Risposta a Mario Segni sull’indipendenza

13 settembre 2010 07:027 commentiViews: 19

918

Domenica La Nuova ha pubblicato un articolo di Mario Segni sulla nostra mozione per l’indipendenza. Ecco la mia risposta, pubblicata sulla Nuova di oggi. Meno male che almeno un quotidiano ha aperto il dibattito su questo tema.
Mario Segni non è d’accordo sull’indipendenza: la assimila al separatismo. Così non è.
Primo tema: la Nazione sarda. I sardisti di oggi non credono che il suo fondamento sia di tipo etnico, perché qualsiasi etnicismo sfocia inevitabilmente nel razzismo. Il fondamento della Nazione non è dunque naturale (come vuole una corrente di pensiero della destra europea, che si rifà a Herder). Esso è sempre politico: nasce dall’individuazione di un progetto comune (i diritti garantiti, la società ben organizzata, lo Stato efficiente e solidale, le libertà premiate, la giustizia regolata e verificabile) capace di rispondere al desiderio di realizzazione individuale e di coesione sociale dei cittadini. Ciò spiega perché per noi anche l’identità non è un fatto naturale ma è una decisione politica maturata nel consenso democratico (le lingue nascono e muoiono, naturalmente; noi, politicamente, vogliamo difendere la nostra). Questo significa che tutte le regioni o le macro-regioni d’Italia, hanno diritto a concepirsi come stati (peraltro alcune hanno una grande tradizione di sovranità direttamente esercitata), se il popolo lo ritenesse strategico per il proprio futuro. Tutto questo è scontato in Europa, meno in Italia.
Secondo tema: indipendenza. La mozione individua l’indipendenza come processo da attivare. Crediamo che l’Italia matrigna che abbiamo conosciuto sia al capolinea. I pasticci istituzionali, che hanno sovrapposto alla struttura portante dello Stato le riforme della Seconda repubblica, sono giunti al confronto drammatico con le emergenze sociali (tutte meridionali) e con le politiche di bilancio imposte dall’Europa. Non si possono più garantire i diritti con i debiti: bisogna imboccare nuove strade. La Lega ne ha indicato una: ogni regione viva della ricchezza che produce (concetto che noi non temiamo, perché abbiamo fatto i conti). Noi contestiamo l’anima autonomista del federalismo fiscale. Esso infatti punta a far coincidere l’egemonia economica del Nord con l’egemonia politica e burocratica sullo Stato, lasciando lo Stato centrale (e quindi il Nord) detentore della sovranità e capace di revocare ciò che oggi concede. Si pensi al Patto di stabilità: da una parte lo Stato ha concesso alle regioni le compartecipazioni fiscali, dall’altra ne ha impedito l’utilizzo. Oggi l’autonomia è una forma sofisticata di dominio, non di partecipazione.
Abbiamo precisato, in interventi successivi alla presentazione della mozione, che il tema dell’indipendenza inaugura la battaglia politica per la modifica della Costituzione italiana in senso confederale, cioè con una sovranità incardinata sugli Stati (attualmente le Regioni) e delegata da queste allo Stato confederale per le funzioni comuni. Non siamo separatisti: siamo statisti.
Terzo e ultimo tema: Indipendenza e Statuto. Noi abbiamo posto la questione dell’indipendenza per aprire una verifica sui valori-guida delle riforme istituzionali. Senza alti punti di riferimento culturali è impossibile fare buone riforme. Il clima è buono: i Riformatori parlano, come noi, di Partito dei sardi; il senatore Cabras pensa ad uno Statuto ai limiti dell’indipendenza; l’ex presidente Soru e l’Irs hanno posizioni molto vicine; i discorsi della presidente del Consiglio Lombardo sono ben più che autonomistici; l’Udc sarda ha posizioni che vanno oltre i perimetri culturali di Casini; tutto questo nasce anche dalla liberazione del tema dell’indipendenza dalle secche estremistiche. Ciò che chiederemo al Consiglio regionale è di valutare se l’indipendenza, all’interno di un’Italia e di un’Europa confederale, può essere assunta come valore-guida. Dopo di che, se in molti si sarà d’accordo sul principio, noi sentiremo l’obbligo di fare lo Statuto praticabile (e le riforme collegate) a legislazione vigente, che realizzi il massimo di sovranità possibile, ma che si configuri, appunto come la tappa di un percorso di assunzione di sovranità sempre in divenire e sempre in aumento. Siamo statisti e quindi responsabili.

