Per una nuova politica linguistica in Sardegna

24 aprile 2011 09:2030 commentiViews: 216

107Pubblico un articolo, a mio avviso importante, di Giovanni Lupinu sulla politica linguistica in Sardegna. Lo condivido, soprattutto rispetto all’emancipazione da vecchie categorie storiografiche (resistenziale sarda e altre menate…), assolutamente infondate, come ho dimostrato anch’io in Medioevo latino e volgare in Sardegna. Lo condivido rispetto all’appello per una revisione delle scelte politiche fondate non sulla realtà dei fatti, ma sugli auspici ideologicamente connotati di una minoranza di lingua-invasati. Lo condivido per il richiamo agli accademici a non prestarsi alle mode: ce n’è veramente abbastanza di linguisti improvvisati che scoprono etimologie a sentimento e parentele con la lingua degli abitanti di Atlantide, di Sodoma e Gomorra, dei nipoti di Ulisse e dei cugini di Iolao, dei parenti di Davide e del custode delle miniere di re Salomone. Sta tornando in voga, nell’età delle patacche televisive, la generazione dei patacconi: siamo sommersi da libri di esperti domestici di filologia semitica, di editori di testi nuragici, di rimasticatori dei libri altrui, di gente che ancora oggi cita Carta Raspi e sodali. Ma lo condivido anche rispetto alla denuncia dell’acquiescenza, di una parte degli intellettuali sardi, alla moda dell’arcaismo, dell’inrozzamento demo-nazional-linguistico, che è esattamente il modo migliore per far sopravvivere un’estetica della dipendenza, nella quale la presunta contestazione del colonialismo italiano (di cui Gramsci riderebbe a crepapelle per la debolezza ideologica che la caratterizza), assolutamente inutile e consapevolmante praticata per non portar effetto pratico ma solo consenso politico, si accompagna con l’ansia di inserimento nei salotti chic di chi legge i giornali indignazionisti italiani (che si contrappongono, per potere e non per cultura, al fascismo dei giornali del Priapo) per sapere che cosa pensare. Cioè quegli stessi giornali che aborriscono come pensiero provinciale ogni ragionamento sulla sovranità della Sardegna; quegli stessi giornali che con Bassanini hanno preferito il cosiddetto federalismo devolutivo (bocciato dagli italiani nel 2005 ma attuato da Bossi) al federalismo associativo; quegli stessi giornali ancora affascinati dalle ideologie ottocentesche delle avanguardie che guidano il popolo bue, ossia quei giornali che temono, anziché promuoverle, le libertà e i diritti individuali. Insomma, Lupinu ci fa pensare.

30 Commenti

  • Sarò parzialmente fuori tema anchio, ma considerando che si parla di lingua, università e pure Europa, segnalo quanto succede a 15 minuti di traghetto dalla Sardegna: http://www.sanatzione.eu/2011/05/universita-corsa-espone-allo-stato-linea-identitaria-autonomista-quella-sarda-bigottismo-economicista/

    Bene il convegno del PSD’AZ, con i restanti partiti nazionalisti europei (dell’ALE) ed è bene rimanere in costante contatto e che ci siano altre occasioni per lo scambio di opinioni e valutazioni. Cosa che in Sardegna non succede spesso o solo superficialmente (con partecipazioni di cortesia più che di dibattito). I temi in scaletta erano validi.

  • @Franca: ligi-ti custu: http://bolognesu.wordpress.com/2011/04/21/chi-deve-insegnare-il-sardo/
    Mi parit ca custu chi emu giai scritu torrat sceda a tui, a Michele Pinna, a Paolo Maninchedda e a Giovanni Lupinu, po su chi pertocat is cosas aundi fait a essi de acordiu cun issus.

