Rimandiamo di là
la palla arroventata

13 aprile 2014 08:141 commentoViews: 314

baseball_wallpaper_10-normaldi Franciscu Sedda

La Riforma del Titolo V voluta dal Governo Renzi conferma che l’assetto dello Stato italiano in termini di “democrazia regionale” è in via di definitivo superamento. Lo Stato italiano, accentrando funzioni e competenze di importanza fondamentale, dimostra inoltre che la stagione autonomistica è ormai chiusa.

Piaccia o non piaccia ai sardi, anche ai più conservatori.

Davanti a questo scenario anche il sardo meno coraggioso dovrebbe convenire, se ha un minimo a cuore la nostra dignità di popolo, che è quantomeno necessario ridefinire i rapporti fra la Sardegna e lo Stato nei termini di un rapporto esclusivo e bilaterale che metta al centro l’esigenza di sovranità culturale, economica ed istituzionale condivisa dalla maggioranza del popolo sardo.

In tal senso è opportuno prendere a riferimento altre esperienze europee contemporanee in cui l’estensione dei diritti all’autogoverno di comunità con caratteri storici di nazione sono stati affermati e garantiti in forma pacifica e negoziale. La Catalogna e la Scozia non sono arrivate a un passo dall’indipendenza in un giorno ma attraverso un continuo gioco di rilancio e assestamento su posizioni più avanzate. Ogni crisi, ogni occasione è stata sfruttata per rilanciare, magari verso il massimo, per poi consolidare parziali ma concreti spazi di sovranità fondamentali per rilanciare la battaglia subito dopo da una posizione di maggior forza.

E noi? Se i sardi, e la loro classe politica in primis, avessero oggi non dico coscienza indipendentista ma quantomeno una matura e condivisa coscienza nazionale non ci sarebbero dubbi sul fatto che quella che oggi si vive come una minaccia è una grande occasione, offertaci su un piatto d’argento da uno Stato estraneo agli interessi dei sardi.

In questo momento di emergenza siamo davanti all’opportunità di avviare una grande stagione Costituente, capace di riscrivere lo Statuto affermando il nostro essere Nazione, la volontà di assumerci tutte le responsabilità che ne conseguono, sancendo il nostro diritto inalienabile a esercitare quando lo riterremo opportuno il diritto alla piena autodeterminazione nazionale.

Affermare se stessi sarebbe il miglior modo per rispondere all’attacco neo-centralista dello Stato.

Pensavano di metterci in difficoltà lanciandoci una palla arroventata? Se ne abbiamo il coraggio e la coscienza rimandiamo la palla di là.

Franciscu Sedda, Segretario nazionale del Partito dei Sardi

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1 Commento

  • Francesco Masia

    “È quantomeno necessario ridefinire i rapporti fra la Sardegna e lo Stato nei termini di un rapporto esclusivo e bilaterale che metta al centro l’esigenza di sovranità culturale, economica ed istituzionale condivisa dalla maggioranza del popolo sardo.”
    L’appunto è sugli aggettivi “esclusivo e bilaterale”: riflettono una inverosimile mancanza di visione delle forze centrifughe nei vari territori/regioni (/nazioni?) dello Stato (Italiano), o sono assunti radicalmente per semplificare il quadro in funzione delle nostre esigenze (di sardi), ritenendo più opportuno che ogni territorio/regione/nazione conduca la sua battaglia emancipativa in rapporto “esclusivo e bilaterale” con lo Stato? O così, radicalmente, o sempre in battaglia ma verso una riforma dello Stato in senso federale, che allora richiederebbe aggettivi diversi dai suddetti.
    In una riflessione più ampia continuo a chiedermi, a proposito di “ridefinire i rapporti in senso esclusivo e bilaterale”, qual è in quest’ottica lo Stato che immaginiamo come controparte, chi sono gli italiani che ci opprimerebbero e ci conculcherebbero identità (cultura) e risorse (economia e suolo): sono i Toscani, i Lombardi, i Campani, i Laziali? Ma in tutte le regioni italiane è altamente rappresentata la quota di quanti ce l’hanno con gli italiani, con Roma ladrona (e magari con il meridione parassitario e malavitoso o con il settentrione egoista e predatore o con il nordest arricchito e incolto); e in tutte le regioni italiane si riproduce in scala la critica al proprio capoluogo come sentina di vizi, corruzione ed egoismo territoriale. Quindi da quali italiani tutti gli italiani delle diverse regioni vorrebbero emanciparsi (ridefinendo i rapporti nei termini di un rapporto esclusivo e bilaterale)? Dai laziali (quelli stessi che vorrebbero ridefinire i rapporti con Roma)? A parte che l’Italia non è proprio governata dai laziali, il buffo (o il bello, o lo strano) è che quella Roma che sottomise tutti i popoli italici (e non solo), ma che pure sarebbe stata capace di aprire le sue stesse istituzioni a quanti da tutte le regioni del proprio impero vi avrebbero dato la scalata, quella Roma centinaia d’anni dopo l’hanno conquistata a sé stessi gli italiani, riducendo i Papi in Vaticano. Ecco, se fossi un romano, oggi, davanti ai tantissimi che da tutte le regioni vogliono ridefinire i rapporti con lo Stato (nei termini di un rapporto esclusivo e bilaterale), mi guarderei intorno e dopo aver pensato che la situazione è strana, grave e forse (stavolta) anche seria, accarezzerei l’idea di sfilarmi per primo riabbracciando lo Stato Pontificio e affidandomi, senza primarie, a Papa Francesco.

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