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A proposito di Italia, di indipendenza e di Catalogna. Con un PS per Moirano

I più importanti quotidiani italiani, La Repubblica e Il Corriere, hanno trattato la notizia della repressione messa in atto dallo Stato e dal Governo spagnoli rispetto all’imminente celebrazione del referendum per l’indipendenza della Catalogna, in modo più evidente dei quotidiani francesi e inglesi (non parliamo di quelli tedeschi, alle prese con i sondaggi che indicano una forte ripresa dei partiti neonazisti, razzisti, negazionisti e fautori di tutti gli ‘isti’ che l’animo umano può generare).
L’approccio è di sospetto e di paura e sebbene non lo si dica apertamente , si nota una simpatia temperata per le scelte del governo spagnolo.
Perché?
Per almeno due motivi: perché le elezioni politiche sono vicine e si teme che il vento catalano aiuti la Lega; perché si teme che il fragilissimo assetto istituzionale italiano possa entrare in crisi non da “sotto”, dal Sud e dalle Isole, come sempre si è temuto per due secoli di unità italiana, ma da “sopra”, cioè dal Nord, il luogo che è stato l’epicentro dell’Unità d’Italia.
Bisognerebbe entrare con coraggio e decisione dentro queste paure e questi egoismi che hanno portato la Repubblica a fare uno Stato a metà, fondato su un sistema di diritti reali al Nord e un sistema di diritti formali e di repressioni e paternalistiche elargizioni al Sud; che ha sempre portato l’Italia ad essere lo Stato meno federalista d’Europa e anzi a odiare il federalismo democratico al punto dall’aver tentato l’ennesima riforma centralistica non più tardi del dicembre 2016. Ma per il momento serve esplicitare, anche a fini culturali e educativi, che i settori dell’informazione che si autoiscrivono al sistema dei valori democratici, ieri collocavano la democrazia in secondo piano rispetto alla prudenza. Ieri la Merkel, che sta facendo una campagna elettorale vincente con toni riformisti e democratici contro gli estremismi, sembrava un leader della sinistra europea rispetto ai leader e agli organi di informazione italiani.
Come sempre, chi ha dettato la linea per gli italiani sono stati gli inglesi: «Madrid must use argument not force to avoid a national break-up», «Madrid deve usare argomenti e non la forza per evitare una rottura nazionale». In sostanza, tutti in Europa hanno guardato con perplessità all’uso della polizia e della magistratura (ma questa è una tentazione anche italiana e sarda, sempre miseramente abortita) da parte del Governo spagnolo, ma sempre dal punto di vista di chi ritiene che i catalani sbaglino nel contenuto. Il punto di vista italiano che si sta consolidando è dunque questo: i catalani sbagliano nel merito, gli spagnoli sbagliano nel metodo.
Dichiarare, però, che i catalani sbagliano nel merito ha qualche conseguenza logica. Che cosa hanno fatto i catalani?
Primo: hanno per decenni sensibilizzato e animato pacificamente il popolo sui temi dell’autogoverno. Sbagliato? Direi di no. Opinabile? Certamente sì. Come si risolve questo fatto in democrazia? Con il voto. I catalani si sono espressi più volte per l’indipendenza, democraticamente, legalmente e pacificamente. Sbagliato? No.
Secondo: hanno dato vita a larghe e sofferte convergenze politiche. Sbagliato? No. Opinabile? Sì. Come si risolve questo in democrazia? Votando, sempre e solo votando e i catalani hanno votato e si sono espressi in modo molto chiaro per l’indipendenza.
Terzo: hanno usato un referendum per consolidare l’orientamento politico.
Uno spirito democratico, quale errore politico e legale vede in questo percorso? Non ve n’è alcuno, almeno in astratto.
Evidentemente il problema è un altro e cioè che in Europa gli stati possono nascere solo se vi è l’accordo degli altri stati, non come processo interno ad un solo stato.
