Adriano Sofri ha 84 anni, quattordici dei quali passati in carcere.
È l’unico leader degli anni di piombo a essersi assunto le sue responsabilità morali, negando sempre e decisamente di averne di penali (e la sua vicenda è illuminante per chi ambisca ad essere un leader; i giudici lo hanno ritenuto colpevole di essere il mandante dell’omicidio Calabresi, perché un suo militante ha tradotto una campagna d’odio – di cui lui si è profondamente pentito – in un ordine di omicidio).
Oggi Sofri firma su Il Foglio il miglior articolo pubblicato sulla stampa di regime italiana riguardo alla vicenda del gioielliere settanduenne, finito in carcere per aver inseguito e ucciso i banditi che avevano rapinato la sua gioielleria e minacciato la moglie e la figlia. È bene confrontare la nettezza della sua posizione con gli intorcinamenti odierni di Salvatore Cubeddu sull’Unione Sarda, il quale riesce solo alla fine di un articolo lunare a dire che la traduzione in carcere del sindaco d’Ottana è una volgare vendetta. Salvatore è coraggioso, lo testimonio di persona, ma per fare uscire una cosa netta sul giornalone cagliaritano, sempre più flatulento e sarcopenico, è stato costretto a vestirlo di tanta di quella melassa che alla fine il meglio risulta visibile solo ad occhi esperti.
Cosa dice Sofri? Ricorda a Nordio che è interamente nelle sue prerogative non istruire una pratica di grazia, ma studiare, disciplinare e varare misure alternative al carcere che risolverebbero tanti problemi di giustizia e il sovraffollamento delle carceri. Semplice, vero, fattibile. Ottantaquattro anni di cui quattordici in galera (in galera, non nei salotti o nelle trasmissioni tv a far finta di fare gli storici).
È curioso che una delle riflessioni più limpide sul carcere venga oggi da chi il carcere lo ha conosciuto davvero. Non da chi lo osserva dalle tribune televisive o dalle cattedre del moralismo, ma da chi ne ha attraversato i cancelli, scontato una pena e continuato a interrogarsi sul senso della giustizia. A volte basta aver pagato davvero per capire meglio di molti altri che la giustizia non si misura dal numero delle porte che si chiudono, ma dalla capacità dello Stato di scegliere, ogni volta, la risposta più giusta. E a me, sia detto chiaramente, fa sommamente schifo l’uso politico della vicenda del gioielliere che fanno Salvini e Conte, i gemelli eterozigoti della politica italiana.

È un privilegio leggerla e seguirla nelle sue analisi lucide, libere, necessarie. Nessuna riverenza, né appartenenza scontate, ma il coraggio di andare oltre la mediocrità dei più. E di offrire a chi la segue spunti di civile riflessione. Grazie
” disciplinare e varare misure alternative al carcere che risolverebbero tanti problemi di giustizia e il sovraffollamento delle carceri ” esempio i drogati dovrebbero andare in comunità protette e curati
Egregio, la vicenda Roggero così come tante altre vicende (violenza sessuale su una 13enne? obbligo di dimora!) danno la misura di come questo Paese moribondo sia passato da culla a tomba del diritto. Il buon senso, la certezza della pena, l’impunita’, sono la cifra del degrado assoluto di una società. Oggi ricorre l’anniversario della strage di via D’Amelio: la verità? Boh! Tra cortine fumogene, depistaggi (parlare di servizi segreti deviati ricorda le entrate di Gallardo,giocatore del Cagliari anni ’60, che sparava il pallone …. nel canale di Mammarranca, torna sempre utile a coprire la verità).. Il Monarca della Repubblica italiana ha parlato oggi di mafia sconfitta. Ma dove? Ma quando? Le mafie controllano tutto. Siamo in piena giungla dove le regole valgono zero. Ed allora, nella giungla, ci si attrezza per farsi giustizia da soli. Io sono pronto. Saluti.
Trovo paradossale che le lezioni di civiltà ci arrivino in Italia ( ma anche nel mondo, vedi Mandela, Mujica, etc) da persone che hanno vissuto una parte importante della vita private della loro libertà. Persone che si sono assunte la responsabilità delle loro scelte, e talvolta anche degli errori commessi.
Ho da poco letto il libro di Cusani (Il colpevole, edit. Rizzoli ), e personalmente ho cambiato diametralmente giudizio sulla persona, che le cronache giudiziarie del tempo ci hanno consegnato come imputato freddo, distaccato e calcolatore, pronto a garantire il suo silenzio processuale in cambio di tutele e ricompense, e che il carcere invece a fine pena ci ha consegnato come detenuto modello che ha speso il tempo della pena in soccorso degli altri detenuti meno “fortunati” di lui.
Ecco, mi fa riflettere che esempi e lezioni provengano da ex detenuti e non da chi, per esempio, viene eletto in contesti legislativi che dovrebbero produrre migliori condizioni di vita sociale e lavorativa per tutti.
Grazie
Sempre interessante leggerla. Sulla vicenda Roggero e l’eccesso di autodifesa ho idee più chiare che non su quella del sindaco di Ottana, ma su Sofri la penso esattamente come lei.
… dus isciacallus ant a cumbinci a Mattarella a fai sa “grazia” a su giojeri po su “pratu torrau”?
Sì. Questa è una proposta giusta, applicata a volte con l’istituto dell’ affidamento ai servizi sociali. Va, però, valutata la pericolosità delle persone, per non dover piangere poi altre vite. Non mi riferisco a nessuno caso fra quelli da lei citati.