Primi appunti sulla nostra rivoluzione

9 agosto 2013 14:230 commentiViews: 15

Premessa
Noi abbiamo come obbiettivo la costruzione e la fondazione dello Stato Sardo. Questo obbiettivo è oggettivamente rivoluzionario (è inutile edulcorare la pillola dicendo il contrario) ma solo a patto che  si accompagni con un programma di governo, diversamente è un obbiettivo banalmente ribellista, sostanzialmente insurrezionale, culturalmente arretrato su posizioni o ottocentesche (la Patria come panacea di tutti i mali, l’elemento etnico e razziale come differenza da difendere dagli altri)  o degli Anni Sessanta (anticolonialismo terzomondista).
Perché la cultura di governo fa la differenza? Perché libera dal difetto di tanto indipendentismo di voler essere e rimanere minoranza. Sembra strano che si voglia rimanere piccoli e marginali, ma se non si ha la capacità culturale e la competenza politica per governare, non si può che mettere in atto una trasformazione della proposta politica (che è essenzialmente un programma di cambiamento della realtà per risolverne le contraddizioni e i problemi in un equilibrio più avanzato) in una proposta para-religiosa, in una sorta di fede giusta per definizione, che si giustifica non per ciò che è ma per la risposta alla domanda di destino personale che propone, e che dunque non ha bisogno di consenso, può rimanere piccola, anzi anche minima, purché pura. Queste minoranze si nutrono dell’etica del sacrificio del rivoluzionario, del mistero della cospirazione, sognano sempre che il popolo si sollevi e le riconosca come avanguardie, ma vivono tutto questo più poeticamente che politicamente, cioè più per rappresentare simboli che per realizzare programmi. È questa natura romantica e letteraria ad aver connotato di velleitarismo certo indipendentismo e ad aver impedito che i ceti produttivi della Sardegna, i più interessati a una diversa organizzazione dei poteri, si avvicinassero e si impegnassero nella costruzione dello Stato, come è avvenuto in Catalogna e in Scozia.
Noi non dobbiamo ripetere questo errore. La nostra nascita è segnata sull’inscindibilità dell’obiettivo (lo Stato) e del programma di Governo necessario per costruirlo ed ha come radicamento sociale proprio i ceti produttivi. Questa serietà comporta l’obbligo di una risposta a una domanda: esistono davvero le condizioni per la nostra pacifica rivoluzione? Faccio la domanda in altro modo: quali condizioni della situazione attuale sono tali da rendere realistica e praticabile la nostra proposta?

Serve una rivoluzione?
Serve una rivoluzione o è sufficiente un riformismo di transizione? Quali costi sociali avrebbe una rivoluzione ed è realmente necessario che li abbia? Queste due domande e le relative risposte sono dirimenti rispetto alla nostra capacità di attirare consenso, perché i sardi  vogliono sì il cambiamento, anche profondo, ma non vogliono né la violenza (che noi aborriamo per principio), né il disordine (che ci fa ugualmente orrore), né l’isolamento dal mondo euro-meditteraneo (che è invece la culla della nostra cultura).
Il riformismo di transizione non è più sufficiente perché non fa evolvere la situazione attuale ma soltanto la conferma: è in sostanza una forma edulcorata di conservazione. Infatti, bisogna riflettere seriamente sul fatto che l’Italia è in una fase di transizione ormai troppo lunga . Essa dura ormai dal 1990, una durata eccezionale durante la quale sono state varate una serie di riforme risultate però incapaci di stabilizzare una nuova fase, am che, viceversa, hanno stabilizzato la precarietà della transizione. Tutte le idee che ancora caratterizzano il dibattito politico emersero a quella altezza cronologica: dalla repubblica presidenziale, all’elezione diretta dei sindaci, al sistema maggiosritario, al limite dei mandati per i parlamentari, alle misure di contenimento del deficit, all’intervento internazionale a protezione del debito pubbico ecc. ecc. Alcune cose sono state realizzate e mantenute, altre realizzate e revocate, altre derubricate dall’agenda politica. Perché questo riformismo tanto inefficace? Perché le contraddizioni sono insanabili, per cui o si procede a una revisone di sistema (ciò che appunto fa una rivoluzione pacifica e democratica) o ogni innovazione parziale invecchia precocemente e viene ricondotta al mantenimento dello status quo.

