Sabato 15 congresso sardista della Federazione di Nuoro

10 settembre 2012 07:3313 commentiViews: 13

Sabato 15, a Dorgali, presso la sala convegni del ristorante “Il querceto”, si terrà il X congresso di Federazione del Psd’az di Nuoro. Siccome il Psd’az di Nuoro non è attraversato dalla malattia del correntismo né da bramosie di scontri interni (come tanti all’esterno del Partito vorrebbero che fosse), invito tutti (compresi gli intellettuali, gli imprenditori, le associazioni che mi cercano e mi scrivono) a partecipare almeno ai lavori della mattina, pensati opportunamente per ragionare di politica con i partiti e i movimenti ospiti. Io ho la sensazione che il congresso di Nuoro sarà un momento importante della politica regionale, non tanto di quella provinciale (che è morta). Si parlerà di tutto e si faranno scelte, perché una cosa è certa: o si intraprende una strada coraggiosa, chiara, priva di equivoci e ricca di responsabilità, o il congresso sarà un danno piuttosto che un vantaggio per il partito. Io non sono interessato a cariche di partito. Sono però determinato a che si faccia chiarezza sulla nostra posizione politica per il futuro della Sardegna. Dobbiamo usare parole forti e chiare. Non sono interessato a un congresso dell’acqua fresca, del tirare a campare. Non sono interessato a un congresso rituale di mero rinnovo degli organi. Non è tempo. Servono posizioni politiche originali, forti e da perseguire con sacrificio e coerenza. Si inizia a Nuoro.

13 Commenti

  • Enrico Cadeddu

    Mi sarebbe piaciuto molto parteciparvi,ma impegni presi in precedenza me l’impediscono.
    Buon lavoro e restituiamo la sovranità al popolo!

  • Per Evelina:
    a mio avviso, il primo passo è quello di rimettere nel popolo sovrano la scelta che, attraverso il voto esprimerà una nuova classe dirigente e questo non sarà una soluzione ma potrà essere un inizio. Io penso che i tempi siano maturi anche qui da noi,(come anche lei crede che sia l’anelito di tutti i sardi….. magari di tutti!!!! ma lo auspichiamo…) per dare il via al cammino che traccerà la strada dell’indipendenza, ora è il tempo di crederci, con spirito unitario e mirare dritti all’obiettivo, non ingenuamente ma con grande consapevolezza,coraggio e pronti al sacrificio.
    Grazie Evelina

  • Evelina Pinna

    @Rosella
    L’ha detto: la strada dell’autodeterminazione, che non è una porta antipanico oltre la quale governarci liberi da uno Stato che tratta con noi guardandoci con la testa in giù! Il suo auspicio, gentile Rosella, è l’anelito di tutti i Sardi, ci creda! Come io credo che la maggior parte dei sardi non si senta ‘una minoranza da tutelare’. Il mio ‘rivendicare’ attiene poi all’utilizzo di ‘strumenti politici prevalenti’, oltre e al di là della slealtà dello Stato. Il problema è che questa strada, la strada dell’autodeterminazione non è segnalata; è lastricata solo di proteste, piena di valli e dossi oltre i quali non vedo una cartellonistica politica che dia indicazioni precise. Lei pensa che in questo momento si possa prescindere dal trattare con lo Stato? E soprattutto questa politica isolana di oggi le pare stia dando prova di audacia nel trattare con chi fa uso e strabuso di potere dominante? Il problema attuale è ‘come’ giungere all’autodeterminazione. La politica poi… è sempre ‘la copia di mille riassunti’, me lo conceda. Il grande valore aggiunto di questi tempi sono invece le relazioni internazionali, che passano attraverso il confronto e il potere di contrattazione per un equilibrio di interessi che si avvicini il più possibile a una mediana. La ringrazio per il confronto, e a presto!

