Pro s’indipendentzia di Bachisio Bandinu: un libro metodologicamente infecondo ed un indipendentismo destinato ad abortire perché fuori dalla logica di uno Stato sardo indipendente e sovrano

6 gennaio 2011 08:4221 commentiViews: 141

069di Michele Pinna
La mozione sull’indipendenza presentata dal P.S.d’Az., discussa in Consiglio regionale alla fine dell’estate, per quanto non sia stata approvata in virtù, ancora una volta, della scarsa fiducia in sé stesso del ceto politico isolano; la stessa sfiducia di sempre: quella che nel 1847 ha voluto la fusione perfetta, rinunciando alle pur minime possibilità autogoverno, quella che per cinquant’anni si ha tenuto un’inutile Statuto cosiddetto autonomistico, e continua a tenerselo, nonostante gli schiaffi e i calci in bocca che i governi romani, amici e non, hanno dato e continuano a dare alla Sardegna, ebbene, quella mozione non è stata presentata, evidentemente, invano, se ha sollecitato, oltre che una dibattito in consiglio regionale e sulle pagine dei giornali locali, da cui, purtroppo, è emersa tutta l’insipienza e la vuotezza politica e intellettuale dei sardi, ( fatto salvo per qualche intervento) che ritengono di pensare, fino al recentissimo librino di Bachisio Bandinu, in sardo e in italiano, Pro s’indipendenzia, edito da Il Maestrale di Nuoro, che senza citarla, per altro, neanche una volta, evidentemente la evoca, ma la glissa. La glissa perché la mozione sardista sull’indipendenza pone al centro, come cardine, come struttura portante dell’indipendenza stessa, la realizzazione dello “Stato sardo”, mentre Bandinu il problema dello Stato sardo lo evade, lo evita, lo dissolve nei mille luoghi comuni che, per paura, per mentalità, per tante cose, in Sardegna in certi ambienti politici e culturali, sono diffusi.
Bandinu in una sequenza, apparentemente asettica, tra l’ enciclopedia e il dizionario, con una scrittura, invece, quasi misterica, ispirata, a tratti persino oracolare, in alcuni passaggi reticente (ma del resto un vero bittese deve negare sempre, ferru, ferru) snocciola i capisaldi della dottrina e della cultura sardista, oramai in Sardegna, per quanto in maniera diffusamente confusa, è, almeno a parole, cultura di tutti. Li snocciola, li racconta, cerca di spiegarli e insieme li nega. Ponendo tollent, come facevano gli arguti logici medieoevali. Con un sottile argomentare Bandinu distingue l’indipendenza dal “separatismo” : la prima è cosa buona e giusta, non spaventevole, ed è rassicurante se la si riconduce a ciò che in effetti vuol dire sul piano politico “liberazione da uno stato di dipendenza… è l’atto che sancisce con una propria costituzione, l’autogoverno, senza ingerenze esterne. Popolo sardo sovrano, nazione sarda sovrana”. (p.10)
Già ma come si realizza tale condizione, qual è il percorso e soprattutto chi realizzerà il sogno? E come? Attraverso quali strumenti politici e istituzionali lo renderà concreto? Bandinu tutto questo non ce lo dice, non ce lo può dire, non ce lo vuole dire, perché altrimenti scivolerebbe sul terreno del separatismo. “Un fantasma lacerante che indica la separazione di una parte dall’intero”. Mentre in sardo suona cosi: “sa paraula separatismu dat s’idea de unu distaccu, comente unu membru secatu dae su corpus. Est su pantasima dolorosu des’orfanitate chi narat de una pèrdita e mintet a intro de s’animu unu sentimentu de soletade. Naschit sa timòria de caminare a sa sola, chene perunu sustentu”.
L’incedere della prosa antropologica – abituata ad elaborare e a rappresentare le dinamiche mortuarie, i sentimenti e i rituali luttuosi delle popolazioni primitive, e noi sardi, evidentemente, siamo rimasti primitivi, arcaici, ancestrali, così come ci rappresentano i vari Niffoi, Fois, Murgia, perché così piacciamo all’industria culturale radical-chic italiana, ai lettori annoiati in cerca di evasioni e di emozioni turistico-letterarie tra popolazioni ancora immerse nell’innocenza della natura, come dire selvatiche o selvagge, – non rende, però, giustizia alla logica della sovranità di uno Stato. Che avrebbe bisogno, invece, di una prosa meno prosaica, e di asserzioni più immediate e chiare non foss’altro che una dichiarazione di onesto e sano impianto riformista, che intende conciliare la logica di uno Statuto di sovranità nazionale, lo Stato sardo, per l’appunto, quale dovrebbe essere scritto da una nuova fase costituente nel nuovo Statuto che la Sardegna dovrà darsi, con i resti, quelli utili e utilizzabili, fino alla loro definitiva archiviazione (perché no?) di una legislazione ancora in vigore discendente da una statualità dipendente, qual è quella sarda di oggi.
Ma nessuno si metta in testa o s’illuda che uno Stato sardo non implichi separazione istituzionale, non implichi separazione politica, non implichi indipendenza culturale, persino lacerazioni e strappi rispetto all’attuale situazione di una regione dipendente, istituzionalmente, politicamente, culturalmente ed economicamente dipendente da uno Stato patrigno. Se l’indipendenza, in tal senso, può significare e, in molti modi lo significa, “separazione”, “separatezza”, “separatismo”, bene, se davvero crediamo in uno Stato sovrano indipendente, noi dovremo essere per la “separazione”, noi dovremo essere, noi siamo separatisti.
La lingua sarda possiede l’immagine della separazione legittima quando l’unione non funziona, quando non gratifica allo stesso modo le parti che compongono l’insieme, e quando l’insieme non regge più come tale, si esprime nel detto “iscontzare pro annoare” disfare per rinnovare. Si disfa un lavoro, una relazione, un contratto. “Non b’at agonzu chen’isconzu” non si può aggiustare senza prima disfare.
