Rispondo a Bolognesi, ma non rompetemi più le scatole con la linguistica

29 aprile 2011 17:3611 commentiViews: 42

134Bolognesi mi ha chiamato a tenzone, anche con tono perentorio, facendo gli scrutini e dando le pagelle. Io sto attraversando un periodo non felice della mia vita che mi sta insegnando a non perdere tempo, tanto meno nelle liti accademiche, ma accetto la sfida per non essere accusato di viltà. Tuttavia, il discorso per me si chiude qui, perché so di non convincere nessuno e perché comunque e qualunque cosa accada nella politica regionale, io ho già preso la mia decisione di contrastare i patacconi che, grazie alle compiacenze della politica, stanno impestando l’atmosfera culturale della Sardegna. Bolognesi non è un pataccone, ma, non so perché e non mi interessa saperlo, ha deciso di prendere a schiaffi tutti, me compreso, per cui mi difendo.
Vado schematicamente sul merito delle questioni da lui poste.

O) Il contributo di Lupinu, che si è proposto nel sito con alcune modifiche introdotte dall’autore, è stato presentato non su una rivista ma in un convegno internazionale, con comitato scientifico: convincente o non convincente che sia, l’autore si è dunque sottoposto a un giudizio di merito preventivo per l’accettazione della comunicazione; spero abbia fatto lo stesso Bolognesi, ad es., quando ha pubblicato il suo Sardegna fra tante lingue, che si autocertifica (a proposito di testi valutati) come controstoria della lingua sarda.