  • Per Evelina:
    Ora il Suo pensiero in merito alle possibili sorti della Sardegna e del suo popolo mi è molto più chiaro.
    In altre parole lei propende per un’Autonomia delegata, “…ad un potere di contrattazione autonoma, nelle materie di nostra stretta competenza(…)connessioni di politica federale attraverso cui dipanare verso lo Stato ….” (n.d.r.).
    Quindi ad un rivendicazionismo spinto, vale a dire a un’azione che di poco si scosta rispetto ai fatti ereditati dalla storia degli ultimi 64 anni di autonomia sancita dallo Statuto Speciale, cioè “…da uno Stato che ci governa dalle alture (…) una politica tattica di rivendicazione vigorosa… (n.d.r.);
    La quale(politica) fino ad oggi, ci ha negato sia una economia liberale che, una liberaldemocrazia che prevede non solo il rispetto della maggioranza ma, anche e soprattutto quello delle minoranze. Una specialità che i governi italiani succedutesi, rammentano solo ed esclusivamente per esimersi dal pagamento dei vari servizi e riversando i costo sul bilancio regionale, per poi bloccare con il patto di stabilità le risorse disponibili: sanità, infrastrutture stradali (anas), forestale per il controllo ambientale del territorio, trasporti, formazione e reinserimento al lavoro (cesil e csl; salvo poi cassare tutte le istanze provenienti dal locale.

    Per me invece la strada da percorrere è quella dell’auto determinazione politica, economica e fiscale, partendo dalle potenziali peculiarità del territorio e della sua posizione strategica nell’area trans- mediterranea; in un’otica federale di nuova matrice europea, da realizzarsi unitamente a tutte quelle Nazioni che si stanno battendo per avere uno Stato Indipendente (come la scozia, galles, catalogna, paesi baschi, corsica, trentino).
    Quello “sviluppo endogeno” (n.d.r) che lei considera, a ragione, impossibile, esclusivamente perché, legato a logiche italiane. Io invece lo auspico fortemente (lo sviluppo endogeno), da realizzarsi attraverso un grande sacrificio e rigore da parte di tutti i sardi per il benessere dei sardi. Mi creda, non è una utopia e a tal proposito, porto come esempio i tre Paesi Indipendenti Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), i quali riacquistarono l’indipendenza dall’Urss nel secolo scorso, tra il ’87 e il ’91, a seguito della caduta del muro di Berlino. Indipendenza che si ricorda con l’evento della così detta Rivoluzione Cantata, con manifestazioni dove il popolo baltico cantava inni fino ad allora proibiti dal regime sovietico. La libertà politica e indipendente ha portato questi paesi a sviluppare rapporti economici con l’occidente, svincolandosi completamente dai piani quinquennali del dirigismo russo, passando ad una economia reale di mercato, che nel 2004 gli porta a far parte prima della NATO e di seguito dell’ UE. Dunque con grande sacrificio hanno dato l’avvio ad una riforma e ristrutturazione politica ed economica ancora in atto, creando nuove strutture produttive, più tecnologiche, nuovi prodotti e nuovi mercati, prevalentemente in telecomunicazioni, trasporti e servizi. Un potenziale baltico è per esempio Skipe, di proprietà Scandinavo-Estone, venduta nel 2005 a e-Bay per 2,5 mld di dollari. Dunque nella prima fase di transizione il PIL è calato, per poi rialzarsi con l’ingresso nella UE, e l’incremento degli scambi commerciali con gli altri stati membri, favorendo poi l’ingresso di nuovi investitori esteri. Nonostante l’innalzamento di inflazione del 2006 la crescita è andata ad aumentare, raggiungendo soglie oltre ogni previsione, la crescita del PIL nel 2006 è stato per l’Estonia dell’11,6%; in Lettonia del 10,9% e del 7,4% in Lituania (fonte The Economist ottobre 2007).
    Nel settore energetico:
    Lituania/ Parlamento approva leggi per indipendenza energetica
    Verrà costruito nuovo terminal gasiero
    12 giu. 2012 Il Parlamento della Lituania ha adottato
    oggi a larga maggioranza due leggi per garantire l’avvenire
    energetico del Paese, che prevedono la creazione di un terminale
    per il gas sul mar Baltico e l’allaccio della rete elettrica
    lituana al sistema dell’Europa occidentale entro il 2020.
    Vilnius al momento è fortemente dipendente dalla Russia per il
    suo approvvigionamento energetico. Il terminal gasiero dovrebbe
    cominciare a funzionare al più tardi il 3 dicembre 2014 e coprirà
    almeno il 25 per cento del fabbisogno, diversificando le fonti
    d’approvvigionamento. Per il gas, attualmente, la Lituania
    dipende esclusivamente dalle forniture di Gazprom.
    Vilnius e Gazprom sono in disaccordo sul prezzo del gas. Mosca
    inoltre vede nei tentativi della Lituania di promuovere in sede
    Ue una riforma del mercato del gas una minaccia al suo ruolo.
    (da Investire oggi.it)
    Esattamente quello che l’Italia non fa, perché non pianifica una autorevole politica energetica. Alla fine anche la questione del Galsi, risultava scomoda a un potere forte: l’Eni (nonostante gli interessi indiretti, inerenti alla costruzione del gasdotto con la Saipem) che acquista il gas dalla Russia (Gazprom) a prezzi che non ci è dato sapere per clausola contrattuale e che, un potenziale concorrente come il Galsi avrebbe rotto gli equilibri di mercato, andando a demolire il quasi totale monopolio di Eni; tant’è che il gasdotto non si realizza più e non di certo per gli schiamazzi messi in atto in Sardegna.
    Inoltre i mercati Baltici hanno attraversato egregiamente, rispetto ad altri paesi membri, la crisi che ha colpito in maniera massiccia l’eurozona, grazie agli equilibri bancari interni, a controllo prevalentemente scandinavo, e a una efficienza interna:
    consolidamento di bilancio, rigore fiscale nel settore pubblico , taglio dei costi per le imprese, riduzione del debito finanziario, questi gli obbiettivi raggiunti, per il benessere esclusivo delle loro genti.