I sardi separati dalla terra ferma da millenni, separati e distinti linguisticamente dalle altre lingue, separati, e purtroppo, dipendenti economicamente dalle altre economie, dovrebbero temere la separazione? I sardi poeti e scrittori della solitudine, tra i migliori del mondo, dovrebbero temere la solitudine? E chi lo dice? I sardi sono separati per natura e per cultura, possono e sanno fare da sé. Lo hanno mostrato attraversando i deserti della storia, subendo ma resistendo alle lunghe dominazioni straniere. Lo ha detto Bellieni in anni più difficili, con buona pace dei Ciscu Sedda e degli aruspices locali. La politica non è un atto interpretativo di segni celesti, non dipende dalla forma che assumono le interiora delle pecore e dei tori quando cadono per terra dopo lo sventramento delle bestie; la politica è lucida analisi e lucida volontà di determinare le cose del mondo. Bellieni certo lo diceva “noi non siamo separatisti”, perché va di moda o perché abbiamo dei risentimenti nei confronti dei fratelli italiani. Noi, aggiungeva, ci siamo formati anche con la cultura dei fratelli delle diverse regioni italiane. Ma aveva non poca sfiducia nella finta volontà d’indipendenza delle classi dirigenti sarde, dei finti separatisti e dei finti indipendentisti; ma egli ben sapeva e ben voleva che la separazione storica, culturale e politica della Sardegna dovesse avere (quella che, con un’espressione più innocua e più rassicurante, perché l’uso linguistico e la pratica politica istituzionale l’ha resa tale, viene definita la “specialità” della Sardegna), una forma istituzionale e di autogoverno propria. Una sua statualità, insomma. Quando Bellieni parlava in tal senso dell’ “Ente regione” come luogo primario della sovranità del popolo e della nazione sarda e ne parlava prima dell’aborto istituzionale che fu lo Statuto sardo cosiddetto di autonomia, parlava di uno Stato. E l’ente regione attraverso la scrittura di un patto federativo con le altre regioni italiane, anch’esse con poteri statuali, avrebbero realizzato un nuovo Stato federale, non senza, però, che ogni regione avesse stabilito la giurisdizione della propria sovranità. Siamo prima della prima guerra mondiale. Altro che Costituzione italiana. La Costituzione italiana fu, per Bellieni, il segno più evidente del tradimento del pensiero risorgimentale dei Cattaneo, dei Ferrari, di quei politici e di quei pensatori indipendentisti, separatisti (e cos’è stato altrimenti il risorgimento se non una guerra di indipendenza e di legittima separazione dallo Stato austriaco che opprimeva la Lombardia con tasse e balzelli senza restituzione) che le massonerie internazionali hanno sconfitto, glorificando, invece, Cavour e Garibaldi, che hanno praticato una politica di annessione al Piemonte sabaudo, nel nome del Regno di Sardegna.
Il libro di Bandinu lo definirei il libro di un’ indipendentzia abortiva, l’ennesima occasione persa per dire come le cose stanno davvero. Lui è uno di quelli che avrebbe potuto farlo e non lo ha fatto. Cercando di recuperare la storia, nel tentativo di stemperare le performances a-storiche di un Ciscu Sdda, la nega e la dissolve in un gioco, di parole, quasi mistico; volendo essere indipendentista cerca di costruire un linguaggio adatto perché anche l’indipendenza possa essere trasformata in un barboncino da salotto, ben educato, che non fa pipì e caca sui tappeti e non abbaia, per non disturbare, mentre i padroni conversano.
Un’indipendentzia abortiva perché è fuori dalla logica affermativa, proprositiva e attuativa di uno Stato. Una nazione inglobata in uno Stato, se vuole l’indipendenza, deve per forza volere uno Stato indipendente, separato dallo Stato che la ingloba. Dopo stipulerà patti, contratti, e tutto ciò che vorrà scrivere con chi vuole, anche, se lo desidera, con lo Stato da cui si separa. La nazione che intende diventare Stato deve volerlo e, s’è il caso, strapparla, questa condizione, perché nessuno gliela darà come si dice “a gratis”.
Lacerazioni? Ce ne sono fin troppe. La nostra è un’epoca di strappi, di rotture e di lacerazioni. Quindi niente paura. Questa dovrà essere la strada più vera e più autentica del sardismo politico e culturale, del sardismo come coscienza civile, del sardismo come percorso e come battaglia per la nostra liberazione e per autogovernare la nostra libertà.
Bandinu perde l’ occasione per imboccare la strada della Costituente e per delineare i contenuti che il nuovo Statuto sardo dovrà sancire per la propria statualità: Scuola, università, lingua, fisco, trasporti, o per esempio: in uno Stato sardo come si definiranno i poteri della magistratura sarda? I poteri delle prefetture, se mai potranno restare, i poteri delle sovrintendenze ai beni culturali e cosi via, i poteri delle forze dell’ordine e quali e come saranno in uno Stato sardo le forze dell’ordine, i poteri della corte costituzionale, i poteri della giustizia amministrativa, i poteri della corte dei conti? O domande quali: lo Stato sardo resterà comunque nell’euro o farà altre scelte monetarie? Per uno Stato sovrano sono legittime queste domande no? Quali saranno i rapporti internazionali con gli Stati Uniti d’America dei quali siamo alleati, continueremo ad esserlo? Chi dovrà, come e quando, decidere queste cose? O le potestà internazionali le delegheremo ad altri e la regione si accontenterà di avere un ufficio di rappresentanza a Bruxelles, per altro molto costoso, mi dicono, ma altrettanto inutile?
Tante altre cose,- in ordine ad un orizzonte d’indipendenza, e perché no, di separazione dallo Stato italiano della Sardegna, mentre in molti sono indaffarati nelle patrie cucine italiane e nelle succursali cagliaritane e sassaresi a propinarci supplì di retorica e sformati nauseanti di falso unitarismo nazionale,- Bandinu le avrebbe potute dire. Non lo ha fatto: pazienza. È evidente, però, che il suo è l’ennesimo “sciroppo” di un indipendentismo sterile, perché gli manca il senso dello Stato.