1) Cosa dice Lupinu? Cita un dato della ricerca sociolinguistica, la risposta alla domanda n. 9, relativa alla competenza dialettofona dichiarata dagli intervistati. In particolare, il 68,3% di essi ha asserito di avere competenza attiva di una delle parlate locali.
Lupinu si interroga sul valore informativo del dato (ciò che rozzamente Bolognesi riassume nella formula per la quale, secondo l’autore, gli intervistati racconterebbero “balle”): la prima osservazione al riguardo (p. 5) è che occorre tenere presente che in questa ricerca non è possibile graduare il livello della competenza (vale a dire: gli intervistati hanno dichiarato soltanto se sanno parlare o no la varietà locale, non se lo sanno fare a un livello “molto buono” o “medio” etc.)(1).
In sede di conclusioni (p. 11), Lupinu precisa: «Il dato iniziale, dal quale si sono prese le mosse, sulla competenza attiva delle varietà locali dichiarata dal campione interrogato – che parrebbe suggerire un numero di dialettofoni (non tutti sardofoni, si badi) in Sardegna superiore al milione – ha valore affatto orientativo, soprattutto perché, inevitabilmente, permette al massimo di intuire, ma non di precisare, i criteri di autoinclusione che gli intervistati hanno utilizzato per rispondere: anche alla luce del confronto con i dati sull’uso, giusto per fare un esempio e sfiorare così la questione dei parlanti semiattivi o semispeakers, appare verosimile che numerosi giovani che impiegano il dialetto con valenza contestativa o ludica per le scritte esposte (tipo: A FORA SA NATU, “fuori la NATO”, o simili; cfr. Depau, 2005) e che lasciano intravedere una competenza e un uso di esso assai limitati, si autovalutino, appunto, come dialettofoni (ciò che, in ogni caso, è sintomatico)».
Qui l’autore, onestamente, non dà una dimensione quantitativa del fenomeno, e neppure parla di codeswitching o di “italianizzazione del sardo”(2): fa volutamente solo un cenno a una questione molto specifica, quella dei semispeakers, che possono essere intesi, con Moretti (1999: 22; si parte da Dorian 1981), come «quei parlanti […] che non riescono più a gestire in modo completo la varietà nativa dei propri genitori. I semi-speakers costituiscono l’ultimo gradino della competenza prima della scomparsa della lingua».
Come è noto, proprio perché si ha a che fare con “parlanti evanescenti” (o “potenziali”: parlanti che, come dice Moretti, (di solito) non parlano il dialetto), quando si tratta di dare il quadro sociolinguistico – sia pure solo approssimativo – di una comunità, costituiscono un elemento problematico, difficile da inquadrare e stimare in modo preciso, che il ricercatore deve tenere presente, specie laddove ci si basi su un questionario autovalutativo. Lupinu, in definitiva, questo dice. Che in Sardegna ci siano dei semispeakers è contestabile? E che una loro quantificazione precisa sia difficile, è contestabile?
Se però ci si vuole concentrare sulla vitalità delle lingue locali il dato sull’uso appare certamente un criterio più efficace. Riguardo a questo criterio, Lupinu (p. 6, nota 10) richiama anche i dati ISTAT 2006, così come sono stati letti da Mari D’Agostino (2007: 54 ss.). In sostanza, in Italia dichiara di usare solo o prevalentemente il dialetto in famiglia il 45,5% degli intervistati; in Sardegna questa percentuale sale al 52,5% (in Veneto, per fare un paragone, siamo al 23,6%, in Campania al 25,5%, in Sicilia al 26,2% etc.). Cosa vuol dire? Secondo D’Agostino, chi dichiara di usare solo o prevalentemente l’italiano in famiglia può essere considerato – operando un’approssimazione – un italofono esclusivo, perché oggi in Italia il dialetto trova uso soprattutto nelle situazioni comunicative più informali. Si può dissentire da queste interpretazioni (come da ogni interpretazione), ma resta il fatto che esse esistono e sono state avanzate da studiosi accreditati.
Per dare un’idea della tendenza di Bolognesi a estremizzare su questo e su altri argomenti, ecco come egli argomenta in merito: «Se poi Lupinu si riferisce al fatto che gli intervistati dichiarano di usare il sardo in pochissime occasioni, questo ovviamente non è un argomento rilevante. L’uso pubblico del sardo è ancora largamente stigmatizzato, ma questo non necessariamente pregiudica la competenza linguistica generale dei suoi parlanti. Faccio un esempio concreto e personale: io non parlo praticamente più l’italiano. Mi esprimo quasi esclusivamente in olandese, sardo e, talvolta, inglese, ma vorrei vedere chi potrebbe mettere in discussione la mia competenza della lingua di Maninchedda e Lupinu». C’è un piccolo particolare, che ogni ricercatore minimamente avveduto terrebbe presente: Bolognesi vive in Olanda, non potrebbe mai essere preso in considerazione per tracciare un quadro sociolinguistico della Sardegna! Lui lo sa, ma fa finta di ignorarlo pour épater le bourgeois.
