Sardizzare il credito? Si podet faghere……. o no?

21 gennaio 2013 09:452 commentiViews: 37

Grazie al segretario della Fondazione Banco di Sardegna ho potuto leggere e studiare gli accordi parasociali tra la Fondazione e la Bper, pubblicati dal Sole 24 ore il 27 ottobre u.s. Ve ne darò conto quando sarò riuscito a capirne fino in fondo tutte le implicazioni. Nel frattempo è bene tener d’occhio le questioni del credito, perché chiunque abbia avuto esperienze in questi anni con le banche che operano in Sardegna non può non aver rilevato che esse sono uno dei fattori, se non il più importante, della gravità della crisi sarda. Inutile dire che, dinanzi a questa affermazione, le banche si difendono esibendo il rapporto tra raccolta e impieghi, per dimostrare che ‘investono’ e ‘credono’ nella Sardegna.  Quando però si entra nel merito degli impieghi, cioè se ne valuta la qualità; quando si entra nel merito delle esposizioni maggiori, vera cartina delle collusioni tra piccoli e grandi poteri sardi, il discorso si sottrae a ogni possibilità di valutazione positiva. Oggi è sbagliato andare in banca fiduciosi e sguarniti. Anzi, la banca presuppone che il cliente conosca le sue (della banca) perversioni e si sente autorizzata a colpire dinanzi all’esibizione dell’ingenuità. Una mia amica che assiste le imprese, si sgola da anni a raccomandare corsi di formazione per gli imprenditori e/o investimenti in tutoraggio per il miglioramento del rapporto tra clienti e banche. Un altro mio amico, imprenditore, ormai è l’anima nera delle banche: riesce a farle condannare per usura.
Gran parte del credito in Sardegna è il Banco di Sardegna. Che cosa sia stato il Banco di Sardegna lo dimostra la dimensione della sua Fondazione, una delle più ‘grandi’ d’Italia, nata evidentemnete da una banca florida. Ora, la domanda è: fino a che punto il Banco di Sardegna è stato dei sardi e fino a che punto lo è oggi? La domanda non è banale, perché dalla risposta dipende se si può affermare oppure no che il Banco è nato da uno sforzo corale dei sardi o dallo sforzo creativo e intelligente di alcuni sardi. In sostanza, dalla risposta dipende la possibilità che il Banco di Sardegna sia un problema politico e sociale o semplicemente una delle tante società per azioni nel cui azionariato il popolo sardo non ha un beneamato nulla da poter dire.
Quali fonti usare?
Intanto usiamo una fonte indipendente per descrivere il Banco. Usiamo il Siusa, il Sistema Informativo Unificato per le Sovrintendenze Archivistiche. Ecco il profilo del Banco, qui indicato come soggetto produttore di documentazione:
“Nel 1600, per iniziativa delle Diocesi, nascono in Sardegna, su modelli spagnoli, i primi Monti frumentari con la funzione di costituire un capitale di supporto al ciclo agrario. Nel 1780 accanto ai Monti frumentari vengono creati i Monti nummari, finalizzati alla concessione di anticipazioni in denaro agli agricoltori (insieme sono detti Monti di soccorso). Nel 1844 vengono create le Casse di Risparmio di Alghero e di Cagliari.
Tra gli anni 1871-1877 nascono numerosi istituti legalmente abilitati all’esercizio del credito agrario (Banco di Cagliari, Banco di Sassari, Banca Agricola Sarda, Banca Agricola Industriale Arborense, Credito Agricolo Industriale Sardo, Banca Agricola di Gallura).
Nel 1897 le due Sezioni della Cassa Ademprivile della Sardegna, sorta in origine con la funzione di amministrare i beni ademprivili rimasti al demanio, vengono trasformate in Casse Ademprivili di Cagliari e Sassari e poi parificate alle Casse Provinciali di credito agrario dell’Italia Meridionale; ad esse viene affidato il compito di finanziare e rivitalizzare i Monti di soccorso. Nel 1907 le Casse Ademprivili vengono messe in grado di funzionare come istituti di credito. Nel 1924 i Monti di soccorso vengono trasformati in Casse Comunali di Credito Agrario. Nel 1928 le due Casse Ademprivili vengono fuse nell’Istituto di Credito Agrario per la Sardegna (ICAS), autorizzato ad operare sia attraverso le proprie sedi e filiali, sia attraverso le Casse Comunali e le Casse Rurali.
Nel 1944 viene creato il Banco di Sardegna di Cagliari, ma, per carenze di dotazione e di capitale, viene attivata solo una Sezione di Credito industriale. Nel 1953 con la fusione dell’ICAS e del Banco di Sardegna di Cagliari, viene creato il Banco di Sardegna, Istituto di credito di diritto pubblico con sede legale a Cagliari e con sede amministrativa e Direzione Generale a Sassari.
Il 29 luglio 1992 il Banco di Sardegna si trasforma in S.p.a.”
È fin troppo evidente che le operazioni del 1944, e soprattutto del 1953, con la fusione dell’Icas e del Banco di Sardegna, legano la nascita del Banco alla secolare battaglia del credito dei Monti frumentari e nummari. Il Banco nasce con una radice sociale e pubblica indiscutibile. Oggi, queste origini, vengono largamente spregiate e dimenticate come se il Banco sia stato costituito da alcuni privati (e non da una sorta di public company stretta prima da vincoli politici e morali e poi da vincoli societari) che ne potevano e ne possono disporre come meglio credono.
