È venuto a mancare il professor Franco Pitzus, per i cagliaritani illustre accademico, grande clinico, per i macomeresi un pezzo di storia.
Le città fanno così quando accolgono i cadetti delle famiglie rurali: li rispettano se si conquistano una storia urbana, ma pretendono l’oblio sulle loro origini, specie se illustri quel tanto che può esserlo una storia di aristocrazia rurale. Un nobile di paese è sempre un rischio per la città dei privilegi: o si adatta o è un pericolo. Franco Pitzus fece una cosa che pochi sanno fare: si acclimatò senza uniformarsi.
Veniva dai Gutierrez – Pitzus.
I Gutierrez erano un’antica ed estesa famiglia di origine castigliana, hidalgos biscaglini, giunta in Sardegna, mi pare, nel XVII secolo e insediatasi progressivamente in un vasto territorio di cui Macomer sembra essere l’appendice meridionale. Appartenevano a un grumo di famiglie egemoni tra Macomer e Bortigali la cui vicenda, tra Settecento e Ottocento, ha anche non pochi aspetti di duro confronto (indagati certosinamente da un altro macomerese, Giovanni Cucca, il cui padre fu il sindaco che diede al paese il primo parco urbano).
Il padre era l’esattore del Paese.
I terreni dove oggi sorge il cosiddetto ospedale di Macomer furono donati dalla famiglia Pitzus, da Franco per l’esattezza.
Il fratello di Franco, Antonello, ingegnere, era una delle persone più intelligenti (dopo il mio compagno di scuola Leonardo Murgia, ad oggi impareggiato QI superiore alla media) che mai io abbia conosciuto.
I Pitzus erano naturalmente aristocratici, nel senso che sapevano di essere gente con una storia, di essere stati ricchi e facoltosi, ma proprio per questo mettevano distanza tra loro e le cose: non erano avidi, non ostentavano, avevano il senso del tempo e di quanto esso copra di ridicolo ogni vanità. A Macomer essere aristocratici non conta assolutamente nulla. La rivoluzione sociale che si realizzò nel Paese a partire dalla metà dell’Ottocento rese vane le gerarchie di sangue ed esaltò, in un acceso contesto competitivo, solo le capacità di lavoro individuali. Il genius loci del capoluogo del Marghine è che te la devi cavare per ciò che sei, non per la famiglia da cui vieni.
Il tratto che colpiva del prof. Pitzus era la cordialità: un uomo gentile che patì gli imbrogli accademici legati alla carriera con serafica distanza.
Ciò che mi dispiace è che anche a Macomer, come in tanti paesi della Sardegna, stiano venendo meno con le persone, specie con le più buone, come in questo caso, gli archivi privati, verso i quali nessuna istituzione manifesta interesse. La storia non passa solo nelle istituzioni, anzi! Spesso è a partire dagli archivi privati che tante vicende diventano più comprensibili.
Macomer fu il luogo di residenza del barone Pinna, che morì senza eredi e la cui casa oggi invecchia trasfigurata vicino alla chiesa di S. Pantaleo. Il barone Pinna fu il primo a mettere su una vetreria, che si trovava a Campeda ed ospitò l’esule Gaspare Finali, destinato a divenire ministro dell’agricoltura del Regno d’Italia. Il futuro ministro descrisse, nei suoi diari, la bellissima e malinconica moglie del barone.
Macomer fu la residenza della illustre famiglia ebraica Salmon, l’unico ramo sopravvissuto alle persecuzioni nazi-fasciste (del ramo livornese non sopravvisse nessuno, tutti furono deportati e uccisi), grazie a una protezione “di popolo” e a un battesimo politico. I Salmon aprirono a Macomer la prima banca privata della Sardegna, la quale accompagnò lo sviluppo della zona generato dal primo master plan che la Sardegna ha conosciuto, quello promosso da Benjamin Piercy, la cui originaria residenza – precedente quella di Badde ‘e Salighes – decade oggi tristemente, sempre a Macomer, tra il binario della ferrovia e la recinzione di un’area comunale. I Salmon, un discendente dei quali fu mio indimenticato compagno di scuola nella cui casa ci piaceva andare perché aveva una legnaia che era un vero parco avventure, almeno per noi, e perché la mamma, quando ancora Ciobar non esisteva, faceva la cioccolata migliore di tutto il paese, erano straordinariamente intelligenti e attivi. Furono loro a realizzare il primo mulino, a mettere su uno dei primi caseifici e a donare, loro di religione ebraica, il terreno dove oggi sorge la chiesa di San Francesco, chiedendo che nella facciata fosse incastonata la stella di David. Oggi la stella è stata rimossa. Quando è morto Gustavo Salmon, l’archivio di famiglia è rimasto chiuso nel suo appartamento, sebbene si vociferi che abbia ricevuto una visita dalla massoneria italiana, di cui Gustavo era altissimo esponente, per ripulirlo dei segreti della loggia.
Potrei continuare sul filo della memoria, ma a che serve?
Cupio dissolvi, questo sembra dire la superficialità con cui affrontiamo il passato che si annienta.
Buon viaggio signor Franco, là dove va esiste una nobiltà con cui lei ha confidenza.

Non si può dimenticare che fu il principale promotore della Casa di Accoglienza per malati oncologici di Cagliari. Senza di lui molte migliaia di pazienti non avrebbero trovato un luogo sicuro dove alloggiare durante le terapie ambulatoriale, da tutta la Sardegna e da Continente. Grazie Franco
Da ignorante che sono dedicherei al Prof. Pitzus l’attuale C.so Umberto. La casa municipale alla grandissima Nereide Rudas.
Tantu po leare unu pagu de identidade .
grazie Paolo, che hai rispolverato una bella storia di Macomer ,era un uomo straordinario per un anno sono stato in cura da lui , un umile signore professore
E’ stato un mio professore di clinica medica, una persona disponibile educata e competente, possa la sua anima innalzarsi verso la luce eterna
Era un uomo straordinario.
Porterò sempre nel cuore le grandi chiacchierate che ogni estate facevamo nella caletta di Torre Argentina dove ogni anno ci si ritrovava con lui e le sue figlie Anna, Giusy e Paola e delle cene luculliane nella villa di famiglia nel lungo Temo di Bosa con tanto di moletto per l’approdo di piccoli natanti.
A ti connoscher in sa Santa Gloria Franco 🛐🛐🛐
Grazie.
“Potrei continuare sul filo della memoria, ma a che serve?”
a che serve lascialo dire a noi che leggiamo; tu continua,,,,
Grazie Paolo per il ricordo della mia famiglia materna e per aver citato un carissimo compagno di scuola e di avventure infantili , come peraltro sei stato Tu.
Molto bello Professore, scritto col cuore.
Grazie alle sue lezioni di semeiotica medica ho imparato a capire i segni e i sintomi delle malattie e ad ascoltare il racconto dei pazienti. È stata una materia tra le più importanti nella professione medica eppure attualmente altrettanto trascurata.
Grazie, Paolo, per aver condiviso questa tua riflessione.
Ma non è vero che la famiglia, il danaro e le influenze non contano …
Un bel ricordo. In un tempo in cui i “baroni” dell’Università dominavano, ma avevano la stoffa per poterselo permettere -non come gran parte di quelli attuali- lui fu uno dei pochissimi gentiluomini.
Grazie Paolo.