Questione della lingua “nazionale”. L’uso dell’aggettivo da parte di Lupinu è descrittivo, non politico, e lo è nel senso (per evitare un uso ideologico della semantica sulle spalle degli altri, come fa Bolognesi) rinvenibile al punto B della voce corrispondente del Vocabolario Treccani (www.treccani.it). Altrimenti iniziamo a dubitare anche della competenza italofona dell’italianista olandese (a proposito di ruoli e di prestigio legato ai ruoli, giacché siamo tutti in una fase di trasparenza, cominciamo tutti a dire quanti e quali concorsi ognuno ha fatto, quali sono stati superati e quali no e quali ruoli ognuno legittimamente esercita nelle istituzioni universitarie in cui opera, chi ha una posizione accademica stabile e chi no, chi l’ha ottenuta perché valutato da qualcuno e chi no etc.. Lo dico per tutti, non solo per me o Bolognesi, ma per tutti. Io non credo all’etica professionale del todos caballeros, non credo che i migliori siano nell’Università, ma credo nella verità delle piccole cose: ognuno dica che cos’è realmente. Io sono un filologo, mi annoio con la linguistica, che trovo una disciplina aristotelico-tassonomica. Io sono un filologo, professore ordinario della Facoltà di Lingue dell’Università di Cagliari, reclutato con regolare concorso, dopo averne dato altri due per ricercatore e per associato).
2) Veniamo all’articolo della Rindler Schjerve. Bolognesi fa confusione: l’articolo della studiosa austriaca studia il fenomeno del codeswitching come un possibile indicatore di cambiamento linguistico in Sardegna. Prima considerazione: questo non esclude che il cambiamento linguistico possa essere diagnosticato anche in altro modo. Seconda considerazione: lo studio della Rindler Schjerve è stato pubblicato nel 1997; la ricerca sociolinguistica cui fa riferimento Lupinu è del 2007. Terza considerazione: anche a volerlo seguire per la sua strada, Bolognesi utilizza in modo molto parziale lo studio della ricercatrice austriaca, la quale non nega affatto che ci sia un processo di language shift e che la competenza del sardo sia in calo presso i più giovani. Ecco cosa dice:
«Codeswitching is a high-frequency phenomenon in the Sardinian/Italian language pair, but frequency by itself cannot be taken as a sign of language shift. The fact that we do have a case of language shift here is rather founded in changing language competence of young speakers with whom Italian can already function as the matrix language, even in informal contexts [ricorda qualcosa di già letto prima?]. The codeswitching behavior in predominantly Italian conversations shows, however, that speakers do not go without signaling their Sardinian identity, be it only through very short switches into Sardinian. Another indicator of shift is the strong presence of Italian (embedded language) in intraphrasal switches, which reflects the ongoing relexification of the minority language. At the moment there are no indications of deep borrowing, though. The Sardinian matrix language seems to be stable for the time being.
At the present moment we can only conjecture about the continuity of this change because the young speakers make their switches into Sardinian very short and quickly return to the Italian matrix language. The empirical evidence suggests, though, that in the usage of younger speakers the Sardinian language is increasingly reduced to formulaic expressions and interjections which do not demand higher morphosyntactic competence. This might be the place where future discontinuities in the process of language change will occur. In this context it will be necessary to analyze more conversations where Italian is the matrix language.
It is true that codeswitching often goes hand in hand with language shift. The evidence of the Sardinian/Italian pair would seem to suggest, though, that codeswitching should not be seen as a mechanism which accelerates the shift. On the contrary, the present data indicate that codeswitching should be understood as a bridge by which the continuum of the two languages and the bicultural competence of the Sardinians are being kept intact for the time being».
Mi pare che sia chiarissimo, da questo passo, che l’interpretazione di Bolognesi è forzatissima e semplificante, cioè ideologica.
Infine: è vero che le politiche linguistiche e la linguistica sono terreni distinti, per quanto la pianificazione linguistica è un campo contermine. Certamente, però, la politica ha chiesto aiuto a qualche linguista per scrivere le norme di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita dell’Amministrazione regionale. Ci sono quelli che amano questi ruoli contermini al potere, per poi pretendere di esercitare questo potere sugli altri uomini di cultura; i quali, ovviamente, non si fanno incantare né dall’uso dell’inglese né dai galloni regionali.
Cordiali saluti al prof. Bolognesi anche dal prof. Lupinu: voglia gradire.

