Ho conosciuto Franco Meloni in Consiglio regionale e gli ho voluto molto bene, perché un suo intervento mi commosse e io vivo di affetti.
Adesso quest’uomo attempato si è messo in testa (s’es postu in conca) non di scrivere un ponderato libro di memorie, ma di ricordare e di dire tutto, ma proprio tutto, della sua vita. Non dico di aver bisogno di dare un senso alle tante cose vissute, ma ricordare ogni oggetto, ogni luogo, ogni affetto, mettendo chi legge in imbarazzo, o almeno mettendo in difficoltà uno come me, (che degli altri non vuole sapere tutto, anzi, vorrei sapere niente per essere stupito autenticamente di ogni aspetto che scopro), è una pratica tipicamente cagliaritana, dove la vita non è guardata con pudore, ma con sfacciataggine, guardando negli occhi le cose e ridendone, se serve. Mi è parso di risentire un altro consigliere regionale di un tempo che, raccontandomi una sera un po’ della sua vita, mi disse: “Sai, io vengo da una famiglia difficile, complessa, si doveva studiare e lavorare e i rapporti in casa non erano idilliaci. Inoltre mia madre era un po’ bagassa e mio padre ci rimaneva male”.
È uno stile, non c’è niente da fare, quello di dire tutto senza drammi, come in un flusso, senza menzogne e ipocrisie. Solo che Franco lo fa con un animo innocente, con un cuore a tratti di una purezza infantile, cosa che lo distingue da altri, perché la sua bonomia non è una maschera costruita nel tempo, non è paternalismo, è naturale ed è per questo, soprattutto per questo che è stato ed è un mio interlocutore.
Ammiro i buoni.
Tuttavia sugli amori, sulle donne incontrate, rivendico il mio pudore montagnino, rivendico l’esclusività del ricordo tra me e loro e solo loro, affermo il diritto a fare l’amore e a non parlarne se non tra amanti (le/gli amanti mute/i sono noiosi). Sì, è vero, la storia perde qualcosa, ma il privato ne guadagna. Fuori dal privato un bacio è solo un bacio, dentro il segreto degli amanti un bacio è una promessa, è un acconto, è un sigillo di sensualità. Lo so, sono antico, montagnino, ispido come solo quelli del Marghine lo sono, ma voglio difendermi dalla suggestione (fortissima) di fare come Franco: riepilogare gli amori per dar loro un senso. Ho paura che così facendo, li perderei.
Poi Franco è anche un po’ (molto) amerikano.
Leggere il capitolo del suo “master” a Chicago significa capire lui e capire le sue scelte da manager sanitario. Il pragmatismo intelligente americano oggi non è percepito fino in fondo perché Trump sta distruggendo la credibilità del modello, ma è il pattern decisivo di ciò che poi il manager Franco Meloni fece al Brotzu. Si pensi che Franco costruì a tavolino i temi del suo corso universitario, mettendo insieme esattamente le discipline che lo interessavano, quasi impossibile a farsi negli atenei statali italiani.
Il pragmatismo operativo americano è la tendenza a privilegiare ciò che funziona rispetto alla fedeltà a principi o modelli precostituiti. L’esempio classico è la catena di montaggio di Henry Ford: non fu un’invenzione teorica, ma l’adozione e il perfezionamento di tecniche diverse per ridurre tempi e costi, aumentare i salari e allargare il mercato dell’automobile. L’efficacia pratica prevalse sull’ortodossia. Franco è differente dagli altri manager pubblici sardi, in particolare da quelli della sanità, perché è anti-ideologico. Ci provò anche Moirano, soprattutto con i colloqui attitudinali affidati a quel simpaticissimo “pazzo” di Vaccani, ma Moirano un po’ ideologico lo era, come lo era Arru e lo era il suo Direttore generale Sechi.
Anche Franco ha i suoi santi venerati, tra questi il prof. Zamboni, grande terreno di differenza e di scontro tra me e lui. Sebbene io abbia la tendenza dei sardi a venerare i medici come guaritori e non come scienziati, mi pare che con Zamboni in Sardegna si sia esagerato. Fa benissimo i trapianti di fegato, ma sul resto della chirurgia io lo trovo appannato e tutti fanno finta di non vedere che la chirurgia del Brotzu è drammaticamente in crisi proprio per questo santuario specialistico inviolabile (insieme a un altro, di cui non voglio parlare perché chi lo dirige mi aveva minacciato di venirmi a prendere a calci in culo e io lo sto ancora aspettando). Per capire l’amore incontestabile di Franco per Zamboni bisogna ricordarsi che è americano: Zamboni ha compiuto la missione assegnatagli e questo basta e avanza. Zamboni, nella testa di Franco, sta dentro questo modello: Problem → Resource (asset) = Zamboni → Solution → Outcome. E così sia.