  • Evelina Pinna

    @ Rosella
    La Sardegna dei nostri giorni purtroppo è una società ibrida, andata oltre gli interessi e i valori di un’economia di base. Gli interessi economici, più che in antitesi, sono compenetrati da quelli dello Stato. Dobbiamo imparare ad essere consapevoli delle nostre caratteristiche e prerogative di sviluppo, compreso il fatto che lo Stato in passato ha elaborato un’economia nazionale entro i nostri confini senza oggi assumersi il rischio della deindustrializzazione. Ha esposto la nostra economia al rischio peggiore senza approntare nessuna rete di protezione. Il discorso ciononostante non è così semplice, perché non possiamo certo comportarci come una ‘multinazionale privata dei nostri interessi’. Lo Stato-diretto che io intendo è una nuova idea di governo che ruota attorno a un potere di contrattazione autonoma nelle materie di nostra stretta competenza, oggi lettera morta nonostante lo Statuto. Servono in sostanza delle connessioni di politica federale attraverso cui dipanare verso lo Stato, delle logiche formali e sostanziali di governo autonomo.
    I settori dell’alluminio, del gas, della green economy compresa l’agenda digitale, che danno valore al mercato azionario attuale ed emergente, e rappresentano un backup di guadagno non indifferente, ormai appartengono alla nostra nuova cultura, mentre siamo all’offensiva di uno stato che ci Governa dalle alture. La Sardegna dovrebbe mettersi lungo la strada di un’economia liberale, e assumere come modello di riferimento… finalmente se stessa. L’infrastruttura hw delle aziende oggi è strettamente collegata all’infrastruttura sw. Il capitalismo di stato ormai è moribondo; è un modello che ha mostrato largamente le sue debolezze. Le multinazionali assolvono in realtà ad interessi del tutto privati, mentre sono lo specchietto delle allodole per le economie locali. Le cricche dei burocrati, spesso, manipolatori di valuta… Il braccio lungo della storia c’insegna che il capitalismo di Stato in Sardegna è stato solo un modo di svolgere maestose partecipazioni e di grosse perdite di fronte alle quali oggi è remissivo e s’impone una politica tattica e di reazione vigorosa.
    Per cambiare serve un processo politico, non bastano centinaia di manifestanti di Alcoa oggi o di Ottana domani di fronte al Mise, o azioni dirompenti e minacciose contro lo Stato. Lo stato-diretto è alla base del patto di super governance attorno al quale devono stringersi tutti i partiti prima delle elezioni. Non è un invito al sardismo, ma ripeto, un patto attorno al quale i nuovi partiti si organizzeranno. E non implica neppure un conflitto retrogrado con lo stato nella vertenza entrate (ormai persa), quanto nuovi presupposti di fiscalità allargata. Chiaramente implica una nuova cultura politica e buona capacità istituzionale e amministrativa, fatta anche di buone relazioni formali con lo Stato.
    E’ impossibile promuovere, o quanto meno indurre, uno sviluppo economico endogeno in presenza di un vuoto istituzionale del Governo che continua a considerarci come servitù di passaggio di interessi industriali eterologhi e transitori; abbiamo bisogno di intercettare i nostri interessi per creare attorno a questi una rete di protezione per il lavoro e l’ambiente. La perversione dei burocrati di stato di agire contro una morale umana, senza alcuna responsabilità e consentendo la disperazione di centinaia di lavoratori vicino al lastrico, va quanto meno bloccata. Chi ripagherà le famiglie di Portovesme dall’umiliazione di vedere i propri familiari inginocchiati a implorare lavoro di fronte ai ministeri romani? A me certe scene fanno piangere.