1) La cosa non è di poco conto: Lupinu cita a p. 2 il rapporto Euromosaico, nel quale «nell’arco di due generazioni si registrava un calo vistoso riguardo alla competenza del sardo – così genericamente intesa – di livello “molto buono”, che giungeva a dimezzare i valori percentuali intorno all’85%) dichiarati dagli intervistati per i nonni».

2) «È innegabile, e ovvio, fa parte anzi dei luoghi comuni, che i dialetti abbiano subito un processo di italianizzazione. Tale italianizzazione riguarda o ha tuttavia toccato in misura vistosa il lessico, e in misura molto minore la fonetica, lasciando pressoché intatti, se non in comparti generalmente marginali già dotati di una certa variabilità interna e instabilità strutturale, i settori duri del sistema linguistico, la morfologia e la sintassi» (Berruto 2006: 107). E più avanti (pp. 117-18): «La vistosità dell’italianizzazione dipende totalmente dalle sfere semantiche in gioco (che attivano un certo lessico). Sono quindi numerosissimi i ‘prestiti di necessità’; ma non potrebbe essere altrimenti, se il dialetto viene usato in più campi. I tratti basilari e ‘forti’ della morfosintassi sono sostanzialmente mantenuti e appaiono solidi»

11 Commenti

  • Antonio Satta 1

    Caro Professore
    Nel suo post afferma di essere convinto che Bolognesi non è un pataccone. Ma nel mondo scientifico il fatto di essere o non essere un pataccone non dipende dalle sue, dalle mie e dalle altrui convinzioni personali. Oggi esistono dei parametri statistico-scientifici che consentono di valutare, anche se non in maniera matematica, il valore di un ricercatore, di uno scienziato, di un professore universitario. Uno di questi sistemi è quello che viene definito impact factor che Lei certamente conosce. Ebbene se andiamo a vedere l’impact factor di Roberto Bolognesi negli ultimi quindici anni (1996-2011) non possiamo che conclude che Roberto Bolognesi, al di là di tutte le convinzioni personali, è invece un pataccone. La ringrazio per l’ospitalità e le invio i più cordiali saluti.