  • Sono una docente di ruolo ed insegno Materie Letterarie in un Scuola Media della Sardegna. In tutta la mia carriera scolastica ho sempre dedicato alcune ore settimanali all’insegnamento della lingua Sarda nella varietà locale e alla Storia e Tradizioni Popolari della Sardegna. L’insegnamento di queste materie extracurricolari si è svolto in una situazione di confine coll’illegalità tanto che negli anni settanta fui persino “schedata” dalla Prefettura di Nuoro proprio perché uscivo dai binari della programmazione Ufficiale dello Stato Italiano (che democrazia ragazzi!). Tra qualche mese andrò in pensione per aver maturato quaranta anni di insegnamento. Prima di lasciare il mondo della scuola speravo di insegnare Lingua e Cultura Sarda, almeno negli ultimi anni, in una situazione di piena legalità. Speravo che si passasse finalmente dalle parole ai fatti e che l’attuale maggioranza che governa la Regione attuasse ciò che l’allora candidato Presidente della Regione aveva sottoscritto col Partito Sardo d’Azione, anche a nome degli altri alleati della coalizione, per poter costituire una alleanza tecnica. Uno dei punti programmatici proposti dal Partito e sottoscritti da Cappellacci era formulato più o meno così: INSEGNAMENTO CURRICOLARE DELLA LINGUA SARDA IN TUTTE LE SCUOLE DELLA SARDEGNA DI OGNI ORDINE E GRADO.
    Devo dolorosamente constatare che sul problema dell’ insegnamento curricolare della Lingua Sarda gli intellettuali ma soprattutto i Politici hanno la necessità di continuare a protrarre la discussione senza andare oltre le parole cioè senza passare ai fatti. E’ quindi inevitabile pensare che non esiste la volontà politica di onorare i patti stipulati col Partito Sardo d’Azione né si vede lo stimolo da parte degli eletti del Partito affinché questo problema venga affrontato dalla Giunta. Guardando dall’esterno sembra che il problema della Lingua Sarda venga considerato secondario e che non interressi proprio a nessuno, sardisti compresi.

  • Giovanni Lupinu

    @ Mongili
    Rispondo in sintesi, per punti, in questo rinnovato clima del dialogo. Premetto anche che può guardare l’ultimo post di Maninchedda, che, col mio saluto finale, ho inteso sottoscrivere (magari qualcuno, non lei, non lo aveva capito).
    1) Evidentemente, a priori non era possibile conoscere i dati che sarebbero emersi dalla ricerca sociolinguistica: per questo motivo, il committente politico, a mio avviso, avrebbe almeno dovuto attenderne la conclusione e valutarne l’utilità nei termini inizialmente previsti da esso committente (eccoli i termini, brutalmente riassunti: “inseriamo nel questionario alcune domande molto specifiche e finalizzate, in questo modo un domani sarà possibile motivare le decisioni assunte anche sulla base delle risposte ottenute”). Sin dalla sua progettazione (io era presente alle riunioni in Regione), la ricerca sociolinguistica nasceva per tracciare un quadro ampio della situazione sociolinguistica della Sardegna, in una chiara e identificabile prospettiva operativa.
    Detto questo: sì, io penso che le risposte alle domande 148-150, lette nel contesto di tutta la ricerca e pur con tutte le cautele del caso, offrissero e offrano utili elementi di giudizio, sia a fini puramente conoscitivi, sia per orientare un’azione di politica linguistica non meramente dirigistica (le sembrerà strano: i linguisti che si occupano di pianificazione linguistica esprimono anche questo tipo di valutazioni. Rimando all’articolo di Toso citato in bibliografia). Se ne può discutere, certo: ma secondo me questi elementi ci sono, altroché.
    Preciso anche che la pianificazione linguistica, come disciplina linguistica, solitamente prevede che, all’inizio di un percorso di interventi, si attui una ricerca sociolinguistica al fine di conoscere a fondo la situazione nella quale e sulla quale si intende intervenire.
    2) Intendevo anche dire – ma non l’ho detto solo io – che l’adozione, nell’aprile 2006, della LSC è stata intempestiva e può avere influenzato le risposte degli intervistati. Noi domandavamo agli intervistati se fossero favorevoli a una soluzione unitarista, mentre questa soluzione era adottata negli stessi giorni dalla RAS (ricordo che alcuni intervistatori mi riferirono che qualche intervistato aveva fatto riferimento esplicito a questa circostanza).
    3) È vero e ovvio: il potere politico decide autonomamente. Tuttavia: si aveva affiancato, di sua iniziativa, una commissione tecnico-scientifica, anche per mostrare all’opinione pubblica un certo metodo decisionale (non dimentichiamo la particolarità della materia) e la volontà di procedere in un certo modo. A cose fatte, si è anche cercato di coinvolgere la commissione (tutta) nella responsabilità della selezione della LSC: io mi sono smarcato (e non credo di esser stato l’unico), perché solo la parte iniziale del percorso (sino a novembre 2005, se ben ricordo) è stata da me condivisa.
    Circa chiusure e aperture: se vuole continuare il dibattito, può venirmi a trovare qui a Sassari e discutere con spirito costruttivo, la mia porta è sempre aperta. La saluto e mi congedo, perché nuovi impegni mi distraggono.