21 Commenti

  • Si trasmette questa breve nota per informarvi della recentissima pubblicazione del sito internet dedicato all’avv. Mario Melis, esponente politico del Partito Sardo d’Azione deceduto il 1 novembre del 2003. L’ indirizzo è http://www.mariomelis.eu

    Il sito è stato creato, per volontà della moglie e dei figli e con il contributo scientifico del dott. Carlo Pala, attingendo a documenti del suo archivio personale. La consultazione permette la lettura degli interventi, proposte di legge, articoli di giornale, lettere da lui elaborati nel corso della vita.

    Il motivo principale di questa pubblicazione è la speranza che questi scritti possano essere utili a chi, per motivi di studio o di piacere di approfondimento personale, vorrà attingervi nella profonda convinzione che questo sia una logica conseguenza del modo in cui Mario Melis ha vissuto la politica. Cioè come un servizio reso alla comunità di cui era parte. I testi ora presenti sono un primo nucleo, che nel tempo, sarà arricchito e completato con quanto in archivio e con l’aggiunta di video e immagini.

    L’intento e la speranza è che il pensiero e l’azione politica di Mario Melis, che ha speso la propria esistenza nell’impegno per una società sarda aperta al mondo, non subalterna e passiva, ma innovativa e creativa, possa essere ricordato e studiato attraverso le sue stesse parole, senza distorsioni o fraintendimenti. Si ringrazia fin d’ora per lo spazio che vorrete dare a questa informazione, cordiali saluti,

    i figli Michela, Antonio e Laura Melis

  • No b’at duda peruna. Cussu chi Miale Pinna narat podet essere cussideradu indipendentismu. A dolumannu no bido nudha ca nos fagher cumprendere cantu est longu o curtzu su trettu de su chi narat isse e s’assentu ideologicu de su psdaz de oe. Cun peraulas petzi no si fragat nudha, si no sighint sas fattias.Tando, inue sunt sas fattias chi bos ponent totus in s’andala de s’indipendentzia? Bos setzis irmenticados ite fit su psdaz in sos annos otanta in su tempus de su “vento sardista”: dae oras mi nde so abitzadu ca setzis torrende a sa matessi trassa, murighande pro torrare alientu a unu partidu chi tenet nekes istoricas mannas. Forsis diat a esser mentzus a nos dare nessi sa proa bessinde luego dae sa coaliztione italiota inue bos setzis postos petzi pro interesse, pustis nd’amus a faedhare.

  • Paolo Leone Biancu

    Ho apprezzato quanto dice Michele Pinna a proposito del libro di Bandinu sull’Indipendenza e ricollego il tutto alle considerazioni da lui fatte qualche tempo fa sul Blog di Gianfranco Pintore. Michele Pinna scriveva:

    ” Impariamo a chiedere sempre conto, a tutti, sardisti e non, di ciò che i nostri rappresentanti fanno e non fanno in regione, nei comuni e nelle province. Lo dico ai sardisti, a quelli veri, che sono indipendenti e indipendentisti sul serio, che sono dentro e fuori dal P.S.d’Az..
    (1) A chi ha incarichi di governo chiediamo cosa stanno facendo e come, affinché la parola diventi, fatto, accadimento concreto che dia risposte tangibili, non parole vuote, a scopi propagandistici individuali, pagate dal bilancio della regione ovvero dalle nostre tasche.
    (2) Lo dico anche a coloro che non sono sardisti o indipendentisti, perché delusi dalle parole senza fatti del passato che han fatto altre scelte. A coloro che, invece, militano in altri partiti e movimenti, di destra o di sinistra, poco importa.
    (3) Lo dico ai cittadini onesti di non farsi distrarre né dalle chimere ideologiche né dai prodotti di facile consumo ma di costruire insieme, con chi ci sta e ci crede, percorsi seri di pratica indipendentista nella politica linguistica e culturale, nella politica istituzionale, nella politica economica e fiscale, nelle politiche del lavoro, in ciò che si vuole, ma che sia operativamente pratica, non solo chiacchera.
    (4) Da chi ci governa attendiamo risposte e fatti. D’ora in poi, se ci consentono, le domande le facciamo noi” (Michele Pinna).