Vi è però chi, e non senza ragioni, sostiene che il grande balzo patrimoniale in avanti è stato fatto dal Banco ai tempi della Rinascita e delle leggi di incentivazione per l’industrializzazione del Sud e delle Isole. Lo Stato e la Regione depositivano a interessi pressoché nulli ingenti cifre nei conti del Banco che li investiva prima di tutto in titoli. Nella differenze tra i rendimenti finanziari e i costi (quasi inesistenti) per gli interessi attivi delle risorse provenienti da finanza pubblica, il Banco si è fortemente capitalizzato. Questa crescita, fatta con i soldi dello Stato, avrebbe oscurato il primo apporto e in qualche modo annacquato i diritti morali dei sardi a rivendicare il Banco come proprio. Invece, il Banco ai tempi della Prima Repubblica, cominciò ad assumere il volto della Banca di un forte gruppo politico e del mangemment che lo esprimeva.
I passi successivi sono noti. In primo luogo la Legge Amato n.218 del 1990. È interessante notare la differenza di presentazione di questa norma da parte dell’Acri e da parte di Sandro Brusco. Io mi ritrovo sulle posizioni di quest’ultimo: “La quadratura del cerchio avvenne con la cosidetta Legge Amato del 1990. La logica può essere brevemente spiegata come segue. Le banche divenivano normali società per azioni, il cui controllo era quindi in principio contendibile (cioè ottenibile attraverso l’acquisto sul mercato di una quota maggioritaria). Ma dei congrui pacchetti azionari, tali da garantre il controllo, venivano conferiti a delle fondazioni. Le fondazioni, come noto, sono enti che vengono formati mediante conferimento di un patrimonio. Tali enti sono vincolati per legge e statuto nel tipo di uso che possono fare del proprio patrimonio e del reddito che esso genera. Sono inoltre controllati da un comitato di gestione secondo modalità previste dallo statuto della fondazione stessa. Nel caso delle fondazioni bancarie, molti degli amministratori sono tipicamente nominati da comuni, province, camere di commercio e altri organismi pubblici o semipubblici, il che significa che in larga misura tali enti sono controllati dal sistema politico.
Il punto cruciale è che, a differenza delle società per azioni, le fondazioni non sono contendibili. Mentre è concepibile che una società quotata in borsa possa essere scalata da qualcuno che ha un patrimonio sufficiente e decide quindi di acquisire una quota maggioritaria della proprietà, nulla del genere è possibile con le fondazioni. Il patrimonio della fondazione è indivisibile ed è controllato dagli amministratori, e gli amministratori sono nominati a norma di statuto (questo, per inciso, vale non solo per le fondazioni bancarie, ma per tutte le fondazioni, non importa quanto minuscole). Quindi, se si vuole acquisire il controllo di una fondazione bisogna impegnarsi in giochetti di corridoio e in congiure di palazzo, influenzando gli enti che nominano gli amministratori. Si tratta, come è facile capire, di un terreno sul quale i nostri politici si trovano assai più a proprio agio.
Quindi, riassumendo: le banche sono in principio contendibili, ma le fondazioni ne possiedono quote significative mediante le quali esercitano il controllo. Non essendo le fondazioni contendibili, anche le banche da esse controllate finiscono per essere non contendibili. Il loro controllo resta quindi, seppur in via indiretta, nelle mani dei politici.
Vi sono stati ripetuti sforzi, tipicamente su istigazione europea, per ridurre la quota di proprietà bancaria detenuta dalle fondazioni. In effetti ora quasi nessuna fondazione possiede quote maggioritarie delle banche controllate. Per contrastare tale possibile aumento della contendibilità il sistema politico ha però agito in due direzioni. Da un lato, le fondazioni hanno incrementato l’acquisizione di pacchetti azionari di altre banche, oltre alla banca di riferimento, il che ha generato intrecci dal difficile scioglimento (esempi più concreti a breve). Dall’altro, il mondo politico è sempre stato pronto a intervenire in tutte le occasioni in cui le oscillazioni dei corsi azionari hanno reso realistico un cambiamento di controllo”.
Questa analisi non calza perfettamente al caso Banco di Sardegna – Fondazione, perché molti contestano alla Fondazione l’esatto contrario, cioè di non avere esercitato un severo controllo su Bper e di avergli ormai ceduto la Banca praticamente senza avergliela fatta pagare. Viceversa, vi è chi punta sui costi di gestione della Fondazione, la quale secondo il Sole 24 ore è da annoverarsi tra le grandi fondazioni e tra queste si colloca al secondo posto della sua classe dimensionale per il rapporto tra costi di gestione e erogazioni (24%): gli alti costi di gestione sarebbero la tara parassiataria della governance. È così? Non so valutare.  Ora, al di là di come si giudica la politica della Fondazione (al mio paese ha finanziato cose egregie), il problema che si pone è chi esercita realmente il controllo della Fondazione e quanto può esservi reale la partecipazione dei sardi (non dei partiti o delle istituzioni, ma dei cittadini) e quale può essere il suo ruolo potenziale della Fondazione nella nascita di un nuovo sistema creditizio in Sardegna. Questo è il punto politico: il credito in Sardegna non ha una struttura propulsiva dello sviluppo; esso è invece un fattore frenante e parassitario. La Fondazione potrebbe essere un soggetto attivo di una vasta riforma e rinascita dal basso, ma è fortemente intrecciata con una banca (il Banco) che ormai sta alla Sardegna come Auchan sta alle sue filiali sarde. Sono argomenti complicati, degni di una campagna elettorale, eppure assolutamente oscurati dalle biografie improbabili dei candidati imposti agli elettori sardi.