Sopra i santi sta dio, e dio è Massimo Fantola: “Anche perché Massimo è uno di quei rari individui che fa bene ogni cosa che fa sia nella vita privata che in quella professionale che
in quella politica”.
Ma nel sud Sardegna, anche dio deve fare i conti con l’ironia, se no non è dio. Ciò che sta sopra, a Cagliari, può starci, ma deve essere disponibile anche a farsi guardare da sotto. E Franco, a suo modo, da sotto lo ha guardato: “Non è naturalmente empatico (pacu solu!) ma, siccome capisce quanto è importante esserlo per un politico, si sforza di superare questo suo handicap e ci riesce anche molto bene”.
Confesso di aver subito anch’io il fascino geometrico di Massimo Fantola. Fantola è l’ultimo esponente degli ingegneri di Stato della corona sabauda, quei tecnici capaci di organizzare un reparto, di fare strade e ferrovie, di edificare bastioni e contrafforti, insomma, di creare ordine nel disordine. È ancora il signore di alcune terre in Piemonte concesse alla famiglia per l’eroismo in battaglia di un avo ufficiale. Il suo imprinting è, nel bene e nel male, l’esercito sabaudo, la dottrina cattolica (non la fede, la dottrina), la lealtà verso la famiglia e gli amici, la strategia militare come modello di organizzazione sociale e di competizione politica. Per lui il miglior presidente della regione Sardegna sarebbe Angelo Binaghi, appunto per lealtà familiare. Per chi conosce Binaghi, l’auspicio è un incubo, come solo può esserlo affidare il potere a un uomo capace, ma con notevole nomea di prepotenza (il primo Soru, quanto a prepotenza, al confronto scomparirebbe).
Il capitolo dedicato alla Dirindin è perfetto, lo sottoscrivo interamente. Mai incontrata una persona più sopravvalutata, e più distante nei fatti da come si proponeva a parole, dell’assessora alla Sanità della Giunta Soru. Direi che è il miglior capitolo di storia scritto su quel periodo, perché è demistificante di una falsa narrazione di eccellenza. Quanto racconta Franco sul suo interessamento per particolari primari mi conferma nella convinzione analoga che mi feci a suo tempo. Ero l’unico in Consiglio che non salutava né lei né Gumirato e non me ne pento. Pochi ricordano che gli aspetti devianti del Project di Nuoro non erano quelli originari pensati da Franco Mariano Mulas (edifici e energia contro canone), ma quelli che subentrarono con l’aggiornamento durante la Giunta Soru, con un contratto con aziende emiliane per gli elettromedicali: da spararsi un colpo in testa.
Infine c’è il figlio.
Un capitolo che è un capolavoro di amore per il figlio e per la moglie.
Una pagina di profondissima intensità spirituale che vale tutto il libro.
Una pagina che conforta chiunque creda che molto di noi non finirà.


Egregio Beni, di quali infrastrutture parla. Le dighe, il sistema fognario, i porti, la rete elettrica, la rete stradale al netto della vecchia Carlo Felice oggi dismessa, sono opere repubblicane.
Anch’io apprezzo Massimo Fantola. Perché, nonostante la disinformazione antisabauda, chi ha onestà intellettuale riconosce ad esempio che parecchie delle infrastrutture presenti oggi in Sardegna non sono nate certamente in questi 80 anni di repubblica (nata dai brogli, peraltro). Sono nate in epoca sabauda. Così come l’archeologa (e donna di sinistra) Mongiu ha avuto l’onestà intellettuale di riconoscere che il Museo Archeologico di Cagliari nacque nel 1805 per volontà e per donazioni dell’allora Vicerè Carlo Felice di Savoia. E altro ancora…
Per chi non c’era alla presentazione del libro nella grande Aula Atza del Brotzu (che dovrebbe essere la sua finestra sul mondo, il suo fiore all’occhiello), mi dicono che questo fiore era appassito per il caldo infernale, con tanto di porte spalancate e impianto di climatizzazione spento (in ossequio a ciò che accade al Businco probabilmente).
Che Franco Meloni sia una figura controversa non c’è dubbio, che sia un entusiasta è altrettanto certo, così come è certo il nostro affetto per lui. La sua creatura, purtroppo, oggi vive di pallidi ricordi. Messa in mano a figuri boriosi e narcisisti quando non addirittura opachi e meschini, Si è perso quell’entusiasmo delle origini. Sembra una di quelle anziane signore che non avendo fatto pace con l’anagrafe si “trassano” alla moda come avessero 20anni: trucco, parrucco e botox. Salvo poi al primo problema mostrare a giudizio finale l’inequivocabile ricrescita e il tatuaggio cadente.
Buongiorno, grazie per l’informazione.