    Al fine di procedere sul piano dei vari interventi precedenti, sulla analisi di Bandinu e sul concetto d’Indipendenza,mi chiedo e domando:

    PERCHE’ VOGLIAMO e DOBBIAMO ESSERE INDIPENDENTI ?
    Penso, sono convinto che, se avessimo il Potere e credessimo nelle nostre capacità, nessuno più di NOI avrebbe le capacità per gestire questa Nostra Terra e gli interessi del Popolo Sardo che la abita.

    ALLO STATO ATTUALE CI MANCA IL POTERE:
    (a) perché non ce lo hanno dato ?
    (b) perché non ce lo siamo saputi conquistare ?
    (c) perché non crediamo di avere le capacità per gestirci ?

    RICORDO che, rispondendo a Guido Melis e alla sua analisi storica sulla indipendenza, dissi che quel tipo di strada non ci porta da nessuna parte. Lo storico (colui che descrive gli eventi passati e li interpreta a partire da scritti e da testi precedenti) ha, infatti, da sempre una sua ideologia di riferimento e una sua prospettiva, quindi giunge sempre a conclusioni soggettive e non di certo oggettive.
    Uno storico, vissuto nel brodo di cultura dell’internazionalismo, vicino alla storia della sinistra non può che giungere a certe conclusioni, che possono considerarsi apprezzabili all’interno di un dato discorso.
    Lo storico, che voglia giustificare il teorema dell’Indipendenza, può invece utilizzare altri scritti o, in parte, anche gli stessi dando però una diversa interpretazione e un peso diverso alle cose.

    Dal piano del discorso fatto dallo storico (nel caso in analisi il prof. GUIDO MELIS), molto accurato e pieno di dettagli, che deriva dalla sua esperienza soggettiva delle cose, non ci arrivano spiegazioni al:
    ” PERCHE NON POSSIAMO ESSERE INDIPENDENTISTI ?”
    La spiegazione, pertanto, non può che dipendere da uno specifico sistema interpretativo. Ogni sistema usato, infatti, è valido solo all’interno del suo insieme di valori, ma non percepisce e non può intendere l’ambiente esterno, di chi parte da premesse diverse o quanto meno da presupposti che hanno diversa ampiezza di significato.

    LA SOLUZIONE AI PERCHE’ DELL’INDIPENDENTISMO SARDO si riscontra nella mentalità dell’ ancor esigua minoranza di Sardi, convinti di sapere e poter rappresentare al meglio i propri interessi e non quelli di altri. Molti sardi, purtroppo, non si rendono conto che certi disvalori, di cui soffrono in senso negativo rispetto all’ insieme Sardegna, gli sono stati inoculati attraverso un lungo periodo di lobotomia culturale.
    Volere l’Indipendenza e la sovranità su questa terra di Sardegna, vuol essere, anche e sopratutto, il riconoscimento della Natzione Sarda come Stato a tutti gli effetti, per poter decidere cosa é meglio per la sua economia ( Modi di produzione e modelli di sviluppo) e in che modo ci si debba relazionare con la “globalizzazione”.

    CHIEDO, ANCORA, E’ VOLERE TROPPO?
    Perchè a certi Sardi da fastidio questo modo di pensare ?
    Forse perché non si capisce che il Modello di Sovranità della Sardegna non vuole seguire un percorso storico lineare ma vuole adattarsi al contingente senza però modificare i propri obiettivi.

    Questo modello non è un modello separatista (chi continua a usare questo termine si autodefinisce, in termini esaustivi, come qualcuno che non vuol capire il nuovo che avanza)e non è un modello secessionista ( il modello padano è tutt’altra cosa ma non intendo commentarlo).

    Dal mio punto di vista, considero separatismo e secessionismo 2 modelli conflittuali e negativi.
    Al contrario, reputo l’ indipendentismo un modello che si basa su valori positivi e non conflittuali, che sottolinea la capacità di saper fare e di proporre, quanto gli altri, identificando la stretta relazione, che esiste, tra il territorio e il cittadino sardo, come rapporto positivo da riscoprire e non da dimenticare, inseguendo chissà quali chimere e teorie.

    Certi sardi dicono, a proposito di queste mie ultime considerazioni,che sia ” meglio concepirci come un nodo entro una rete di interdipendenze, senza stare a perdere troppo tempo ed energie a discutere perennemente di riscritture di statuti “. Sono abbastanza d’accordo con loro, perché sottolineano, con un linguaggio diverso dal mio, che essere indipendenti è poter decidere dove stare e posizionarsi senza alcun condizionamento.

