie per gli stimoli, Grazia
Egregio professore, cerco di calibrare meglio il mio pensiero.
È evidente il peso politico (e sociale) della religione nel mondo musulmano.
Alle nostre teste laiche e secolarizzate sfugge totalmente il concetto di umma, cioè quel senso di appartenenza a una comunità religiosa nella quale l’identità individuale si dissolve totalmente fino a scomparire, e che rappresenta una vera e propria fonte normativa (certo, parliamo di norme sociali e non giuridiche, ma che, per quanto ci possa suonare assurdo, in quei contesti sono più cogenti di quelle prodotte dagli organi legislativi) superiore anche a quella dello Stato: un musulmano riconoscerà sempre nella propria comunità religiosa il proprio riferimento morale, sociale, normativo e comportamentale, e solo in via secondaria, laddove esso non entri in conflitto con la prima, nello Stato.
Si tratta di scenari inconcepibili anche nell’animo più bigotto di un europeo, il cui spazio di autonomia e devianza dalle norme sociali non è mai sottoposto a qualsivoglia guida religiosa, né a un corpo sociale di appartenenza (qualunque esso sia, figuriamoci se di matrice religiosa).
Men che meno è immaginabile un cittadino europeo che faccia prevalere l’autorità religiosa alla legge dello Stato.
(Si aprono spazi di riflessione in merito ai fenomeni migratori che getterebbero nello scompiglio i labili neuroni delle anime belle politicamente corrette, che volutamente tralascio).
Il senso del mio intervento precedente era però un altro.
Ossia, non è la religione il motore e la benzina del conflitto israelo-palestinese.
Le ragioni dell’una e dell’altra parte, come ho cercato di spiegare nell’intervento precedente, sono da ricercare in fattori meramente materiali: da una parte sottrazione di terreni di proprietà, abitazioni rase al suolo, scarsità di beni primari, limitazioni stringenti alle proprie possibilità economiche. Dall’altra real politik, mire espansionistiche, accordi di potere su scala regionale (intendendo per “regione” il quadrante medio-orientale e mediterraneo), equilibri tra potenze militari da affermare o sovvertire, da cui trarre condizioni di benessere materiale per la propria popolazione.
Gli inglesi direbbero bread and butter.
Non c’è altro.
Caro dott. Manninchedda, ho letto il suo articolo; non conosco il sig.Santin ma ho alcune obiezioni o precisazioni da fare alle sue affermazioni. Col suo permesso:
1) Anzitutto la vicenda della Palestina può essere ragionevolente fatta partire dal Congresso di Basilea del 1897, durante il quale venne fondato ufficialmente il movimento sionista, che si proponeva di riunire gli ebrei in Palestina per crearvi uno stato ebraico. Le motivazioni di questo programma politico trovavano origine dal “tormentato rapporto” tra ebrei e varie polopazioni europee, che per secoli si era manifestato con forme più o meno gravi di intolleranza verso gli israeliti. Faccio presente per inciso che, a tale data, la Germania era considerata forse la nazione più civile, nella quale gli ebrei trovavano maggiore accoglienza. Erano ancora da venire il primo conflitto mondiale, i contrasti tra l’élite finanziaria ebraica americana e la Germania, il successivo risentimento dei tedeschi, la nascita del nazismo e la sua presa del potere, il secondo conflitto mondiale e infine l’Olocauso. La Palestina di fine ‘800 era ancora una provincia dell’impero ottomano, nella quale convivevano pavificamente una maggioranza, diciamo genericamente “araba”, con minoranze ebraiche e cristiane.
2) Alla fine della prima guerra mondiale, le due principali potenze europee vincitrici, ossia Gran Bretagna e Francia, presero possesso coloniale dei territori mediorientali derivanti dallo smembramento dell’impero ottomano che, in quanto alleato della Germania, aveva perso anche esso la guerra. Questa presa di possesso proditoria, in barba a tutte le promesse fatte agli arabi durante la guerra, avvenne sotto l’egida della Società delle Nazioni (ovviamente manovrata anche allora dagli stati più potenti, compresi quindi gli Stati Uniti) con la denominazione ipocrita di “protettorato”.