  • Alessandro Mongili

    Gentile Giovanni Lupinu, lei dice:

    “Per es., Mongili dice di non capire “il legame fra l’approvazione dello standard LSC, che ricade nella responsabilità politica, e gli esiti della survey, che hanno solo un valore conoscitivo”. Ma è così difficile da capire, o si vogliono mescolare le carte? La ricerca sociolinguistica è stata COMMISSIONATA e PAGATA dall’amministrazione regionale proprio per poter contare su quegli elementi di conoscenza ritenuti necessari per orientare efficacemente la propria azione.”

    Infatti non avevo capito, probabilmente è un mio limite, credevo che lei intendesse dire che l’approvazione dello standard potesse influenzare le risposte degli intervistati. Al contrario, la sua attenzione era concentrata sul “commissionata e pagata”. Mi domando se lei ritiene che in quel questionario vi fossero risposte chiare relative a una possibile politica linguistica. A mio parere il carattere descrittivo prevaleva moltissimo e le risposte su una politica di standardizzazione linguistica non potevano che essere molto vaghe, in quanto quella fase non era stata ancora avviata.

    Lei poi dice:

    “Che cosa c’entrano le “variabili sociologiche” col fatto che prima si decide di agire solo a condizione di acquisire determinati elementi di conoscenza del quadro sociolinguistico della Sardegna (elementi considerati fondamentali e legittimanti rispetto a ogni intervento politico), e poi se ne fa bellamente a meno? Solo a me pare una cosa assurda che unicamente un atto di fede può portare a giustificare?”

    Qui, ammetto, la seguo poco nel suo ragionamento. Mi sembra che ci sia un equivoco di fondo. Gli studiosi non sono né devono fornire il fondamento, la legittimazione ai politici, che agiscono in base alla loro responsabilità e al consenso che ottengono. Mica siamo nella Repubblica di Platone!

    In ogni caso, siccome lei è un collega, la invito ad accettare il dibattito e a smentire con un comportamento meno difensivo il mio pregiudizio sulla chiusura dell’accademia sarda, piuttosto che a confermarlo come ha appena fatto.

  • Giagu Ledda

    Su chi mantenet reas e ligadas a pare meda opiniones a propòsitu de su sardu e de s’impreu pùblicu suo, amministrativu o acadèmicu chi siat, est sa negatzione cussiente o nono de s’istandardizatzione, normativizatzione e impreu faeddadu e iscritu de sa limba nostra a totu sos livellos,negatzione caratzada de libertade pessonale in s’impreu de su còditze linguìsticu o de sas matessi règulas grammaticales. Est curiosu chi custa allergia mai siat essida a pìgiu e manifestada rispetu a àteras limbas. Sas acabadoras esistint, ello nono.

  • Per Davide Corda vorrei puntualizzare e sottolineare ancora una volta quello che scrive Giovanni Lupinu:

    “C’è poi chi – confondendo, perché ignorante, fra un corso universitario di glottologia e linguistica della Sardegna (quello che tengo io), che non ha certo lo scopo di insegnare il sardo, e uno di Lingua sarda o un lettorato di sardo, che avrebbe, questo sì, lo scopo di insegnare il sardo”

    Allora ricapitolando: chi all’università tiene un corso di linguistica (sarda, araba, italiana, cinese ecc.) usa la lingua che preferisce, chi invece tiene un corso di lingua (sarda, araba, italiana, cinese ecc.) usa una di quelle lingue che non deve essere la LSC ma quella che vuole lui, cumprèndiu as Davide?