2 Commenti

  • Antonello M

    E inutile ribadire che questi argomenti sarebbero dovuti essere priorità televisiva, qualora c’è ne fosse una disponibile a trattare queste tematiche. Paolo non so in quale lingua lo devo dire. Una televisione che partirebbe dal basso,sarebbe cosa fattibile, con una semplice raccolta fondi da raccogliere tra la gente, con un semplice blocchetto con matrice e figlia, coinvolgendo il Popolo e rendendolo artefice di qualcosa di tangibile. Il frutto maturo di questo matrimonio tra disgregati, si potrebbe proporre in tutte le case dei Sardi, dando un’alternativa e credibilità al telecomando, affinche non ci si continui ad annoiare, guardando intorpiditi le solite idiozie e malainformazione perpetrate a nostro danno da troppo tempo. Ci ritroviamo divisi come sempre, c’è chi si candida alle statali, chi non si candida, chi manifesta a favore dell’assenteismo. E gli argomenti trattati come pure questo riguardante la BPER, meriterebbe tutt’altra platea, numericamente parlando. Ci mancava il primato sociale sulla depressione, e con il 10% adesso siamo primatisti incontrastati immagino pure a livello Europeo, nostri figli crescono con lo sguardo perso nel vuoto e noi…….. predichiamo nel deserto. Booh. Prima o poi spero di trovare qualcuno che valorizzi qst opportunità, se si avvia un progetto terapeutico di questa portata nessuno si troverà sicuramente solo a lottare contro i fantasmi. Tu stai con gente che prima della Sardegna mette “davanti”, 93 pur gloriosi anni di un partito, alla “nostra” martoriata Terra, sostituendola spudoratamente con una tessera. Fosse per me potrebbero tranquillamente sparire tutti,non sentirei sicuramente la mancanza del fallimento arrivato all’anno del Signore 2013. Scrivo questo pensiero consapevole dei limiti e della fatica che un non-letterato come me deve fare per mettere su due concetti, ma non m’interessa si può anche ignorarmi ma ho ben chiare tante cose da fare e mi auguro che il tempo e gli eventi mi mettano in condizione di portarle a termine, per il bene del mio territorio e di tutta la Sardegna. Per il resto sarò sempre Livre como el viento aspettando con ansia la SINTESI-AGGREGANTE da tutto il fervore indipendentista per aver credito poter lavorare e soppratutto per metterci la faccia.

  • Come prima cosa, se no tutto diventa maledettamente più complicato, bisogna impedire alla Fondazione Branco di Sardegna la vendita del 29% delle sue quote (49%). Vendita che andrebbe fatta alla BPER (che già dettiene il 51%) che può esercitare il diritto di prelazione. E non gli costerebbe nulla visto che non ha ancora pagato il 51% (sono trascorsi 12 anni), figuriamoci se mette la mano al portafoglio per il 29%. Sottoscriverebbe un’altra cambiale.
    Seconda mossa: le forze poitiche se la sentono di dichiarare guerra alla BPER per il mancato pagamento del 51% e la messa in mora della vendita? Perchè il Banco è patrimonio del sudore dei Sardi, perchè anche i fondi della Rinascita sono il frutto di battaglie dei Sardi. E’ una argomentazione capziosa attribuire il rafforzamento del Banco ai fondi statali, che altro non erano se non un ristoro parziale di quanto rapinato alla Sardegna. Tradottosi poi in operazioni predatorie e non certo in sviluppo e crescita della Sardegna.
    Il Banco era in mano alle forze politiche prima, con la D.C. azionista di maggioranza, lo è ancora oggi ed il suo azionista di maggioranza è il PD emiliano.
    Se la sente il PD che si autodefinisce sardo (ma poi china il capo a Bersani, come Soddu a Piccoli ed è per questo che stanno bene assieme) di uscire dal silenzio per combattere questa battaglia?
    Questo mi pare un bell’assist per la campagna elettorale e per un voto utile al PSD’AZ:

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