    Chi nega l’ indipendentismo sottolinea che non abbiamo bisogno di pensare in tal modo e dice: ” Siamo in una democrazia rappresentativa, nella quale ciò che manca é una maggiore partecipazione dei cittadini alle politiche, nelle forme e nei modi che dovranno trovare partiti più aperti ad accoglierne le istanze, e ad ascoltarli veramente “.
    Quindi se ci fossero tali partiti perché pensare all’ indipendentismo ?
    Continuo, però, a chiedermi:” Esistono Partiti con tali caratteristiche o son solo pii desideri il credere che possano esistere ?”

    Senza ombra di dubbio la Globalizzazione ha creato interdipendenze tra territori, tra Stati, tra Economie e questo è un concetto che tutti coloro che pensano in termini di Indipendenza hanno ben chiaro.

    Ma deve essere altrettanto chiaro che le interdipendenze vanno gestite
    da NOI e non dagli ALTRI. Per far questo la CONOSCENZA è la BASE.

    IN CHE MODO FARE ? ECCO ALCUNE MIE CONSIDERAZIONI:

    Lo sviluppo economico sardo, secondo un modello di indipendenza, deve superare l’attuale sistema di valori e di credenze, i cui elementi sono:

    a- La scarsa fiducia reciproca;
    b- Lo scetticismo dell’individuo nei propri mezzi;
    c- L’affidamento ai potenti per tentare di affermarsi.

    Questi elementi ostacolano:

    1)–> Il dispiegarsi delle energie economiche individuali
    2)–> Impediscono il buon funzionamento della società.

    Una politica economica indipendentista per rendersi utile dovrebbe:

    (A) – PROPORSI di intaccare e capovolgere quel sistema di valori sottolineato antecedentemente;

    (B) – CONSENTIRE l’affermarsi e il lento diffondersi di un altro sistema di valori e credenze (SENTIDOS):

    b1 – fondato sulla fiducia dell’individuo in se stesso e negli altri;
    b2 – rifiutando il “padrinaggio”;
    b3 – reclamando il merito come criterio di selezione;
    b4 – rendendosi disponibile a cooperare e a bandire chi non coopera.

    IL LEGANTE per questa nuova comunità Sardegna,”COMUNA A TOTUS” dovrebbe valorizzare le modalità, secondo cui i soggetti dovrebbero interagire:

    x1 – Trasparenza Totale.
    x2 – Definizione chiara degli interessi in gioco.
    x3 – Reale disponibilità a rimetterli in discussione per affermare
    interessi generali, realmente condivisibili.
    x4 – Rispetto delle pari opportunità per tutti,
    x5 – Soluzione dei conflitti tramite dialogo e confronto dinamico.

    NON HO ALTRO DA AGGIUNGERE

  • Antonio Sedda

    Boe o Merdule? Semus in tempus de carrasecare e in su 2011 b’at galu chie manizza su sostantivu in limba italiana “separatista”. Sant’Antoni de su ocu e Santu Segostianu intertzedie Vois a este tempus vostru. Tando Boe ti sentis orfanu si ti che istitas dae s’Istadu Italianu? Tzertu s’istoria no nos’at chertziu vene a nos imbattilare sos Savoias e a pustis sa Repubblica chi nos ana privau prima e totu de sa limba e apustis de sos benes e de sas siendas, infines de sa conca , tue nde ses sa prova, cumente depede achere e anta fattu totus sos istados chi anta colonizzadu ateros populos e Natziones cumente sa nostra ( istudiadi su cuntzetu de Istadu e de Natzione) Su cuntzetuu de separatismu in d’unu mundu globalizzau no esiste prus, peroe su cuntzetu de Istadu soveranu in d’una Europa de populos e Natziones,emo. Eo non soe Mario puddhu chi isterrede meda sa chistione. ti cherio ispiegare caru Boe chi nessunu ischirriada cha non podet peroe cherimos arribare a cumandare nois in domo nostra tenenede contu de sos vichinos: como b’at solu meres chi ti lassana s’illusione de s'”Autonomia” ma ses tzeraccu eris de su Guvernu de su re, apustis de Prodi e Dalemma e como de Berlusconi. Bandinu non tzitada in su traballu suo’ ite Istadu cherimos favricare, ite Costitutzione depimos aparizzare, de ite depimus campare e menzus de como, ite energia cherimus e proite in su respettu de sa natura chi babos nostros nos’ana lassau e chi in tempus de dipendenssia e de colonialismu semus destruinde. O Boe a benis a Othana inuve s’Unionismu tuo at isfassau non solu, sartos e pasturas, ma finzas sa comunidade ” importande ” delincuenssia antis mai connota. A nor biere cun salude

  • L’analisi e il pensiero espressi da Michele Pinna mi sembrano tutti
    coerentemente riconducibili a quei valori e contenuti che determinano l’ideologia indipendentista (SEPARATISTA!)