3) Andando al di là del mandato concessogli, le due suddette potenze si spartirono il territorio, suddividendolo a loro arbitrio e convenienza, in diverse zone (Siria, Libano, Iraq, Giordania, Palestina, Kuwait, secondo l’accordo segreto Sykes-Picot (1916) prima del termine del conflitto). Sempre prima dello stesso termine, la Gran Bretagna si impegnò con le organizzazioni ebraiche (in realtà con Lord Rothshild) alla creazione in palestina di uno focolare nazionale che potesse dare asilo non solo agli ebrei già residenti, ma anche a tutti gli ebrei sparsi nel mondo. Tale promessa, contenuta nella Dichiarazione Balfourt, pur essendo palesemente illecita, dichirava comunque che il nuovo Stato non avrebbe dovuto danneggiare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche.
4) Si noti che, nel censimento del 1922, in Palestina risiedevano circa 750mila abitanti, di cui 84mila ebrei.
5) Tenuto conto del programma sionista, l’atteggiamento della popolazione locale mussulmana era obiettivamente ostile a subire l’invasione di massa di una popolazione straniera, che rivendicava diritti di possesso sulle terre dal mare al Giordano in nome della “promessa” fatta a Mosè dal dio ebraico e dalla successiva permanenza in quel territorio delle dodici tribù di Israele, sino alla spedizione dell’imperatore romano Tito, il quale ne, 70 d.c., sconfisse i giudei rivoltosi, distruggendo il Tempio di Gerusalemme. dopodichè, fu la volta dell’imperatore Adriano che, nel 135 d.c., sconfisse definitivamente gli ebrei, proibendo loro di risiedere a Gerusalemme. La cosiddetta diaspora è il frutto di un plurisecolare insediamento di comunità ebraiche in tutte le principali citta costiere del Mediterraneo (compresa la Sardegna), che fu solo accelerato con la forza dai romani, ma che non svuotò totalmente la palestina dagli israeliti. Successivamente il territorio palestinese continuò a far parte dell’Impero romano d’Oriente, quindi venne conquistato dai califfi arabi per poi essere sottomesso dai turchi, che lo inglobarono nel loro impero (1517).
7) Secondo quanto asserito da molti storici, la popolazione ebraica che convisse sotto la dominazione islamica non ebbe particolari problemi. Al contrario il popolo dei “deicidi” o di quelli che comunque si rifiutarono di riconoscere Gesù come il Messia, il Salvatore, furono oggetto di persecuzioni periodiche da parte dei cristiani. Progressivamente fu loro impedita la proprietà della terra e la possibilità di trarre profitto dall’esercizio delle professioni, per cui si trovarono a dover vivere di commercio e di prestiti ad usura (questa affermazione è obbiettivamente piuttosto schematica e rappresenta una tendenza generale, con varie eccezioni). Per vari motivi, tra cui forse la conversione all’ebraismo di popolazioni locali, la maggior parte degli ebrei, prima del secondo conflitto mondiale, si trovò ad abitare sopratutto nell’Europa dell’est, arrivando a rappresentare una parte consistente della popolazione stanziale (in Polonia un terzo di tutti gli abitanti). Le vittime della Shoah furono sopratutto ebrei dell’Europa orientale.
Questa premessa (che riconosco pedante), mi serve per poter argomentare le obiezioni al suo articolo.
Anzitutto non mi interessa affatto la presa di posizione dei nostri attuali politici o intellettuali, sia essa sincera o opportunistica. Così pure non credo affatto che sia la mancata laicità degli stati islamici il motivo di conflitto e l’impedimento alla convivenza tra palestinesi ed israeliani; piuttosto credo che la radicalizzazione degli islamici sia frutto delle scelte neocolonizzatrici dell’Occidente, di cui Israele rappresenta la longa manus.
Non ha alcun senso fare il paragone tra un morto ucraino e un morto palestinese: pur derivando sempre dall’ingerenza dell’Occidente, la guerra tra Russia e Ucraina è un conflitto tradizionale, combattuto tra due eserciti ben armati in cui – solo adesso – la Russia sta lentamente prendendo il sopravvento. I morti civili nella popolazione ucraina sono realmente effetti collaterali minimi e non voluti per intenti terroristici.
A Gaza si combatte una guerra asimmetrica, tra un esercito tra i più addestrati e capaci cui si oppone un’organizzazione paramilitare, diciamo pure “terroristica”; il numero dei morti civili palestinesi è spropositato per espressa volontà punitiva del governo israeliano.