Quale è la contraddizione insanabile della Sardegna?
Noi tutti abbiamo imparato da Gramsci che non vi è alcuna corrispondenza meccanica tra crisi economiche strutturali e mutamenti politici profondi. Questa lezione di Gramsci è la meno compresa da certa Sinistra sarda, che spesso fa analisi scolastiche e banali, e la più strumentalizzata da un’altra parte della Sinistra, quella che non vuole la trasformazione perché si è rassegnata a non realizzarla, ma evocando la trasformazione giudicata impossibile, comunque conquista la gestione dell’esistente. Come pure da lui abbiamo imparato più che da altri che le lunghe transizioni sono spesso lunghe decomposizioni della società e della rappresentanza sociale, non interpretabili in termini di antagonismo netto tra due posizioni, una conservatrice e l’altra riformista. Occorre dunque un’analisi non schematica dei processi in atto. Serve liberarsi dal conformismo ideologico, per capire meglio i processi politici.
Nessuna rivoluzione è nata solo da una crisi economica. Perché si affermi un profondo cambiamento non violento occorre che entrino in crisi anche gli apparati dello stato. C’è anche il tipo delle rivoluzioni religiose delle primavere arabe che hanno altre motivazioni e di cui, per un aspetto particolare, parlerò dopo.
Il problema centrale della Sardegna è che a fronte di mille crisi economiche non si è mai registrata una profonda crisi degli apparati dello Stato.
Perché?
Perché gli apparati dello Stato in Sardegna, come altrove, sono composti dal ceto medio sardo. Gli apparati non sono una sovrastruttura di dominio in Sardegna, o, almeno, non sono avvertiti come tali. Gli apparati dello Stato sono avvertiti come ossatura del benessere sociale, come garanzia del futuro e dell’ordine.
Gli apparati dello Stato (cioè l’insieme complesso delle amministrazioni pubbliche) necessitano di due cose: o un’economia florida che finanzi costantemente l’ampliamento e  i costi crescenti della Pubblica Amministrazione o uno Stato che utilizzi per i suoi costi il deficit di bilancio.
L’Italia non può più ampliare il suo deficit perché sta utilizzando i titoli di stato per rifinanziare continuamente il debito pregresso; in sostanza fa fatica a non far crescere il deficit ma lo finanzia comunque in deficit.
La Sardegna ha un bilancio bloccato, anche se lo potesse utilizzare completamente (cosa che non può fare per effetto del Patto di stabilità). Infatti, le spese fisse sono circa 2,5 miliardi e le spese di sanità, assistenza e welfare si attestano sui 4,4 miliardi di euro: in pratica è bloccato l’intero ammontare delel entrate, cioè 6,9 milairdi di euro. Il patto di stabilità sta acuendo questa situazione, mettendo in competizione l’erogazione delle risorse per la gestione con quelle (poche) per gli investimenti, le famiglie e le imprese. A ciò si aggiunga una riduzione delle entrate, soprattutto del gettito Iva , dovuto alla crisi, e la minaccia incombente della crisi Saras che se dovesse chiudere produrrebbe un contraccolpo sulle casse regionali di circa 600 milioni di euro.
Che cosa significa tutto questo? Significa che oggi l’Italia non può finanziare la Sardegna, anzi, è nelle condizioni di sottrare anche le risorse che le deve; inoltre il prelievo fiscale sardo non può più garantire la redistribuzione della ricchezza o l’ampliamento delle opportunità dei cittadini; garantisce solo ciò che già è garantito e  non è sufficiente neanche per questo scopo minimo. Le imposte locali sono destinate a salire. Per la prima volta lo Stato italiano sta generando un diffuso scetticismo intorno alla sua tenuta e per la prima volta è diffusa in tutta la Repubblica la convinzione che non si tratta più di dar corso alla tale riforma o a tal’altra, bensì a un cambiamento strutturale dello Stato.
Il ceto medio sardo, da naturalmente conservatore sta diventando riformista radicale per necessità. Spingono in questa direzione due fattori: la fortissima e diffusissima convinzione tra i giovani che non vi sia futuro per loro in Sardegna; la mole degli investimenti delle famiglie in formazione per i figli, volti tutti a garantire loro un accesso positivo al mondo del lavoro esterno all’Isola. Insomma, la fine delle politiche statali in deficit ha trasferito il deficit sui bilanci familiari, intaccando risparmi e fiducia.
Tutti ritengono che l’immobilismo produca ormai una crisi della ricchezza disponibile, un impoverimento progressivo, pubblico e privato.
Se questi ceti, socialmente maggioritari, sono su queste posizioni, altrettanto può dirsi dei ceti produttivi, cioè di quei ceti che producono valore e non lo consumano. Il tessuto delle imprese sarde addebita al reticolo burocratico, alle incertezze di conduzione delle istituzioni, alla confusione politica, al permanere delle aree di privilegio oligopolistico, un intacco costante della ricchezza prodotta. Chi produce e trasferisce valore oggi sostiene fortemente la necessità di passare dalla politica del consumare alal politica del fare. Oggi le aziende si interessano di politica perché interessate a non perdere ricchezza e capiscono che la stagnazione è l’anticamenra della loro rovina. Oggi l’impresa registra l’urgenza di un cambiamento radicale più e prima del mondo politico.
Quindi, la contraddizione insanabile è tra spesa pubblica e sicurezza sociale ed è una contraddizione suscettibile di innescare una rivoluzione civile. La rivoluzione è ritenuta utile e necessaria e non è il vessilo dei ceti marginali ma la bandiera dei ceti produttivi e di quelli intermedi. Il perno della rivoluzione è una maggiore libertà delle persone rispetto agli apparati, una diversa efficienza degli apparati, l’utilizzo di tutto il potere disponibile (non per parti mutilate come avviene adesso) perché è interamente necessario a raggiungere gli obiettivi di libertà e benessere, una diversa politica e gestione del gettito fiscale. Fare uno Stato significa usare interamente tutto il potere fondato sul consenso della società a cui si appartiene e orientarlo verso un punto più avanzato di civiltà. Governare per delega, come avviene negli istituti autonomistici, significa rinunciare a una parte del potere disponibile e affidarne la gestione a soggetti con interessi concorrenti: non è più possibile consentire a questa impostazione. Non è vero che la Sardegna è una Nazione abortita o fallita; è più una Nazione smarrita perché tradita dai suoi dirigenti che non hanno mai avuto il coraggio di assumersi la responsabilità della storia; hanno sempre preferito essere delegati a fare qualcosa, rivendicare qualcosa, piuttosto che compiere ciò che era sotto i loro occhi, cioè dar compimento e responsabilità alla Sardegna in Europa.