  • @ Claudio, rispondo in italiano così non rischio di essere frainteso, se leggi i miei interventi ti accorgerai che non c’è alcuna volontà censoria, ma agli insulti e alle illazioni e alla volontà” inquisitoria” di chi chiede senza volere le risposte, viene un po la voglia di scherzare e provocare, sai ” su viazzu est longu e su tempus ke keret koladu”.
    Non credo che nel mio primo intervento abbia richiamato appartenenze politiche né offeso qualcuno circa le sue frequentazioni incappucciate o meno, attribuite ai sardisti. Per il resto le risposte su PPR e altro credo che siano state abbaondantemente date ufficialmente dal Partito e dai consiglieri regionali nella loro attività istituzionale, e queste sono quelle che contano. Continuo a pensare che fare domande non volendo sentire le risposte, solo per mettere in risalto “con fare saccente” l’attuale (e non codivisa) alleanza del partito non possa che far emergere uno scherzoso tifo sportivo.
    Salude e libertade

  • Continuo a rilevare che spesso, appena un commento è un pò meno “militante”, qualcuno interviene a tacciare il commentatore e a rinfacciargli la propria (vera o presunta) appartenenza politica; dico questo perchè ho notato l’atteggiamento di Zulio;
    ma osservo anche che questo atteggiamento è il contrario di quanto voglia, almeno mi sembra, il titolare del sito.
    Le domande di Enrico non sono insensate e meritano una risposta, anche se non esaustiva o definitiva; io per esempio risponderei che sul P.P.R., uno stato Sardo, non potrà non avere una posizione di forte cautela e di salvaguardia del territorio, visto che questo è una delle risorse migliori che abbiamo; sui veleni di Portotorres mi sembra lapalissiano che occorra costringere chi li ha creati a ripulire i siti; far ripartire la nostra economia significa investire non su uno o due comparti ma finanziare innanzitutto la ricerca e perseguire una cultura diffusa in tutti i comparti, parlo sia di cultura generale che di cultura di impresa, e intendo comparti produttivi di merci e servizi legati alle risorse e alle prospettive del territorio; parlo di sfruttamento sostenibile del territorio per un turismo di qualità, di produzioni agro alimentari di alto valore aggiunto, di sfruttamento delle energie rinnovabili, di scuole ed università di alta specializzazione, etc.
    come vedi, un carnet di proposte abbastanza generico e forse non esaustivo, ma futuribile. per mettere in atto un programma del genere occorre una grande forza del popolo, forza che non può derivare da una benevola concessione di uno stato patrigno, ma bensì dalla consapevolezza del diritto ad essere sovrano in casa propria.
    Dopodichè Enrico potrà dire se dico cose vane o demagogismi.
    senza offese

  • Enrico, ma poite non respondes tue,o nessi nae-nos inuve ti torras, in cale banda politica. Gai potho fintzas eo dimandare ( o pedire) carki cosa a tue puru, gai ti moes su roinzu tue puru. Bies ki ses a dolore de matha? Non faket a ti torrare kontos a sas dimandas tuas e derettu t’arravias e kistionas male. Si keres ponner su toccu a sos ateros, e esser brulleri, depes atzetare sa brulla. Si nono keret narrer ki ses solu arraviau e a dolore de vrente a beru… mancari ki ti toket unu ziru a sa ziuna. Si keres cumpanzia e carki sotziu de ti sortire, mira serente a Thattari nde b’est unu ki si sortit a s’Ispissu. Ma fintzas in Casteddu sunt kircandende po “Sardegna fatti bella” prova a bier kissai ki Saatchi. Male ki t’andat, prova a bier cara a Nugoro ki zai nd’acatas de sicuru de cussa cumpanzia, b’est tottu su pianu de reindustrializzatzione kene tocau. Semus tottus in caminu e… andande e biende, cumpanzos in caminu si nde acatan medas, malos e bonos. Bona fortuna tenzas a los acatare tottu bonos ke a tue, po como custos tenes e cun custos ti ses sortiu… e ti tocad a peleare.
    Salude e libertade

  • Giancarlo Mameli

    Due piccole note aggiuntive nella lingua dei “colonizzatori”, in ossequio all’amico Marco M.C., persona che è sempre intervenuta in termini positivi nelle discussioni.
    Sul sindaco di Cagliari, da tempo il PSd’Az, ha dichiarato valida la proposta del candidato Massimo Fantola; questo è apparso numerose volte tra le notizie di carattere politico nei quotidiani regionali.
    Per Enrico invece: Su “cugudu” che forse intende è quello indossato dagli Ebrei. Se il riferimento è alla popolarità della cultura ebraica tra i Sardisti, bisogna dire che essa è direttamente proporzionale alla popolarità della cultura Palestinese e araba in genere.
    Se invece, egli ha confuso con qualche altro “accessorio”, devo dire che le illazioni o perlomeno le ambiguità, non ci appartengono culturalmente. i sardisti hanno da sempre il coraggio delle proprie convinzioni. ampiamente dimostrate anche dal confronto e dalle conseguenti proposte elaborate nell’attuale legislatura.
    esprimere dissenso ugualmente appartiene alla nostra cultura politica, come d’altronde ospitare nella discussione anche chi ideologicamente non è a noi vicino; mah!!… salire sul pulpito ed erigersi a giudice ed emettere sentenze,questo no.
    Per cui caro Enrico, se vuoi verificare quanto si mangi ad essere sardista militante, frequenta una qualsiasi delle nostre sezioni e vedrai che ti servirà almeno per conoscere, prima di parlare.
    QUESTA REGOLETTA, STA IN CIMA A QUALSIASI CIVILE CONFRONTO DIALETTICO SIA DI CARATTERE POLITICO CHE DI SEMPLICE INTERSCAMBIO FONETICO!

