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Pulixi e la letteratura

Posted on 22 Gennaio 202622 Gennaio 2026 By Paolo Maninchedda 6 commenti su Pulixi e la letteratura

Oggi La Nuova Sardegna ha il coraggio di mettere nella prima foliazione un’intervista a Piergiorgio Pulixi, il giallista più solido, per vendite e modello narrativo, del panorama sardo.
L’autore esibisce i suoi mentori, reali e putativi: Lucarelli, Carlotto e i francesi (tra gli altri Izzo, non nominato, ma presente nella cifra stilistica di Pulixi).
Ed è proprio la mano di Carlotto che personalmente ho sempre trovato impressa nei libri di Pulixi.
Ebbi la fortuna-sfortuna di presentare, tanti anni fa, quando ancora accettavo impegni pubblici (non ne accetto più, perché mi paiono tutti riti di una mondanità necrofila) Arrivederci, amore ciao, un pessimo libro di Carlotto che però vendette non poco, come spesso accade. Dissi in pubblico che a mio avviso l’autore curava poco la necessità narrativa, in un noir, di equilibrare il bene e il male, cioè di non trasformare un’architettura verbale in un simbolo del solo male. Carlotto non rispose, quasi stupito, ma confessò che a lui e al suo pubblico il bene non interessa e che la polifonia è roba da romanzo ottocentesco.  Amen.

Pulixi è diverso da Carlotto ed è immensamente più colto di lui. Lo è in uno specifico settore letterario, come chi si è dato e ha scelto una specializzazione, ma lo è tanto (fino all’eruditismo da bibliotecario, piuttosto che da libraio). Ed infatti i suoi racconti sono più contrappuntati da piccoli episodi di solidarietà umana, di pietas, da intermezzi di bene comune, ma è troppo evidente che hanno una funzione meramente decorativa, fungono alla credibilità del contesto e a segnare il ritmo narrativo. Il clima dei libri di Pulixi è sempre un clima cupo, dove il crimine non è un’eccezione, un’irrazionalità cui l’investigatore/gli investigatori pongono rimedio, ripristinando l’ordine con lo svelamento del colpevole.

A me, però, Pulixi sembra l’unico candidabile, dello scenario sardo, a fare un salto dalla Volkskunde alla letteratura d’arte, cioè a quella letteratura che comunica oltre il suo intreccio e riesce a farlo perché possiede un pensiero (una visione del mondo e dell’uomo) e una forma (il linguaggio) che comunica esteticamente oltre che verbalmente (il Mosè di Michelangelo è una statua di marmo maestosa, ma è la sua forma che significa più del suo oggetto e comunica i contenuti immateriali di eternità, solennità, profondità).
Gramsci fu uno dei primi a capire che la letteratura popolare forgiava e rifletteva il senso comune più di ogni altra forma d’arte e che dunque aveva valore politico. Oggi la contesterebbe perché si presta (come aveva capito bene Pasolini che reagiva con la provocazione delle forme nude, prive di elaborazione estetica, fisse) troppo al consumismo, cioè alla consumazione di un sottoprodotto estetico per soddisfare il bisogno primitivo dell’uomo di apprendere simulando la realtà.

Ciò che oggi è vitale per la letteratura italiana, posto che di questo si tratta, è da un lato ritrovare un mezzo espressivo non consumato, non commerciale, dall’altro stagliare sullo sfondo delle narrazioni una solidità di pensiero. Non è possibile alcuna arte con le parole se non si ha un solido pensiero sul mondo.
Pulixi ha intrecci e personaggi di prima scelta e una lingua troppo, troppo comune, cioè poco espressiva e una visione del mondo rinunciataria, come se il mondo fosse un dato di fatto, al pari della natura, di cui prendere atto punto e basta. Anche l’intervista rivela questa impostazione. L’attenzione per i fatti di cronaca delle province sarde, i luoghi come personaggi, sono tutti sintomi di un’impostazione prigioniera del reale e delle ragioni del consumo, piuttosto che superiore ad esso, che un autore dotatissimo come lui dovrebbe combattere, non accondiscendere.