  • Michele Podda

    Né di filologia né di linguistica, caro Onorevole; di lingua, soltanto di LINGUA SARDA si tratta, elemento fondamentale e primario della Cultura e della Identità dei sardi. Anzi più precisamente di POLITICA LINGUISTICA, finora fallimentare, come afferma lo stesso Lupinu. Come dice Pinna, è inutile stare a cincischiare perdendo di vista il vero problema, e allora bisogna semplicemente partire dal punto su cui si può essere tutti d’accordo. Ad esempio:

    a – La lingua sarda è sul punto di estinguersi definitivamente (lo si dice da 40 anni e lo dimostra Lupinu);

    b – Tutti, TUTTI gli interventi finora effettuati non hanno neanche rallentato la corsa verso l’estinzione;

    c – Tutti i sardi o quasi (lo dice anche Lupinu) sono d’accordo per l’insegnamento del sardo a scuola;

    d – Se qualcuno ritiene che si possa salvare la limba senza la riconquista di quel prestigio che solo può derivare dall’obbligo scolastico, si è veramente alla fine;

    e – Si dovrà insegnare la lingua sarda nel suo insieme, in forma disciplinare e non veicolare, inizialmente; e in tutte le sue varianti (dal Campidanese al Sassarese-Gallurese, che lo si chiami pure lingua alloglotta), con particolare attenzione al dialetto locale;

    f – Gli “studiati” si preoccupino di predisporre strumenti didattici appropriati per tale insegnamento;

    g – Che non si ripeta la storiella della penuria di soldi: gli SPERPERI per ogni dove in nome della limba devono finire (vedi Lupinu), e tutte le risorse devono essere concentrate per questo obiettivo faondamentale.

    L’Onorevole Maninchedda, per competenza e ruolo, può ben impegnarsi anche in questa direzione, ben sapendo che certo non se ne sta con le mani in mano.

  • Andria Macis

    Custa la deppo narrere in italianu, ca appo a faeddare de dinare e su sardu est una limba birgonzosedda.
    Mi sembra che la politica linguistica non è solo vedere se la limba sarda comuna è bella o è fea. La LSC e la politica linguistica non sono a gratis ma costano. E ci vuole trasparenza, dice bene s’onorevole: ma non solo per vedere chi è professore e chi nono.
    Allora io una domandina tonta cela avrei: quanto hanno speso fino a oggi, cosa hanno fatto? Cherzo narrere: visto che tutte queste cose si fanno per noi sardi, per la nostra identità ecc ecc a ce lo dite bene bene quanto ci costa, così possiamo vedere se i soldi sono stati spesi bene, se sono pochi, se sono troppi?
    Oggi mi sono messo su internet, sono andato prima su gogle e ho cercato atlante toponomastico sardo, poi ho cercato su http://www.regionesardegna.it
    Ho trovato questo:
    http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_19_20090414123607.pdf
    Lampu, interessante!
    Dice che questo atlante è stato “avviato in via sperimentale nel 2004 con fondi regionali; “con decreto del presidente del consiglio dei ministri 17 novembre 2006 la regione ha ricevuto un finanziamento di E 280.000”; “il sostegno finanziario statale è stato rinnovato nella successiva annualità… E 150.000”. Nel preventivo finanziario 2009, in fondo, ci sono 440.000 euri. Non so capire bene quanti soldi siano stati dati in tutto (chi è più bravo in conti me lo dice), ma mi sembra che non sono noccioline.
    Adesso rifaccio la domanda di prima, ma in italiano tonto: dove posso vedere quello che è stato fatto? C’è qualcosa di pronto? Ho cercato nell’ OPAC delle biblioteche sarde ma non sono riuscito a trovare niente. Può essere che sono imbranatto…
    Alla fine della giostra inizziamo a parlare anche di cose terra terra terra, come si spendono i soldi lo capiamo tutti.

  • Michele Pinna

    Tando bois puru tititu macis sezis unu martzianu, no bos si cumparet. E bido ch’iscriides bois puru in limba sarda comuna. Sighidebila gai e augurios mannos a bos ch’ider betzu mannu in su chelu

  • Andria Macis

    Beru este! Comente narat tiu Micheli Pinna, sos martzianos puru faeddan sa limba sarda! Ma sa cosa prus ispantosa este chi cando iscriene, impittana sa limba sarda comuna. E s’istudiosu prus mannu chi tenent est Peppeddu de Lacon!