La popolazione di Israele vive in uno stato democratico e il governo in carica è frutto di libere elezioni; pertanto le colpe del governo ricadono sia su chi l’ha votato, sia sui mezzi di informazione, sia su tutti coloro che, fosse anche per spirito patriottistico, finiscono per appoggiare i loro soldati. A Gaza viceversa i palestinesi non godono per loro libera scelta di una amministrazione dispotica e violenta ; in ogni caso Gaza, pur essendo da diversi anni un territorio non occupato da Israele, è stato nel recente passato un enorme campo di concentramento, circondato su tutti i lati, compreso il mare, da una frontiera valicabile solo con il permesso delle autorità israeliane. La Cisgiordania è in una situazione ancora peggiore: nonostante le risoluzioni dell’ONU è sotto occupazione militare israelinana da oltre 80 anni. Israele, che ha violato sistematicamente la convenzione di Ginevra per cui un esercito occupante deve farsi carico del benessere e della incolumità della popolazione civile, ha permesso, al contrario, sopratutto negli ultimi vent’anni, dopo il falimento degli accordi di Camp David, la continua occupazione illegale della West Bank da parte di coloni estremisti, sottraendo con l’espropriazione territori sempre più vasti alla popolazione palestinese ed inficiando, in maniera irreversibile, la soluzione di due popoli in due stati.
Oggi si depreca l’utilizzazione di metodi terroristici ad Hamas, come ieri si accusava l’OLP di Arafat egli stessi misfatti. Si chiudono però gli occhi di fronte al terrorismo usato per anni, come metodo sistematico, da parte dei sionisti prima della nascita dello Stato di Israele: l’attuale esercito “più morale del mondo” è figlio diretto delle organizzazioni dell’Irgun, della banda Stern e dell’Haganah. Nei soli anni successivi alla seconda guerra mondiale, quando gli inglesi cercavano di ostacolare il flusso incessante di migranti ebrei, che si recavano in palestina a decine di migliaia per reclamare la promessa di un loro stato a scapito della popolazione nativa, tra agguati e attentati vari (vedi l’hotel David o la Ambasciata inglese a Roma) quasi 800 tra militari e civili inglesi persero la vita a causa del terrorismo sionista. I capi di queste organizzazioni si chiamavano, Ben Gurion, Golda Meir, Shamir, Begin, ovvero le stesse personalità che in seguito sarebbero diventate i capi di stato di Israele.
Infine il mito che Israele sia stato sempre aggredito: è un’affermazione che va presa con le pinze. Ad esempio: si parla sempre della guerra del 1948 (dopo la dichiarazione dello stato di Israele), della Guerra dei Sei Giorni e della Guerra dello Yom Kippur. Ma della guerra del 1956, quando Israele si unì a Francia e Gran Bretagna nella spedizione per invadere l’Egitto non si fa mai cenno. In essa Israele invase la striscia di Gaza ed il Sinai e si ritirò solo nel 1957, dopo forti pressioni del presidente americano Eisenhower.
Mi rendo conto che ci troviamo di fronte ad una storia lunga e complessa, con torti e ragioni da entrambe le parti. Tuttavia, l’attuale situazione in cui versa Gaza rappresenta un crimine imperdonabile, nel quale Israele – che ricordo ancora è una democrazia – si sta giocando completamente la sua reputazione.
“Il giorno che in oriente si affermerà seriamente la laicità dello Stato e della politica e la religione cesserà di determinare la legittimità o l’illegittimità del potere, la convivenza troverà la strada per instaurarsi”
Egregio Professore, dopo aver letto questo periodo del suo intervento, mi è venuto in mente – in guisa di dejà-vu – un paio di domande simili:
«Possono i musulmani trovare, all’interno delle loro risorse intellettuali e spirituali, argomenti islamici a favore della tolleranza religiosa (inclusa la tolleranza verso coloro che si convertono ad altre fedi)?»
«Possono i musulmani trovare, sempre all’interno delle loro risorse intellettuali e spirituali, argomenti islamici per distinguere tra autorità religiosa e politica in uno Stato giusto?».