Quali costi sociali avrebbe una rivoluzione ed è realmente necessario che li abbia?
Questa è sostanzialmente la domanda che ci pongono quanti ci considerano eversivi rispetto alla Costituzione italiana. È una domanda giusta. Una rivoluzione è una cosa seria che non può essere evocata con leggerezza. Noi pensiamo che i costi sociali di questa rivoluzione siano nulli se il programma rivoluzionario cerca il consenso secondo le forme democratiche e legali previste dall’ordinamento. In una parola: non ci sono costi se un partito rivoluzionario chiede ed ottiene il consenso sul suo programma. Se si dice di voler costruire lo Stato sardo pacificamente, l’unico modo per farlo è iscrivere l’obiettivo in una strategia di governo, accettando fasi intermedie di incubazione durante le quali si tenta dis cardinare l’aspetto opportunistico del bipolarismo italico. L’esempio scozzese, in ultimo, è in questos enso confortante: oggi, in Europa, uno stato può nascere senza costi né finanziari né umani.

Le rivoluzioni religiose e la coscienza nazionale dei sardi
Le rivoluzioni arabe, con tutte le loro contraddizioni e infiltrazioni, sono dovute a un mix di fattori, ma certamente i fattori dominanti sono culturali. Essi attengono alal visione dell’uomo e del cittadino, alle libertà fondamentali, al rapporto tra politica e religione, al confronto con la globalizzazione e con le culture occidentali. Esse comqunque insegnano che una forte motivazione è indipsensabile a un processo di cambiamento profondo e che tale motivazione è spesso superiore a qualsiasi necessità o bisogno.
Quanto è diffusa la coscienza tra i sardi dell’esistenza di un futuro migliore a patto che  i sardi stessi decidano di assumersi direttamente la responsabilità della creazione e della gestione del loro Stato? Quanto è diffusa la coscienza critica della storia dei sardi come storia di una fuga dalla responsabilità, fatte le opportune eccezioni? Quanto è diffusa la consapevolezza che l’Autonomia è stata l’anestetico della responsabilità ed invece doveva esserne l’incubatrice?
Noi abbiamo bisogno del tempo necessario per radicare una nuova coscienza, ma abbiamo dalla nostra il fatto che nel ceto medio sardo si è acceso l’interesse a capire questi discorsi. Si registra il bisogno di possedere una coscienza nazionale sarda, cioè una visione chiara della costruzione dello Stato, dei suoi presupposti e della sua oganizzazione. È la lingua il cuore di questa coscienza? Gli irlandesi hanno fatto la loro rivoluzione in Inglese; gli scozzesi non parlano gaelico ma inglese. Noi parliamo ancora sardo. Si può usare la lingua come strumento di lotta politica, cioè come strumento di formazione della coscienza nazionale? In larga misura, molti intellettuali sardi della sinistra eterodossa usarono l’opzione linguistica per opporsi all’omologazione internazionalista della sinistra ortodossa. Tuttavia, molta della ricerca e della militanza sociolinguistica della Sardegna attuale non accetta, e giustamente, una strumentalizzazione della questione linguistica e chiede una sua istituzionalizzazione, cioè chiede che si faccia della questione linguistica una questione di Stato. Questo per noi è importantissimo perché lega una questione rilevante ma parziale a una visione generale della società, della libertà e del potere, insomma iscrive il tema linguistico dentro il cuore della coscienza nazionale, che è sempre e solo una visione chiara di un nuovo Stato. Coscienza nazionale è coscienza di un nuovo Stato e del dovere di realizzarlo. La diffusione di questo senso del dovere è indispensabile per formare su nuove basi il ceto produttivo sardo deluso dal bipolarismo italiano. Dobbiamo lavorarci.

 

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