Continuità, Politica, Stato sardo

I sardi devono essere liberi di volare

Lo scontro con l’Unione Europea sulla continuità territoriale sembra proprio essere una conferma della necessità, come spesso ripete Franciscu Sedda, di essere dotati di una seria consapevolezza della necessità di pensare la Sardegna come se fosse uno Stato. Questi temi tecnici sono perdenti per noi se affrontati senza un solido bagaglio di pensiero sulla Sardegna, sui suoi diritti e sui suoi poteri.
Tasse e trasporti sono il terreno su cui si può costruire un vasto accordo politico semplice e efficace: i poteri dei sardi su entrambe le materie devono aumentare. Indipendentisti e non indipendentisti mi sembra possano trovare su questo un accordo di grande significato.
Resta poi il problema di come si sta di fronte al Governo italiano (che ha impugnato la legge sull’Agenzia delle Entrate senza neanche un miagolìo da parte del gattino autonomistico della Sardegna – ma il Partito dei Sardi non è un gatto) e di fronte all’Unione Europea su questi temi.
Sulla continuità territoriale il Governo italiano sembra essere al fianco della Sardegna, ma occorre stanarlo fino in fondo e per farlo serve essere nutriti di un pensiero politico il cui perimetro è più vasto dei tecnicismi della specifica proposta di continuità territoriale. Chi fa coincidere la posizione politica con la proposta tecnica gioca nel campo dell’avversario, in poche parole gioca, come spesso ripete Sedda, nel campo dogmatico degli altri pretendendo di far accettare un’eresia.
Mi spiego.
I primi a pensare che i trasporti dovessero e potessero essere lasciati a una totale libera concorrenza furono gli americani.
Poi accadde che intere aree degli Usa risultarono non servite da alcuna compagnia aerea, perché le rotte non erano ritenute vantaggiose.
Anche l’Unione Europea affermò nel Trattato il principio della libera concorrenza anche nei servizi, ma lo corresse fino al punto da ritenere possibili quelli che noi chiamiamo gli oneri di servizio pubblico.

Quindi occorre sapere che già nel Trattato esiste una dialettica importantissima tra il principio della libera concorrenza e le politiche necessarie a garantire i diritti fondamentali, non diversamente da quanto accade nella Costituzione della Repubblica italiana.
Trovare un equilibrio tra diritto alla mobilità e principio della libera concorrenza significa decidere quante risorse pubbliche si investono per garantire il diritto dei cittadini. In altri termini, però, si può dire che significa decidere anche quanto i poteri locali, nel caso specifico il potere della Sardegna, possano agire per garantire i diritti dei cittadini.
Chi decide il perimetro dei diritti dei cittadini? Chi decide quanto denaro pubblico è necessario investire per tutelarli?
In termini giurisdizionali il soggetto che verifica la legittimità dell’equilibrio trovato è la Corte di Giustizia europea, non la Commissione europea.
Spesso si dimentica che la Commissione è un organo politico; spesso si dimentica che se scrive una Direzione generale della Commissione è come se scrivesse, in Sardegna, un Direttore generale di un Assessorato. Ciò che dicono non è una sentenza, è una posizione politica. E la posizione di Bruxelles sulla nostra continuità è politicamente connotata a rendere i diritti delle compagnie aeree più forti del diritto dei sardi alla mobilità e del diritto della Regione Sardegna a regolare questo diritto. L’Italia, che siede in Commissione, dove sta in questo scontro? Posizione non pervenuta.
Ma poi c’è un ‘ma’ tutto italo-sardo.
Oggi i moribondi giornali di carta sardi danno la notizia (vecchia di 18 ore) che la decisione della Commissione di valutare sotto la categoria degli aiuti di Stato illegittimi la continuità territoriale sarda ha di fatto sterilizzato la firma dei contratti con le compagnie aeree degli scali non contestati da Bruxelles. Perché? Perché i dirigenti della Regione non firmano un bel niente e tanto meno altrettanto fanno i rappresentanti delle compagnie, per paura di procedere e poi di essere coinvolti in una procedura di infrazione e, qualora condannati, essere chiamati dalla Corte dei Conti italiana a risarcire.
Quindi, in due parole: Bruxelles emette un atto per nulla dispositivo ma sostanzialmente minaccioso (“Guarda che apro una procedura di infrazione“); l’Italia si guarda bene dall’opporsi nelle sedi giuste, come invece fanno sempre i francesi e i tedeschi riconducendo gli organi politici della Commissione a più articolate visioni e soprattutto sottraendo alle direzioni generali della Commissione funzioni politiche che non competono loro (perché certo la misurazione di che cosa sia un diritto e di quanto valga non può essere delegato a una direzione generale); i dirigenti regionali non firmano, perché sanno che alla Corte dei Conti italiana (la incredibile sentenza su Hydrocontrol docet) godono a sanzionare che si becchi una sanzione europea; la Giunta regionale resta ostaggio di questa cappa di poteri esercitati di fatto e non di diritto e di paure diffuse.
In questo quadro, è chiaro che serviva cultura degli interessi nazionali sardi, capacità di mobilitazione, capacità di interpretazione e alta diplomazia. Ma soprattutto questa vicenda dimostra quanto possa praticamente essere utile pensare da indipendentisti, pensare come se fossimo uno Stato, perché se questa cultura fosse diffusa, già oggi le nostre azioni sarebbero più ordinate, più univoche nella direzione di senso, più comprensibili e più efficaci.