Letteratura, Vetrina

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Comments (6) on “Pulixi e la letteratura”

  1. Stefania ha detto:
    25 Gennaio 2026 alle 21:39

    Condivido pienamente la definizione di autore dotatissimo. Mai banale.. con una proprietà di scrittura che non trovo assolutamente sottomessa al consumo. I suoi li ri si divorano e non e’ una cos scontata.
    E’ come una serie della quale aspetti la nuova stagione.

  2. piero franceschi ha detto:
    24 Gennaio 2026 alle 09:55

    Acutissimo il commento di Pasquale Maxia. La frase “un tempo in cui si scrive sempre di più e si legge sempre meno” è un avviso ai naviganti che non può restare ignorato.

  3. Giuseppe+Aresu ha detto:
    22 Gennaio 2026 alle 10:18

    Buongiorno, Pulixi mi ha fatto affezionare ad un genere che prima non mi entusiasmava. I suoi libri hanno due grosse mancanze: Finiscono presto e, la notte, a malincuore devo interrompere la lettura a causa della sveglia mattutina. Riconosco più meriti, non utilizzando le solite ambientazioni metropolitane del genere letterario, sprovincializza la Sardegna è la città di Cagliari, dando pari dignità ai classici noir. Non di meno è un grande lavoratore, a breve usciranno altri due libri.

  4. Pasquale Mascia ha detto:
    22 Gennaio 2026 alle 09:56

    Leggere il Professore è un appuntamento che non manco mai. Spesso non mi trovo d’accordo ma mi convince sempre l’applicazione senza risparmio di intelligenza provocatrice e di sapere certificato. Non commento, però oggi sono costretto a farlo per autodifesa visto il mio sforzo ultra quarantennale di aggiungere qualcosa a quello che il Nostro chiama “eruditismo da bibliotecario”. Assumo un tono leggero per evitare un giudizio infondato su Pulixi che non conosco e di cui non ho mai letto niente e di cui, ad ora, non ho nessuna voglia di leggere niente.
    Credo che i pregiudizi siano utilissimi e salvifici come le esperienze dei sopravvissuti (chi mangerebbe un fungo dal cappello rosso con i puntini bianchi?) fino a che qualcuno sposta la sottile linea rossa e il mondo si allarga. O si restringe.
    Un mio pregiudizio, molto snob lo ammetto, è non leggere niente della contemporanea letteratura sarda (intendo prodotta da una filiera che ha qualche radice condivisa dalla mia esperienza di vita) che assuma il format letterario del giallo.
    Gramscianamente adoro la letteratura popolare, non solo quella di tradizione, ma proprio quella di facile consumo, diffusa e autogenerante senza attese o premi, quelli sì riservati alla scrittura colta. Nelle biblioteche di tutto il mondo solo dagli anni ‘70 i romanzi di Agatha Christie sono stati catalogati nella letteratura inglese ordinaria spostandoli da una definizione catalografica collettanea solo formale di genere.
    E’ lì che è finito “l’eruditismo bibliotecario” e si è cominciato ad assumere una visione sistemica e di valore fondata sul servizio e sulla sua efficacia. Questo non vuol dire che sia un atteggiamento professionale diffuso e neanche di successo, ma del resto la miopia e gli occhialini sul naso sono un pregiudizio, vedi sopra, che le biblioteche non riescono a scrollarsi di dosso.
    Dunque non sarà che il nostro Pulixi, con tutte le qualità che il Professore gli riconosce, e a cui concedo il massimo credito, è esattamente dentro un tempo di crisi editoriale?
    Un tempo in cui si legge sempre meno e si scrive sempre di più. Un tempo in cui in Sardegna abbiamo quasi cento festival o rassegne letterarie spesso, giustamente o meno ammesso che la qualità sia un criterio, finanziate dalla Regione.
    Un tempo in cui l’industria editoriale, sarda e no, decide sovraprodurre magari a spese dell’autore, invece di collaborare a creare un gusto critico consapevole e condiviso. Leggerò Pulixi.

  5. Mm ha detto:
    22 Gennaio 2026 alle 08:06

    Questo è un bellissimo articolo

  6. Lorenzo ha detto:
    22 Gennaio 2026 alle 08:05

    Leggeró e ti farò sapere

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