E ricordo benissimo l’aria di superiore indignazione (con tanto di richiesta di scuse) da parte della sinistra e dei collegati cartacei (quello scalfariano in testa). Scuse che poi non arrivarono (anche se i giornaloni le scambiarono con il rammarico per non essere stato compreso). Poi arrivò l’11 settembre, l’Isis e tutto il resto. E in molti si resero conto che, in fondo, quelle domande sono il pilastro di partenza di una possibile convivenza, sul quale o si sta o si cade. Non lo dissero, naturalmente, perché autosbugiardarsi è sempre una faccenduola puzzolente, soprattutto in ambienti che si vanagloriano di essere intellettualmente superiori a chiunque non la pensi come loro.
Egregio irvine, mi spiace, ma o si è disponibili a capire il valore politico che ancora la religione esercita da quelle parti, o non si capisce come i leader, le cui ragioni Lei ha ben descritto, la usino per manipolare le masse. Ne riparleremo.
Concordo su diversi elementi esposti nel post, tra i quali non c’è – e non vi può essere, a mio avviso – l’odio religioso, che mi pare un fantoccio occidentale da sventolare comodamente per rimanere a un livello superficiale di analisi, in questo come in altri casi..
Il conflitto ha una miriade di concause, tutte ancorate al vivo della materia della terra e della carne delle persone, e molto poco a principi che rimandano a una sfera ideale di principi e convinzioni religiose.
In ordine sparso, queste concause sono, da una parte, la rivendicazione di un popolo ad affrancarsi da una presenza coloniale che nel XX secolo ha solo cambiato vestito e bandiera, il risentimento di massa verso condizioni di vita materiale che nessuna società europea considererebbe tollerabili (limitazioni nell’erogazione dell’acqua e dell’energia elettrica, nell’esercizio di attività economiche, nel diritto alla mobilità, giusto per citarne alcune), e il desiderio – folle, ma non incomprensibile – di soddisfare la propria sete di giustizia con la violenza, sia perché quanto patito non ha mai trovato riconoscimento e tanto meno risarcimento (sono le precondizioni ottimali per portare qualunque soggetto, individuale o collettivo, a farsi giustizia da sé), sia perché si tratta forse dell’unica modalità in grado di rendere udibili le loro voci di disperazione.
Dall’altra (ancora una volta, in ordine sparso e senza pretesa di esaustività), ci sono la volontà di avere una propria terra d’elezione che sia una dimora prospera e accogliente per i propri cittadini, la necessità di espandersi territorialmente per dare sfogo alla crescita demografica e per rafforzarsi come entità statuale, come soggetto politico nel quadrante medio-orientale ed economicamente, e il disegno di arginare la capacità di azione e la sfera di influenza della componente sciita del mondo arabo e delle sue articolazioni (ancorché Hamas abbia una matrice sunnita, è comunque legata a Hezbollah), e quindi le mire egemoniche iraniane nella regione.
A proposito di quanto conti la componente ideologico-religiosa per la comprensione del conflitto (zero), a monte della strage del 7 ottobre c’è (anche) l’intento, da parte di Hamas o chi per loro (ossia Teheran), di bloccare il processo, sancito dagli accordi internazionali noti come “Accordi di Abramo”, che avrebbe costituito un’alleanza strategica tra le potenze regionali sunnite e, guarda un po’, Israele, ovviamente in chiave anti-iraniana.
Ora, dove si possa soltanto intravedere la religione in questi elementi è un grande mistero, a meno che non li si voglia banalizzare e ricondurre a una disfida tra fazioni contrapposte, come se stessimo parlando delle Crociate (che anch’esse avevano una connotazione religiosa molto minore di quanto i pessimi programmi della scuola dell’obbligo raccontano).
Relativamente alle questioni di “casa nostra”, come è stato evidenziato in maniera impeccabile da altri lettori (Stefano Locci e Fabyusz), in Italia tutto si risolve in un approccio da curva dello stadio, in cui ignoranza e volontà di “tifare contro” e imporsi sull’avversario (quanta gente frustrata c’è in giro, evidentemente) prevalgono su qualunque attitudine all’analisi e volontà di comprendere fenomeni complessi.
Ma proprio per non cadere in questa trappola da tifosi da bar, evitiamo di parlare di religione, che come sempre è solo un diversivo per non guardare al cuore dei problemi e non affrontarli alla radice.
«Siamo, in sintesi, inutilmente pacifisti, ma la nostra vera natura è guerrafondaia!! Ce lo insegna la Storia!!»