  • Salve a tutti, in questi giorni, abbiamo assistito ad un riscatto sociale del mondo del lavoro, che ancora rimane circoscritto al Sulcis, proprio in merito a questo ho letto un articolo interessante, che seppure non condivisibile in tutte le sue parti, fotografa la situazione attuale in tutta la sua drammaticità. L’articolo è di Michela Murgia, dal titolo ” Non siamo tutti minatori” riporto alcuni passaggi, per riflettere sulle reali esigenze della nostra terra martoriata per anni da scelte politiche che hanno avuto come principale obiettivo, quello di creare bacini elettorali, a cui vendere nell’immediato, solo effimere illusioni.”Che le miniere sarde abbiano una storia di sangue voluta dall’alto è una cosa evidente, più che mai oggi che i minatori della Carbosulcis sono protagonisti di un’altra protesta, l’ennesima, fatta per chiedere l’impossibile permanenza di un’industria che ha finito i suoi giorni utili ormai da diversi decenni. Lo so, non bisogna dirlo: ci sono le loro famiglie disperate. Non si può sostenere che la miniera debba chiudere: perderanno il lavoro, cioè la garanzia della sopravvivenza. Invece dirlo è necessario, perché la responsabilità della memoria di Buggerru impone anche di chiamare per nome le scelte scomode che nessuna politica ha avuto il coraggio di fare negli ultimi cento e otto anni. Ma anche fermandosi agli ultimi venti, quelle scelte non le ha fatte certo il deputato sulcitano con l’elmetto che oggi è convinto di capitalizzare consensi facendosi fotografare con gli occhi sbarrati accanto a chi la giornata se la lavora davvero. Non le ha fatte nemmeno il presidente della regione Ugo Cappellacci, che in quattro anni ha cambiato quattro assessori all’industria e che meno di un anno fa ha nominato direttore della Carbosulcis un 28enne figlio di papà politico i cui unici titoli erano una laurea telematica e una specializzazione in gestione delle portinerie. Però quelle scelte – e questo va detto con chiarezza – non le ha fatte neppure la gente del Sulcis quando ha eletto questi incompetenti con il 56% delle preferenze, dimenticandosi che il futuro comincia dal voto responsabile: i politici hanno colpe oggettive, ma qualcuno li ha eletti. Anche ricordare questo è necessario. La Murgia, continua con due strade da percorrere, nessuna purtroppo è stata imboccata, per lo più forse perchè, nessun governo regionale ha mai veramente preso coscienza l’Autonomia della Sardegna, e dunque non ha mai avuto una politica economica o industriale che potesse esprimere autonomia. L’augurio è che politici di questo ” genere” possano iniziare e continuare sul fondamentale dell’Autonomia Sarda, questo è un valore aggiunto.

  • Ma non si dimette nessuno perchè sono tutti prigionieri così come è imprigionato il popolo sardo. La sfida è colossale: liberare i prigionieri. In prossimo Congresso Nazionale del PSD’AZ dovrà mettere in campo un progetto politico-economico forte che metta all’angolo tutte le altre forze politiche, sindacati e confindustria compresi, che continuano a vivere da parassiti (il segretario regionale della CGIL era sindacalista negli anni del terrorismo a Milano, lo è ancora dopo 40 anni, capite le incrostazioni!). Al centro del palcoscenico ci deve essere la Questione Sarda non l’interesse delle corporazioni. Bisogna avere coraggio, consapevolezza e sfidsre il rischio che è sempre presente in chi si assume RESPONSABILITA’.