7 Commenti

  • Antonio Delitala

    Alcune affermazioni nella risposta all’articolo di Mario Segni hanno bisogno di chiarimenti perché lasciano chi le legge sorpreso e partecipe di affermazioni che lo coinvolgono come sardista . Non ricordo personalmente di aver mai discusso in riunioni o seminari tra sardisti l’affermazione ci viene attribuita sul fondamento della Nazione Sarda. Affermare che “ i sardisti oggi non credono che il suo fondamento sia di tipo etnico, perché qualsiasi etnicismo sfocia inevitabilmente nel razzismo”, e attribuirlo al pensiero attuale e consolidato dei sardisti è un’avventata affermazione che non trova realtà né nelle origini del PSdAz, né nell’attualità del pensiero sardista. Se poi qualcuno lo crede individualmente, è libero di farlo, noi sardisti siamo di antichi radicati principi profondamente democratici, siamo tolleranti e aperti a tutti i confronti e a tutte le opinioni, nemici del razzismo. Essere quindi identificati in un un’opinione collettiva sardista che rinnega i motivi fondamentali etnici, identitari, storici , popolari , sociali come motore della nostra Nazione e rinnega la storia sardista evidenziando il pericolo di una deriva razzista , non ce ne siamo mai accorti, mortifica i militanti e gli iscritti di ogni tempo che hanno creduto nel PSdAz. Mortifica tutti quei i sardi che ci hanno votato nella assoluta certezza di votare un partito di ideali profondamente democratici e contrario a tutti i totalitarismi e razzismi. Negare inoltre a tutti i popoli, che anelano ad avere la loro nazione, le motivazioni etniche , le loro radici, la loro storia e la loro identità come motivo fondante e identificarlo soltanto in un progetto politico fortemente centrista, che, generato dalla mente di pochi, cala su tutti e crea una Nazione basata su ragioni economiche con uno stato efficiente e previdente, mi ricorda dolorose esperienze recenti di stati fascisti, comunisti e nazisti, tutti molto efficienti e nazionalisti. La Nazione e l’indipendenza nascono dalla volontà e dalla forza popolare e non da qualche leggina di palazzo e da qualche riunione consiliare. Il PSdAz ha sempre sollecitato il popolo sardo alla coscienza dell’affermazione della sua identità come elemento essenziale per arrivare all’indipendenza e combattuto i boiardi di palazzo negatori di ogni identità e libertà. Se il concetto di nazione è soltanto una decisione politica maturata nel consenso verticistico e basata su un progetto economico attribuibile a qualsiasi insieme di persone , qualsiasi Multinazionale, forte di centinaia di migliaia di dipendenti con le loro famiglie, tutti uniti da un progetto economico, protetti da una forza economica, titolari di un’appartenenza aziendale, regolati nel loro lavoro dai regolamenti aziendali e sindacali, garantiti nei loro diritti, può legittimamente aspirare e affermare di essere nazione con o senza territorio.
    Noi sardi aspiriamo ad essere nazione perché siamo consapevoli di avere un’identità e di essere un popolo, perché abbiamo l’identità riconosciuta dai tempi dei Faraoni egizi, legittimata dai romani, accettata dagli spagnoli, umiliata dai piemontesi e dagli italiani. Costruiremo un progetto economico e una forma di stato che ci consenta di vivere felici nella nostra terra e lo faremo dialogando con tutti i partiti presenti in Sardegna, diventati tutti sardi per aver spezzato le catene che li legano alle segreterie romane, confrontandoci con le loro identità e diversità ideologiche in quel pluralismo democratico unico contenitore della libertà e motore dell’indipendenza del popolo sardo. Lascerei da parte, perché sospetto, il Partito unico dei sardi, troppo recente è il ricordo di Partiti unici che escludevano o inglobavano gli altri in quanto non indispensabili, la memoria mi corre verso il PNF e il PNS nazista. Meglio la pluralità e il confronto democratico.

  • O Elio, ma cosa vuoi dai cittadini? Non capiscono neanche che gli uomini al potere devono starci per non più di due legislature, anche quando hanno il 99,99% dei consensi. Negli USA negarono la terza candidatura ad Eisenhower col XXII emendamento, in Cile l’hanno negata alla Bachelet dove la presidenza (dopo lo scramento Pinochet) è concessa per una sola legislatura e credi che in Sardegna ci sia una tale presa di coscienza che i cittadini si esprimano su uno statuto? Non so perchè ho scritto queste cose ma oggi sono piuttosto incazzato con i cittadini. Diamogli 24 ore di calcio e tutti saranno felici e contenti. Concordo pienamente con Paolo Maninchedda ma ho paura che sono pochi quelli che ci ascoltano, porca miseria!!! Ma ve lo ricordate il referendum sulla statutaria? Erano in gioco princìpi sacrosanti della convivenza democratica ma i cittadini rimasero a casa. Lo dico anche per Paolo: non sarà il caso di ricominciare dalle fondamenta?