Própiu sa «natura» nostra e «vera» puru?!
Eh, Ginick, bi torret a pessare bene e mancari chirchet menzus de cumprèndhere si s’istória (initziale majùscula che a Deus?) l’ant fata e faghent sos masellajos e ladros de umanidade e no s’infinidade de sa zente fintzas prus mìsera chirchendhe de si campare, e no pro si fàghere mere de sos àteros e de s’anzenu logu cosa e zente, ma azigu pro campare e campare e irrichire fintzas a chie l’irfrutat e la faghet o lassat mòrrere puru de fàmine, de bisonzu e de miséria!!
It’est su “pacifismu” tocat a bìdere, ma s’Umanidade est paghe, unione, coperatzione, profetu/azudu/bisonzu de s’unu cun s’àteru, ca custu si narat vida.
Est de sa ‘economia’ dominante (e mancu de chie la dóminat e cheret dominare su chi restat!) sa «vera natura» de gherra, ca est una màchina de gherra, economia de gherra a irvilupu illimitadu insostenìbbile e irbariadu!
Gentilissimo, la sua correzione è legittima, ma fattori di tono e di contesto mi portano a pensare che la frase avesse altri intenti. Sul Grande Israele ha ragione, ma non sono gli “ebrei”, come dicono tanti, a pensarla in questo modo.
In tutte le discussioni italiche il male estremo è l’ignoranza. Tutti ormai sono esperti di tutto, prima di vaccini, poi di Ucraina, ora di Israele. Per me vale sempre la frase di Mark Twain: “Non discutere mai con un idiota: ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.”
Egregio Professore, Santin dicendo che Israele vuole prendersi la terra intendeva la striscia di Gaza e perchè no, la Cisgiordania, per i suoi coloni, non certo il pianeta. E’ questa con tutta evidenza la loro intenzione. Poi però le deliranti mappe della “Grande Israele” le sta facendo circolare Netanyahu non certo la GIalappa’s
Egr. Prof.,
La Storia. Senza andare a scomodare Adamo ed Eva, la storia è la sommatoria degli errori umani elevati alla massima potenza! In essa trovano valide attenuanti sia gli estremismi di dx che di sx
Ora nell’ uomo si sta sviluppando sempre più un pacifismo che è rinnegare in modo totale la storia ,fatta di guerre continue ,di conflitti più o meno ideologici sui massimi sistemi e che coinvolge un pò tutti.. Ora siamo pian piano rientrati nel naturale svolgimento dell’ epopea più attinente alla storia, non che ne fossimo mai usciti dopo il secondo conflitto mondiale ( Corea, Vietnam, Iraq e una miriade di altri focolai sparsi per mondo) ma la nostra vicinanza con le sedi belligeranti attuali rende il problema più sentito. Due gigantesche aggressioni sono in atto. Non sappiamo quale sia la peggiore. Di certo una è un’ingiustificata aggressione di una potenza nucleare contro un popolo libero che voleva solo tutelare, a ragione, la propria indipendenza chiedendo di entrare nella NATO, la seconda, invece, in risposta ad una terribile aggressione con l’ uccisione di oltre un migliaio di uomini, donne e bambini e la cattura di esseri umani, detenuti in condizioni orribili e usati come ostaggi . Situazioni di partenza ben diverse fra loro,ma che nel corso del periodo di belligeranza sono andate a farsi sempre più analoghe. Non saprei se nel corso di un processo per crimini di guerra solo il primo finirebbe sulla forca ed il secondo avrebbe salva la vita perché giustificata da reazione ad immonda aggressione!
Nonostante ciò, il nostro paese vede solo gli errori del secondo e con manifestazioni e bandiere al vento a favore del popolo aggredito, che, in realtà, nulla oppone contro i terroristi causa dei loro guai, accusano di genocidio lo stato che vuole difendere la sua democrazia e la sua esistenza! Di contro nulla si manifesta contro il criminale che vuole annientare la presenza di uno stato democratico per soli fini espansionistici!
Ed allora anche personaggi della nostra miserrima tv, Lei mi permetta, di dubbio valore artistico, scivolano sul bagnato, annullando quel poco di buono che erano riusciti ad esprimere! Quale sarà la conclusione del caos attuale? Si riuscirà mai a salvare una nazione dal suo aggressore o liberare un popolo dai terriristi che lo controlla?