  • Fulvio Perdighe

    Due parole sulla proposta di Ac Macomer.
    Saprebbero i sardi comprendere il significato di questa azione?
    Il ri-sentimento per l’abbandono da parte dello stato italiano misto alla consapevolezza dell’impotenza dello stesso davanti alla catastrofe economica in atto può diventare il terreno su cui seminare sardismo.
    Domani stesso proporrò al mio gruppo una discussione sul punto.
    Io mi dimetterei. Senza indugi. Siamo orfani di una madre che ci reclama solo per proprio egoismo, ma che è incapace di occuparsi di noi.
    Dobbiamo affrancarci da una classe politica regionale che ha i burattinai altrove!
    Forse le dimissioni di massa avrebbero il pregio di segnare una netta linea di demarcazione tra quelli che hanno la resposabilità di questa situazione, e che non si dimetterebbero, e quelli che invece si dimetterebbero perchè non hanno interessi personali o di lobbie in campo.
    Ci riflettiamo…

  • Per Evelina Pinna:
    Faccio una considerazione sul concetto da lei espresso:
    “Dovremmo inaugurare la deviazione, lo strappo nelle materie esclusive, convincere che in Sardegna è possibile applicare il modello di stato-diretto (e abbandonare quello di stato-nazione).”

    I Sardi appartengono ad una realtà umana e territoriale, con peculiarità storiche e culturali, distinte da quelle italiane (e anche gli interessi economici risultano in antitesi, quando non sono addirittura in netto contrasto).
    Dunque non possiamo staccare la spina e smettere di essere ciò che già siamo, una Nazione cioè Popolo, identificato in un determinato territorio geograficamente riconosciuto, che implica un insieme di processi in continua evoluzione; una entità etnica con una propria lingua e culturale che, rappresenta un valore aggiunto inestimabile, da conoscere per chi lo ignora, divulgare, praticare, esercitare, scegliere di appartenervi.
    Ciò che ci manca (o che ancora non siamo) è uno Stato Sovrano che si autodetermini sotto l’aspetto politico, economico e fiscale. Quindi condivido con lei, di mettere in atto un’azione di convincimento attraverso la divulgazione di quei contenuti reali e possibili, che ci permetterebbero di realizzare, come lei chiama, uno Stato-diretto.
    Ho ripescato le parole tanto attuali allora, come oggi e dal “rigore prosaico” di uno dei padri del sardismo, Antonio Simon Mossa:
    “Noi vogliamo dire ai sardi, a tutti quei sardi che ancora non si sono venduti all’oppressore, che soffrono in patria o all’estero per non rinunciare alla loro dignità e alla loro condizione di uomini liberi, vogliamo dire a tutti costoro che abbiano il coraggio e la volontà di batterci per la liberazione della Sardegna, per l’indipendenza politica ed economica del popolo sardo, per l’abolizione dell’ultimo e più brutale regime coloniale d’Europa”. (da convegno di indipendentisti del 22/6/1969 a S.Leonardo de Siete Fuentes)

  • Purtroppo non posso partecipare al congresso di Dorgali, ma anche risultando sicuramente monotono se fossi presente proporrei un solo punto:
    Dimissioni di tutti i consigli comunali e provinciali e del consiglio regionale
    La Sardegna sta esplodendo e pare che non se ne accorga nessuno. Contemporaneamente alle dimissioni darei a roma 15 gg di tempo per dare le risposte che la Sardegna attende, altrimenti le conseguenze sarebbero non controllabili da parte di nessuno.
    Tantissimi sardi sono alla disperazione e per chi non è abituato a rubare quando non c’è da mangiare e da pagare i debiti, cosa rimane da fare se non protestare?
    La gente non è più in grado di avere speranze e progetti per il futuro,si vogliono risposte per il presente, si sta vivendo giorno per giorno, centellinando i pochi euro a disposizione(chi ne ha)e se si pensa esclusivamente al futuro si vede solo il baratro.
    I sardisti devono battersi su questo,risposte alle nostre richieste e non allearsi ne con la destra ne con la sinistra, ma intraprendere un cammino con tutti coloro che appoggiano il nostro pensiero e che con noi vogliono allearsi per una SARDEGNA INDIPENDENTE.