  • Michele Pinna

    Non vorrei che il dibattito sulla lingua sarda aperto su questo blog si chiudesse così: come un dibattito da cui emergono livori, sarcasmi, giudizi tranchants, dove, in fin dei conti, se un marziano ci volesse, per caso, ficcare il naso per capirci qualcosa se ne tornerebbe su marte dicendo magari “ma custos fora de conca sunt” senza capirci nulla. Ma noi che marziani non siamo e che vorremmo, davvero, fare in modo che questa discussione non fosse l’ennesima occasione spreccata (e mi dispiacerebbe per Paolo che so quanto stia penando in questo momento per qualcosa di molto grave che lo ha colpito nei sentimenti più profondi e che nonostante tutto continua a combattere dentro una difficile trincea)per cui ogn’uno troverebbe più rassicurante occuparsi delle cose che più gli stanno a cuore; ma anche la questione della lingua se affrontata con onestà e serietà è una cosa che coinvolge non solo il nostro intelletto ma anche il nostro cuore e il nostro sentimento: certo, dipende dalla sensibilità di ciascuno.
    Dai dati forniti dal professor Lupinu, che ho già definito indiscutibili e che, per’altro, già conoscevamo per aver letto l’indagine sociolinguistica cui egli ha partecipato come ricercatore, e che io stesso, in altra circostanza, su questo stesso blog, avevo discusso, ma in un altro contesto e per altre ragioni, che ritenevo allora valide, suscitando una reazione abbastanza forte dello stesso prof Lupinu, ritengo sia necessario trarre qualche valutazione che sia giovevole alla lingua sarda che, mi pare di capire, nessuno,- neanche il professor Maninchedda e neanche il prof. Lupinu, come tutti gli altri che sono intervenuti: da Bomboi, a Macis, a Ledda a Bolognesi, a Sanna, al sottoscritto etc.- vorrebbe disconoscere e sottovalutare per la sua importanza, come fatto fondamentale del patrimonio identitario dei sardi: siano essi indivuidui, siano essi un popolo, siano essi mebri di una nazione che ambisce ad evere una propria statualità sovrana e indipendente-interdipendente, ovvero che dialoghi e interagisca con altre statualità e con altri popoli sovrani e indipendenti.
    Posto che siamo tutti d’accordo su questo non mi spaventa il fatto che in Sardegna il sardo sia parlato da molti o da pochi. Nè questo sotto il profilo politico dovrà essere un fatto scoraggiante. Che il sardo sia parlato da pochi (se cosi è ed in parte cosi è) o che i sardi non siano propensi,o lo siano in minima parte, ad accettare e a riconoscere un progetto di lingua normata, qualunque esso sia, o un’autorità linguistica, qualunque essa sia (Università, regione, sistema letterario, un’ipotetico istituto di studi sardi come ne esitono in altre realtà di lingua minoritaria)anche questo mi pare normale in una popolazione che ha, per ragioni, a noi tutti note, una scarsa coscienza linguistico-politica, in una popolazione scolasticamente italofona, in una popolazione che non ha tradizione di scrittura diffusa nella propria lingua, in una popolazione, pur sardofona, ma ancora legata ad una lingua privata, ad una lingua micro-comunitaria, ad una lingua emotiva e dunque individuale, piuttosto che ad una lingua ufficiale, ad una lingua nazionale, ad una lingua diffusamente letteraria; in una popolazione, dove, a queste esigenze ha sopperito,(devo dire malamente) piaccia a non piaccia, l’italiano. In una popolazione che, alla ricerca di una letteratura sarda,di un’dentità nazionale, di una patria e di una nazione sarda indipendente, dentro gli equivoci e gli abbagli che certa accademia e certa industria culturale locale, con grande compiacimento dell’industria culturale italiana, ha contribuito ad alimentare, incontra i vari Niffoi, Soriga, Fois, Murgia e poi, come dice Paolo Maninchedda, tutta l’estica consolatoria e balentiosa dell’arcaicità e non incontra,come a me piacerebbe, e forse anche a lui, invece, un Benvenuto Lobina, un Predu Mura, un Antonino Mura Ena, Un Nanni Falconi, una Paola Alcioni, un Paolo Pillonca auore di Antonandria etc. etc.; che non incontra i Condaghes, benchè esistano delle pregevoli edizioni; che non incontra la Carta Delogu, anch’essa recentemente riedittata, proprio dal professor Lupinu, che non si appasiona alle scoperte filologiche ritenute solo cose per filologi, perchè lo studio del sardo e della sua cultura sono banditi dalla scuola italiotto-fona. Certo, i dati del professor Lupinu, dolorosamente, ci dicono tutto questo, ed anche di più. Ed allora che fare? Litighiamo tra di noi? Ci prendiamo a pattacche in faccia? Ci delegittimiamo l’un l’altro?
    Credo, invece, che dai dati dolorosi sia necessario trarre una linea che vada nella direzione dell’implementazione dell’impegno politico e della spesa nella direzione della maggior tutella e della maggior diffusione del sardo, dal più piccolo dialetto del “bidditzolu” alle sperimentazioni di normalizzazione ortografica che in questi anni si sono fatte: dalla LSU, alla LSC. A parer mio, queste sono state realizzazioni (certo tutte migliorabili) non perdite di tempo. Se i sardi parlano poco il sardo, bisogna fare in modo che lo parlino di più; se lo scrivono poco bisogna fare in modo che lo scrivano di più; se gli insegnanti che lo insegnano hanno scarse competenze bisogna aggiornare e incrementare le loro competenze; se i materiali didattici a disposizione sono pochi bisogna produrne di più e di migliori; se i festivals letterari servono a veicolare sciocchezze mediatiche in nome della letteratura sarda, quei festival si trovino sponsor e finanziamenti adatti ai loro scopi; se videolina, in nome della cultura sarda deve fare programmi folcloristici come quelli che fà è bene che se li paghi da sè e che i sardi cambino canale;
    In conclusione, ritengo, allora, che non è mettendo le meni davanti al sole che risolviamo il problema. Non è discutendo la veridicità dei dati sociolinguistici che noi blocchiamo la progressiva erosione e il progressivo annichilimento della lingua sarda. Anzi, questi dati dovrebbero servirci come campanello dall’arme perchè, se i sardi li perdiamo sul terreno linguistico pensate voi quanto potremo tenerli sul terreno politico dell’indipendenza, delle battaglie fiscali, delle battaglie per lo Statuto, delle battaglie sui trasporti, delle battaglie sulla zona franca, delle battaglie sul nucleare o sulle servitù militari. Ma ci siamo chiesti che lingua parla il movimento dei pastori sardi? Io me lo sono chiesto e purtroppo mi rendo conto parla italiano, troppo i taliano. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Piangono e chiedono anch’essi assistenza. Può essere questa la strada verso l’indipendenza? Credo proprio di no. Ma per capirlo e per praticarla la strada dell’indipendenza devono proprio cambiare lingua.
    O crediamo che in una realtà come quella sarda l’annichilimento linguistico e la colonizzazione culturale si fermi solo alla lingua e alla letteratura? Se qualcuno crede in questo è un ingenuo o, peggio, in malafede.Se questo fosse allora ritirerei tutto, chiederei scusa per il disturbo, e, per non tornare mai più da queste parti, chiederei ospitalità ai marziani e me ne starei per sempre a Marte.