Certo, la responsabilità maggiore ricade sul fallimento dell’ ONU, nato come tutore della pace nel mondo ed invece imbalsamato dai veti incrociati degli stati che ne condizionano
l’ operare a seconda dei loro vantaggi partigiani !
Siamo, in sintesi, inutilmente pacifisti, ma la nostra vera natura è guerrafondaia!!
Ce lo insegna la Storia!!
Buona giornata!
https://www.ilriformista.it/chi-ha-infranto-il-sogno-di-due-popoli-due-stati-478641/ di Niram Ferretti
Rimarcare la matrice fascista delle stragi italiche vale anche per rimarcare le profonde radici comuniste delle terrorismo di sinistra. Ma questo lo diceva tanti anni fa Ugo Intini, che incalzava il PCI sui cosiddetti compagni che sbagliavano ma intanto ammazzavano. Ed invece bisognerebbe chiedersi dove l’occidente cristiano, comunista e fascista affondi le sue radici nell’antisemitismo. Ai molti senza memoria ricordiamo che quando gli ebrei nel ghetto di Varsavia si lanciavano in fiamme dalle finestre incalzati dalle SS, i cattolici polacchi applaudivano
Egregio, questo mondo è un immenso stadio di calcio dove pochi vi si recano in nome dello sport ed in tanti per tifare “contro” con insulti volgari che, lo vediamo spesso, vengono poi conditi con violenze. Gli spazi per un confronto onesto qualunque sia (purché in buona fede) sono sempre più stretti. Il “tifo contro a prescindere” è figlio della mancanza di onestà intellettuale e di rispetto altrui che è alla base dell’enorme bacino di astensione politica. L’unico rifugio è stato nei decenni passati la Famiglia le cui mura, novella Fort Apache assediata in nome del “vale tutto ed il suo contrario”, hanno ormai ceduto quasi del tutto. Minorenni violenti, delinquenti, financo assassini, ne sono la inevitabile conseguenza.
Recentemente ho chiuso il mio profilo social grazie al quale avevo ritrovato vecchie amicizie ormai perse di vista. Troppo odio, troppa disinformazione, troppi profili falsi in nome di un business (dietro ogni like arrivano quattrini) la cui piattaforma ti censura se scrivi culo ma che per 6 anni nulla ha fatto per chiudere una cloaca (“Mia moglie”, se ne sta parlando in questi giorni) dove lo schifo sessista regnava incontrastato.
È per questo motivo che La ringrazio per questo spazio di confronto dove si parla di tutto e liberamente ma col massimo rispetto delle idee altrui.
Una zattera in mezzo all’oceano.
Saluti.
In Italia le cose serie e drammatiche come il conflitto israelo-palestinese diventano occasione per scontro tra tifoserie..
Israele-Palestina trattata alla stregua di un derby Roma-Lazio.
Santin si è comportato da perfetto tifoso e sl diavolo la complessitá e l’umana compassione per le vittime innocenti di entrambi i campi! In questa logica perversa l’infelice espressione sul 7 ottobre e Hamas è una conseguenza.
L’unica magra consolazione è che l’Italia, dove il dibattito è così misero e l’informazione di qualità scarsamente diffusa, resta Paese dal peso geopolitico assai relativo che non può aggiungere ulteriori danni a una situazione da tempo compromessa.
Concordo con la tua analisi. Nel frattempo l’ignoranza dilaga e tutti (quasi tutti), esperti di tutto, pontificano…
Si continua a fornire diagnosi inesatte,anni ’50 e ’60 si cresceva a ritmi sostenuto nonostante le macerie della guerra appena passata,anni ’70 cominciano i malumori addebitate a fazioni politiche estreme,poi l’assassinio di Moro il divorzio Tesoro Banca d’Italia l’aumento vertiginoso debito pubblico,che negli anni’90 nonostante i continui avanzo primario,si tassa di più di quello che si spende,ci troviamo nella slavina del debito pubblico,Qui sta la diagnosi dei nostri mali,non vedo all’orizzonte un certo politico adatto a risolverlo,ci tocca aspettare i Messia.
È proprio così. Perciò non si progredisce di un passo. Alle menzogne ripetute ci si crede. O per opportunismo o perché si è grulli.