In Europa non vi è il consenso internazionale degli stati membri che consenta che da uno degli stati nazionali storici ne possano nascere due, non foss’altro perché partirebbe un’epidemia: nel Regno Unito la Scozia è sempre lì a dire che è altra cosa rispetto all’Inghilterra; il Belgio è due stati in uno; i Baschi non vedono l’ora; non parliamo dell’Italia, ma soprattutto l’Europa avrebbe un grandissimo problema: le grandi città cosmopolite che scalpitano per avere poteri adeguati al loro essere nel mondo e non più solo in uno Stato. I Catalani hanno conquistato moralmente e democraticamente il loro autogoverno, ma l’Europa non regge la loro virtù, perché né la forma tradizionale di Stato né, cosa ancor più grave, la struttura dell’Unione Europea, fondata sugli Stati di ancien régime, riesce a interpretare la modernità.
È dalla presentazione a Sassari del Manuale d’indipendenza nazionale di Franciscu Sedda nel 2015 che il Partito dei Sardi ragiona su questo tema, cioè sui percorsi per l’autogoverno in Europa, e proprio in quell’occasione si discusse su quella che era la mossa repressiva, prevedibile e annunciata, del governo spagnolo. Fu lì che ci chiedemmo: ma dopo la polizia spagnola, cosa c’è? La guerra civile? È questa la famosa linea rossa superata dal Governo spagnolo? Noi dicemmo allora che mai si sarebbe dovuti arrivare allo scontro violento e, guarda a caso, proprio ieri i leader indipendentisti catalani hanno più volte raccomandato la calma, la legalità, il pacifismo.
Gli eventi catalani dicono che l’Europa non accetta che si usi la democrazia per affermare il principio di autodeterminazione dei popoli. Bene. Che cosa si deve usare, allora? Questa è la domanda di questi giorni.
Noi del Partito dei Sardi, come ha scritto ieri Sedda, riteniamo gravissimo che l’Europa scelga questa strada, che è pericolosissima e ricchissima di ottimi spunti per la destra estremista, e confermiamo il nostro metodo: gradualità, accumulo progressivo di poteri, molta politica estera, alleanze diffuse dentro e fuori della Sardegna, educazione, cultura, divulgazione, pazienza. Ma secondo noi gli italiani stanno sbagliando nel merito e nel metodo nel giudicare con gli occhi della paura e non dell’innovazione e della libertà la primavera catalana.

Post Scriptum: Passiamo ora dal tragico al comico. Ieri il dott. Moirano, che è un uomo molto intelligente, è stato chiamato al capezzale, mi verrebbe da dire al Pronto Soccorso, dei conti della sanità, e ha tirato fuori un comunicato stampa che, se confrontato con i copioni di Garinei e Giovannini dell’avanspettacolo italiano, otterrebbe il primo premio. Non vale neanche la pena di commentarlo per come mischia le pere con le mele, le arance con le cipolle e le carote, ma mi sono divertito a leggerlo, perché mi ha ricordato quanto mi ipnotizzava il movimento veloce delle mani dei giocolieri di strada, proprio a Barcellona nell’86, che facevano il gioco con i barattoli e la monetina per invitare poi l’ignaro passante a scommettere i suoi soldi e a dire sotto quale barattolo stava l’agognato soldino. Moirano muove le mani meglio di Silvan con i colombi e i conigli, ma i conti della sanità sono quelli che diciamo noi e sono terribili. Non si può mischiare disavanzo calcolato rispetto allo stanziamento Cipe e deficit finanziario: il primo è ormai per noi un benchmark di efficienza (per certi versi anche contestabile), il secondo è debito da coprire. Non si può mascherare l’incremento dei costi di produzione nel triennio 2014-2016 (certificato dal Mef), non si può nascondere il deficit finanziario del 2016 (uscito definitivamente solo in estate) che vale esattamente 316 milioni di euro. Non si può perché è inutile, i dati sono lì, disponibili per tutti. E d’altra parte, se tutto è andato bene in questo triennio, perché elemosinare la contrazione di un mutuo col Mef per circa mezzo miliardo? Perché auotrizzare le Asl a sforare in banca? Perché pagare i fornitori  a 8 mesi? Perché stanziare 117 milioni aggiuntivi per pagare gli stipendi? Noi diciamo queste cose perché abbiamo a cuore la Sardegna, non ci importa un fico secco di fare sgambetti a nessuno, ma diciamo inascoltati da tre anni che sulla sanità bisogna cambiare passo perché produce debito e i servizi stanno peggiorando e a noi questo non sta per niente bene.