    FORTZA PARIS

  • Oh Zulio “pedidore”, si no bi resessis ad arrespondere a sas dimandas k’appo fattu lassa perdere, non t’istracches troppu su cherbeddu!
    A mie pedire non mi aggradada, est pro custu chi non bor voto e non b’appo a votare, ma dimandas nd’appo faghere su matessi si nde tenzo gana. Si non nde gheres intendere, faghes menzus a non tribagliare in d’unu partidu politicu, chircadi un assotziu de atteru tipu inue dimandas non nde faghen peruna. Appo intesu chi za esistidi un’assotziu gasi, est una ghenga de amigos chi iughen tottus unu cuguddu nieddu in conca, e in Sardigna puru est meda popolare, comminzende dae sor palattos de sa Regione.

    Comuncasa a mie sa entre non mi doled affattu, forzis unu paghizzeddu doled a bois, ca est troppu prenu de su mandigu.

  • Marco Maria Cocco

    Caro Zulio,
    purtroppo non conosco la nostra lingua ma solo quella dei nostri colonizzatori. È grave ma è la realtà.
    Comunque: sii più costruttivo, grazie.

  • E boh! Sos ki iscrien in custu blog paren pardes pedidores, pedin: su Psdaz it’at fattu, su Psdaz goi, su Psdaz gai (non gay), e ite dimoniu! @ Enrico ma tue it’as fattu? Ite ti dolet? It’est su ki dias kerrer dae su Psdaz? E a su nessi a nos votas po poder pretender? Tue essende in Cussizu regionale ite dias faker po arribare a s’indipendentzia? Si inbetzes tenes solu dolores de vrente, ca su Messia tuo at perdiu sas eletziones, beh… kie si nde afutid.
    @ MMC, pessa unu pacu” su populu ki si liberat est prus ainnantis meda de sos movimentos ki cumandan su protzessu de liberatzione”. Lu nat un’intelletualeddu tristu e irmenticadu de su 1800. S’omine novu ki essid dae su protzessu de liberatzione individuale e de su populu intreu est diffenente dae s’omine ki gherrat po sa liberatzione. E nois podimus pessare oje, cale podet esser s’Istadu novu? O cale potat esser su sistema ortograficu de su sardu de cras? Ma po piaghere! Su sindicu de Casteddu? Z.B. Vico e A. Gramsci si nde faken de risu kistionande de tattica e de istrategia.
    Salude e libertade

  • Marco Maria Cocco

    Per Tullio:
    non da ieri ho chiesto che si aprisse un dibattito sulla forma di governo proposta dal PSd’Az dopo il raggungimento dell’indipendenza dalla colonizzatrice Italia.
    Sono stato insultato in modo veemente.
    Così come resto in attesa di sapere cosa intende fare realmente il PSdAz per l’indicazione del candidato a sindaco del capoluogo della regione Sardegna.

  • PRO S’INDIPENDèNTZIA: BACHISIO BANDINU, IL “SEDDISMO” E IL SOGNO POLITICO. http://www.cagliarifornia.eu/2011/01/pro-sindipendentzia-bachisio-bandinu-il.html

  • Caro Tullio..io proprio non so se Bandinu abbia “seri problemi intestinali” (se è una metafora ti confesso che non l’ho capita)però anche se non ne capisco il motivo devo constatare che a voi sardisti questo librino ha fatto venire un tracollo di bile!
    E come dicevo non capisco il perchè tale accanimento: uno può esser d’accordo o non d’accordo, ma si tratta comunque di un contributo che viene da un intellettuale “storico” della Sardegna (anche se mi pare di capire intellettuale sia ormai una parolaccia) e quindi forse vale la pena di confrontarvicisi, senza limitarsi a una stroncatura superficiale. E poi comunque se vi interessa promuovere il tema dell’indipendenza perchè non vedere come positivo in sè il fatto che su questo tema si scriva, anche se non con posizioni collimanti con le vostre? Preferite il silenzio a un approccio diverso dal vostro?

    Se poi la linea scelta dal Psdaz è così radicale (w il separatismo, Bellieni o non Bellieni Lussu o non Lussu) mi spiegate perchè si vuol far passare la dichiarazione di “sovranità” e indipendenza della Sardegna attraverso una revisione dello statuto regionale, che come voi ben saprete è una legge costituzionale dello stato italiano? Mi sembra poco coerente con la linea “tutto e subito senza compromessi” che dovrebbe caratterizzarvi come indipendentisti autentici e distinguervi da quelli con problemi intestinali.

    Infine che dire, ognuno ha le sua priorità, io ora rispetto a una forza politica sarda sento più l’urgenza di sapere che posizione ha sul P.P.R., sulla bonifica dei veleni dell’area di Porto Torres, sulla gestione della sanità e sul modo di far ripartire la nostra economia perchè è rispetto a questi problemi che si vede se è in grado di operare verso quell’indipendenza sostanziale senza la quale non ha molto senso architettare chissà quali sovrastrutture istituzionali o predisporre l’album di figurine della futura nazionale sarda. Parlare di indipendenza mi interessa, ma magari parliamo prima di come arrivarci prima di porci problemi che non mi sembrano esattamente all’ordine del giorno.