  • Tore (Bore) Sassu

    Lu prufissò,
    chilta cosa la vuria dì da umbè di tempu. In Sassari puru no è chi semmu allegri che picciri pa chilta idea miraggurosa di la Reggioni: no vi so soru li saldi di li biddi, sabemmu faviddà e ilcribì noi puru, no semmu li figliori bambiocchi. Pa me, chilta limba sarda comuna è cumenti l’ainu cagga dinà, pa chissi chi la maniggeggiani. E chiltu mancantesimu chi dibimmu faviddà lu saldu a cumandu, cumenti li muninchi, no è una pinsadda giniari. Eiu faviddeggiu lu chi mi piazi, candu mi gaiba: chista è libaltai.
    Già è poggu togu lu prufissò! Avvidezzi in saruddu!

  • http://bolognesu.wordpress.com/2011/04/30/ambiguita/ News dal confronto (con annessi commenti). Ma credo sia ora di piantarla con la “singolar tenzone” e parlare di “collaborazione”. Almeno siamo passati dalle accuse di patacconeria agli argomenti. Tra filologi e linguisti non credo ce ne fosse bisogno per avviare un dibattito…alla faccia della politica che non si mischia alla disciplina….

    Un’osservazione politica sul seguente passaggio: “appare verosimile che numerosi giovani che impiegano il dialetto con valenza contestativa o ludica per le scritte esposte (tipo: A FORA SA NATU, “fuori la NATO”, o simili; cfr. Depau, 2005) e che lasciano intravedere una competenza e un uso di esso assai limitati…”.

    Più che verosimile io direi che è verità. E se poi guardiamo chi sono i “mandanti ideologici” che nell’habitat indipendentista hanno sobillato solo quest’uso “esotico” del sardo nell’incompetenza che contraddistingue la nuova generazione, vedremmo che mediamente si tratta dei soliti soggetti dai 45/50 anni in su…Persone insomma che non hanno mai dato alcun contributo pratico in termini di politiche linguistiche e che sono anche gli stessi che hanno contribuito ad utopizzare l’indipendentismo (e le buone tematiche sulla sovranità al seguito). La politica territoriale dunque ha pesanti responsabilità se oggi i nodi arrivano al pettine.

    Comunque, ieri mi hanno chiesto: “Tu che sei informato….ma perché Paolo Maninchedda non usa il sardo?” – “E io che ca**o ne sò?”
    Verosimilmente per gli stessi motivi per cui quasi ovunque nel web e nei rapporti sociali non lo si usa. In un discorso giorni fa si parlava dell’assenza di un uso bilingue della comunicazione da parte dei movimenti autonomisti/indipendentisti…le domande a cui si arriva quand’anche si volesse trattare il problema sono le solite: Quale parlata usare? Inoltre: c’è adeguata competenza per usarla? (e poi salta ovviamente fuori il tema della normalizzazione, con le relative polemiche). Si torna ad alcune conclusioni rilevate sul piano sondaggistico.
    Le organizzazioni politiche sicuramente possono avere al loro interno qualche competenza spendibile in materia, ma i singoli, i gruppi o le associazioni no. A cui va aggiunto il fatto che chi non fa politica per elezione ma per passione (o senso civico), ha ancora meno tempo a disposizione per tradurre concetti complessi che invece nella lingua “federale” italiana in Sardegna ci vengono automatici.

    Adesso linguisti e politici (per elezione), dopo aver duellato, dovranno passare alle conclusioni, la fase successiva. Cioè argomentare secondo quali criteri si può avviare questa nuova politica linguistica nel territorio e portarla avanti. Diversamente, anche i buoni argomenti del mondo diventano carta straccia. E poi c’è la domanda: ma che ruolo deve avere il Sardo rispetto all’italiano? Subordinato?

  • Andria Macis

    Bella surra chi s’hat leadu s’olandesu dae su professore onorevole, cun sos saludos de Lupinu: già fit ora. Cherzo narrere deo puru, cun Lupinu e cun Maninchedda, chi custa politica mala de sa Regione cheret leada e brusiada, no este possibile gastare gai su dinare de sa zente, bi cheren bideas bonas e sa zente cheret iscurtada e cumpresa: inoghe b’at unu muntone de zenios chi cheren imbentare sa limba sarda, chi nos cheren imparare comente deppimus faeddare e iscriere, comente deppimus essere sardos. S’eredade de tiu Soru, custa LSC, custu servitziu de sa limba sarda in sa Regione, est una eredade fea meda, sun debbitos. Amus a bidere puru itt este custu Atlante de sos toponimos sardos, l’amus a isettare: inue si podet agattare?
    Bolognesu, abbisu meu, deppet imparare a faeddare cun sas bideas, non cun sa boghe arta ebbia, comente in pitzinnia.

  • Questi dibattiti sono utilissimi, altro che rompere… Bisognerebbe farli spesso e per capire gli orientamenti in campo. La maggior parte delle persone oggi non ha la più vaga idea di questa materia.

  • Prendo atto con piacere di quello che il Prof. Maninchedda ha detto e, con ancora maggior gradimento, di quello che non ha detto.
    Chiarirò sul mio blog il mio punto di vista di linguista sulle critiche puntualissime mosse ai miei interventi.
    E mi congratulo con Paolo Maninchedda per aver accettato la mia sfida. Per me la tenzone è chiusa: rimangono i dubbi scientifici, che in parte condivido.

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