  • È il Nuovo Statuto che mi preoccupa. Lo Statuto dovrebbe essere il Patto Fondante fra i Cittadini (perdonate tutte queste maiuscole, non ne userò più). Chi lo ha articolato? Chi lo sta articolando? Chi lo discuterà? Chi lo vaglierà? Chi lo approverà? Che rapporto c’è fra tutti questi ‘Chi’ e il popolo sardo (ora sono troppi i punti di domanda, vedrò di ridurli all’essenziale)?
    In Italia siamo famosi, e in questo siamo italianissimi anche in Sardegna, come commissari tecnici della nazionale di calcio. Non passerà molto e sarà sottoposta a referendum la formazione azzurra che dovrà scendere in campo.
    Però, porca miseria, qui non ritratta di rincorrere un pallone in mutandoni, qui si tratta di un nuovo patto fra i cittadini. Qui tutti hanno il diritto di dire la loro e poiché la ‘agorà’ non è per forza di cose praticabile, lasciamola ai condomini, chi reputa di avere le carte in regola la vada a raccontare alla popolazione la sua idea di nuovo patto e si faccia eleggere all’assemblea costituente.
    Lì si confronteranno i progetti ritenuti migliori dai cittadini. Lì ci sarà lo spazio per tutti gli accordi possibili, alla luce del sole, sotto gli occhi di chi ti ha mandato a sederti e a parlare in quell’assemblea. Ci saranno pure i meccanismi di garanzia per una cosa del genere. Se non sbaglio è già stato fatto, non molto più di sessant’anni fa. Le bicamerali, le legislazioni costituenti, le commissioni ad hoc, puzzano di imbroglio lontano un miglio.
    È necessario ripartire da capo. Ci deve essere però il lavoro preventivo. Bisogna andare negli ovili a parlare con i pastori, a esporgli la propria idea di società e sentire cosa ne pensano. Bisogna andare nei posti di lavoro a parlare con donne e uomini, e sentire cosa ne pensano. Bisogna andare negli oratori, se ancora se ne trovano, bisogna andare nelle discoteche (auguri, non per altro, per la musica) e parlare con i giovani e sentire cosa ne pensano. Bisogna andare nelle piazze e parlare con i cittadini e sentire cosa ne pensano. Poi si va in assemblea e si raccolgono i frutti.
    CI VUOLE UN NUOVO STATUTO, CI VUOLE UN NUOVO PATTO TRA I CITTADINI.

  • Guadagnare le prime pagine dei giornali e già un risultato eccezionale.
    Il messaggio come una freccia nel burro, sprofonda nell’ignaro bersaglio, che si dovrà pur chiedere, da dove sono stato colpito?
    Le risposte le ritroverà nella freccia.
    Paolo complimenti per il tiro, ricarica l’arco e spara maestralmente come tua consuetudine.
    Fintzas a s’indipendentzia.

  • Mi sembra sintomatico ed altamente rappresentativo il fatto che proprio un giornale come La Nuova (e non l’Unione) riporti lo scambio epistolare sull’indipendenza.
    Si continua a girare intorno al Totem del Dialogo fra le parti mentre alcuni prendono accordi sottobanco per l’espressione di candidature sia per la nuova giunta che per le comunali di Cagliari.
    Spero vivamente che la base del partito venga perlomeno informata (consultata chiedo troppo) di quanto in accadimento ed in merito alle decisioni di strategie da implementare.

  • L’appuntamento fissato per il sette settembre è già passato da una settimana. Chiediamo date certe per iniziare a discuttere e trattare.

  • Speriamo che il tema delle grandi riforme istituzionali sia comunque perseguito, anche se la maggioranza del Consiglio Regionale non assumerà l’indipendenza come valore guida entro cui collocare il ruolo della Sardegna nel suo passaggio storico con lo Stato Italiano e in un Europa confederale.
    Lo dico perché le riforme non sono più rimandabili nel tempo e non possono essere subordinate ai numerosi detrattori del Nazionalismo Sardo presenti nei partiti italiani.
    Bisogna comunque spianare la strada, anche se questa inizialmente sarà irta di ostacoli.

Invia un commento