  • Da conoscitore abbastanza attento del Nuorese e da ex tesserato del Partito Sardo mi viene sempre più spesso in testa una semplice domanda::
    Che c’hazzecca Maninchedda col Partito Sardo?
    Mi spiego…
    Maninchedda è un Sardista Moderno di Ultima generazione, uno che elabora a mille e che sa perfettamente di cosa ha bisogno la sardegna.
    Io spero che Maninchedda sia veramente in grado di giocarsi la carta di fare il prossimo presidente della Regione.

    Dall’altra parte mon credo sia stato in grado di modificare le dinamiche interne al Partito.
    un partito logoro con riti ancestrali e con personaggi che ancora pensano come i nostri avi.. Non mi dilungo perche potrei entrare nel personale e far veramente male..

    Auguro ai Maninchedda un vero congresso politico che lo porti a trasformare quelo che per anni fu il mio partito.
    Auguro a lui e a suoi amici l’auspicio di portare aria nuova e linfa nuova in questo pachiderma.
    Auguro a lui a tutti quelli che parteciperanno di iniziare la scalata per un soggetto unico di tutti i Sardi e non solo dei Sardisti.

    In bocca a Lupo

    P.s se cosi fosse, strada faciendo!!!!

  • Evelina Pinna

    Rifletto che la politica sardista ha il pregio di accumulare slancio sociale, ma il difetto di rimanere bloccata nel traffico delle buone intenzioni. Riverenzialmente trattenuta dall’incomprensibile timore dei partiti sardi di scegliere se ‘far torto o patirlo’, riferendoci allo scempio di posti di lavoro per cui è eufemistico parlare di politica omicida di governo. Noi sardisti siamo pionieri della pianificazione, politicamente esigenti, ma non esplodiamo mai sulla scena in modo drammatico ed incisivo, forse ci manca un pizzico di spettacolarità ed avvenerismo nelle iniziative! Partecipiamo alla ‘guerra nel bosco’ dei partiti sardi, oggi che tutti indistintamente, nessuno in pace con il governo, rimescolano la politica del denaro, con i vincoli dovuti alla mancanza cronica di questo e all’enfasi (ormai politica) di ‘spenderli con forza’. Ma nessuno prende atto che nella politica fiscale nazionale non ci sono gli strumenti fiscali appropriati per il compito che essi dovrebbero assolvere in Sardegna. Noi sardisti viviamo, di conseguenza. Partecipiamo a qualunque correzione o proposta di soluzione, ma solo se filtrata nell’interlocuzione a senso unico dello Stato. Poche le eccezioni. E questo dispiace parecchio.
    In Sardegna non abbiamo ancora trovato un modo ragionevole e una strada pacifica per gestire l’estensione sarda del sistema italiano. E forse non c’è. Il politicamente corretto sardo è quasi inapplicabile. Nonostante le croniche carenze di bilancio, nessuno ha il coraggio di riavvolgere il nastro fiscale per determinare azioni di contrasto, anche normative, dirette e decisive. Dovremmo ripescare il rigore prosaico che ci viene dai padri sardisti, condurre valutazioni snelle e darci scadenze programmatiche fisse.
    Dovremmo inaugurare la deviazione, lo strappo nelle materie esclusive, convincere che in Sardegna è possibile applicare il modello di stato-diretto (e abbandonare quello di stato-nazione). Sarebbe utile mappare il sardismo e le saldature d’opinione con le forze partitiche ideologicamente affini, anziché fungere da rete sparsa o da politica freeway.
    Un trionfo la creazione di una coalizione sardista, capace di bloccare le porte girevoli della politica centrale e di argomentare una politica che generi attività economica reale.

  • Augurandovi un buon congresso
    riprendete in mano la questione energetica, fonte di tutte le crisi industriali della Sardegna.
    Abbiate il coraggio di chiedere con forza il gas , o col sistema galsi o utilizzando la rete, prevista, e alimentarla con due rigassifficatori uno al nord e l’altro al sude dell’isola.
    saluti
    Peppino

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