  • Tullio Saba

    Mi chiedo, spesso, se gli indipendentisti della domenica, se gli indipendentisti delle pippe mentali, se gli intellettuali con seri problemi intestinali , come bandinu, che cercano, attraverso le mistificazioni, attraverso i raggiri, di glissare sulla questione della sovranità e dell’indipendenza, abbiano chiaro che noi sardisti, bellieni o non bellieni, lussu o non lussu, abbiamo in mente la creazione di uno Stato sardo. E se si ha questo come obiettivo, non si può prescindere da un dibattito che affronti, seriamente, i peroblemi costituzionali e istituzionali: quale forma di Stato vogliamo? Quale forma di governo? quali saranno gli equilibri tra parlamento, governo e magistratura sardi? Quali i rapporti tra Stato Sardo ed enti locali? Altrimenti si parla de nulla. E i professionisti del nulla, che sono nemici dell’indipendenza e della sardegna, sono tanti. Fortza Paris.

  • forza sardegna viva il movimento delle idee..

  • Giancarlo Mameli

    Depo narrere ka Mikeli e Zuliu,kirkana de no si punghere a faere unu paghu de allenamentu intelettuali- e custa es cosa ona pro unu populu.
    ma pi paret prus cosa ona, su de pensai ka toccara a si pone a faere una “Costituzione” de su stadu sardu.
    cun d’unu paperi de cussa manesa, meras de cussas dimandasa provocatoriasa ki faghent pessones kae “Enrico”, janta agattare una risposta de su tipu” liggerie su papaeri de s’istaru sardu”.
    poite, deppeus cuminzai a iscriere sa Lei chi s’ara guvernai.
    e un’atera cosa ammento a s’amigu Paolo, l’appu intendiu nendi e deo seo mera de accordiu, ki bisonzara a faere unu corpu diplomatichu po incuminzai a presentai su “Stadu Sardu”, a sas atera nazionese.
    …. su tempus kes bolande, mi paret ki siade junta s’ora de aperre finas karki “Ambasciata”, mancai dimandendi agiudu a sos sardos ki tenimus in tottue.
    in urtimu, Caru Enrico, nosu seus pensende dae oe pro crasa.
    su “futuribile” es kussu ki sind’orruede, kando non tenimos tempus de lighe s’istoria. e mancu sos quotidianoso!!!
    custas notiziasa non l’attappasa nel “Grande Fratello”.
    Fortza Paris.

  • Bene Mikeli Pinna. La pesso ke a tue supra su ki as iscrittu, prus de tottu cando nas ki non b’est aconzu sene isconzu. No apo galu lettu su libru de Bandinu, ma si gal’oje non cumprendet su bisonzu de s’istadu sardu, tando tenes resone tue, keren un’indipendentismu “barboncino”. Nois kerimus unu indipendentismu arraviosu ki si bisonzat l’iscat fintzas a orulare e a torrare sa mossa. Timen su separatismu? Poite cal’est s’istadu prus separatista de s’Italianu? Cal’est s’istadu ki nos est privande de nos sortire cun kie nos paret? Separatista est s’istadu italianu ater de brullas.
    Pro Enrico: E in cale enciclopedia indipendentista as lettu propostas menzus e prus de sas ki at fattu su Psdaz in custos urtimos 90 annos?
    Salude e libertade

  • Da ciò che ho letto di Bellieni non mi sembra mirasse alla costituzione di uno Stato sardo indipendente.
    O sbaglio?
    Non ho letto il libro di Bandinu, spero di trovare il tempo per leggerlo, ma riguardo al passaggio

    “Bandinu perde l’ occasione per imboccare la strada della Costituente e per delineare i contenuti che il nuovo Statuto sardo dovrà sancire per la propria statualità: Scuola, università, lingua, fisco, trasporti, o per esempio: in uno Stato sardo come si definiranno i poteri della magistratura sarda? I poteri delle prefetture, se mai potranno restare, i poteri delle sovrintendenze ai beni culturali e cosi via, i poteri delle forze dell’ordine e quali e come saranno in uno Stato sardo le forze dell’ordine, i poteri della corte costituzionale, i poteri della giustizia amministrativa, i poteri della corte dei conti? O domande quali: lo Stato sardo resterà comunque nell’euro o farà altre scelte monetarie?”

    vorrei osservare: ma perchè, il vulcanico Psdaz ha già esaminato e delineato sue proposte su tutti questi aspetti? Dove/quando? E comunque credo che possano essere dati contributi interessanti sull’indipendenza senza per forza impegnarsi in enciclopedie del futuribile.

  • Pinna non lesina i toni, mi ritrovo in linea su molti passaggi, queste le osservazioni scritte a Bandinu 2 giorni fa: http://www.sanatzione.eu/2011/01/lettera-a-bachisio-bandinu-sullindipendentismo-attuale-e-sul-caso-irs/

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