Qualche novità sulla lingua e sui dirigenti scolastici dalla Corte Costituzionale: vigiliamo sugli sviluppi

18 agosto 2013 22:170 commentiViews: 28

La sentenza n.215 della Corte Costituzionale è passata in larga misura inosservata in Sardegna, ma può diventare un fatto significativo. Si tratta della questione del numero minimo degli studenti necessario perché una scuola abbia il dirigente scolastico e quello amministrativo. Attualmente il decreto legge del governo Monti, poi convertito, sulla spending review, fissa questo tetto a 600 alunni in tutte le regioni d’Italia, fuorché in quelle “nelle quali siano presenti minoranze di lingua madre straniera”. L’espressione ‘lingua madre straniera’ era/è molto pericolosa, perché designa, nelle giurisprudenza italiana, non in linguistica o in sociolinguistica, una lingua ufficiale europea parlata all’interno dello Stato italiano. In buona sostanza, in Friuli sono straniere le lingue slovene e tedesche, ma non il friulano (ladino). Ovviamente la regione Friuli ha sollevato la questione di costituzionalità dinanzi alla Corte Costituzionale (la Sardegna, nonostante un pronunciamento forte dell’Università di Sassari si è guardata bene dal fare ricorso). Il ricorso dei Friulani è molto articolato e per il momento la Corte si è pronunciata (respingendola perché agirebbe la clausola di salvaguardia per trento e Bolzano) solo sulla richiesta di dichiarazione di incostituzionalità dell’intera norma, non sulle singole questioni di merito.
Tuttavia, una parte della sentenza è molto importante per i sardi. La riporto per intero:

“D’altronde, va rilevato che la sollevata questione si colloca in un contesto in cui il riparto delle competenze fra Stato e Regioni si attua attraverso la coesistenza di normative di principio in materia di minoranze linguistiche, che, nella specie, sono dettate dalla norma di tutela di cui all’art. 3 dello statuto di autonomia, nonché dall’art. 2 della legge 15 dicembre 1999, n. 482 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche), secondo cui, «In attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i princìpi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo. La norma impugnata attribuisce alla definizione di «aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche» (di cui all’art. 19, comma 5, del decreto-legge n. 98 del 2011) una portata indiscutibilmente limitativa rispetto a quella originaria contenuta nella norma modificata. Infatti, nel conferire a tale previsione il significato di aree «nelle quali siano presenti minoranze di lingua madre straniera», il legislatore statale determina una rilevante contrazione dell’àmbito applicativo della precedente disposizione (esteso, prima del censurato intervento normativo, alle tre minoranze linguistiche storiche friulana, tedesca e slovena presenti nel territorio della Regione Friuli-Venezia Giulia), che comporta l’impossibilità di ricorrere a tale criterio rispetto ad aree nelle quali la specificità linguistica non è straniera; la qual cosa determina una non giustificata discriminazione della lingua e della comunità friulana e, quindi, un contrasto con il parametro statutario richiamato”.

Questo passaggio chiarisce definitivamente che il sardo, nell’ordinamento italiano, è una delle minoranze linguistiche la cui tutela discende direttamente dagli articoli 3 e 6 della Costituzione e chiarisce la gerarchia delle fonti (e delle tutele) delle lingue citate  nell’art. 2 della legge 15 dicembre 1999, n. 482 ‘ cioè Sarde, Albanesi di Calabria, Occitaniche, ecc,. Perché è così importante il pronunciamento della Corte Costituzionale? Perché  il sardo, insieme al friulano e all’occitano, era stato pericolosamente derubricato nella relazione tecnica del comma 16 dell’art.14 del decreto-legge 6 luglio 2011 n. 95 , a  “particolare dialetto”.
Vedremo ora quali saranno gli sviluppi sia nell’organizzazione scolastica sia rispetto a tutte le norme (e i diritti di rappresentanza) collegate a una chiara definizione di minoranza linguistica costituzionalmente tutelata.

 

 

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