    Ad esempio, io da anni insegno sardo all’università Stoccarda e di Zurigo e con i miei studenti utilizzo il sardo che voglio, non certo la LSC, ma chi vuole la usi pure. Preferisco mille volte scrivere con le doppie: fatte (non fatu), appeddu (non apeddu), laccu (non lacu) ecc. Se vuoi saperne di più procurati questa pubblicazione:

    http://www.reise-know-how.de/sardisch-wort-fuer-wort-download-p-3633.html

    Non voglio prendere le difese di Lupinu ma mi sembra un po’ offensivo e maleducato scrivere che Giovanni Lupinu conosca/insegni solo quello che ha scritto Max Leopold Wagner sul sardo.

  • La Lingua Sarda, salvo errore non essendo un “addetto”, è una lingua neo-latina ed allora questa la risposta all’excursus, in specie finanziario, di Mario Pudhu: EXCUSATIO NON PETITA ACCUSATIO MANIFESTA!
    A passare die bona.

  • Giovanni Lupinu

    Una risposta al signor Corda la devo, se non altro perché col suo pensiero, pur così confusamente articolato, permette di toccare con mano cosa sia una minoranza di lingua-invasati, per citare Maninchedda.
    C’è infatti chi reclama, giustamente, il diritto di usare la propria lingua materna in tutte le situazioni, come un diritto inalienabile della persona. E questo sta bene, anzi è sacrosanto.
    C’è poi chi – confondendo, perché ignorante, fra un corso universitario di glottologia e linguistica della Sardegna (quello che tengo io), che non ha certo lo scopo di insegnare il sardo, e uno di Lingua sarda o un lettorato di sardo, che avrebbe, questo sì, lo scopo di insegnare il sardo – pretende invece di dire agli altri quando e dove devono usare il sardo, e magari anche quale sardo: siamo al dirigismo linguistico, e non ci si rende neppure conto quanto si è fascisti, oltreché ridicoli, a enunciare certi concetti.
    Mettiamola così: laddove non esista per me un obbligo professionale o un’opportunità istituzionale (che, se Corda permette, discuto e concordo col mio preside), siamo nella sfera della mia libertà personale, decido io se usare l’italiano, il sardo, il sassarese, l’ungherese o il tibetano. In altre parole, sarò io, come parlante libero, a valutare la situazione e a valutare quale codice usare. Senza aspettare il consiglio di Grillo parlante Corda.
    Un’ultima cosa, infine: perché il sardo e non il sassarese, visto che io insegno a Sassari? Non è che questo dirigismo linguistico rende anche un po’ strabici?

  • Mario Pudhu

    Pro Nino. Si in cussa definitzione «addetti ai lavori» as pessadu de che tzacare a mie puru (ma pesso chi mancu mi connoscas, ca de Carneades bi ndhe at sempre calicunu) immàzino chi suponzas meda ma no iscas totu e menzus tias fàghere a mi che bogare dae sa lista. Ca ti poto nàrrere carchi cosighedha chi mi pertocat. Primu. In totu sa ‘carriera’ mia de docente apo fatu (ma za mi so cundennadu deo etotu) sempre su maleducadu ca siat in sos Cossizos de Classe, siat in sos Collégios de sos Docentes, e cun totu su personale, apo sempre e solu faedhadu sa limba nostra pro nàrrere totu su chi apo pessadu de deper nàrrere. E gai fintzas candho apo fatu s’assessore (comunale). Za ndh’apo fatu pagu de ‘bella figura’ a faedhare in sardu! ‘Balanzu’ seguru e mannu ndhe apo tentu: “maleducato!” (no gai in tzilleri, ca pagu bi afilo, e ne bodhetendhe tra amigos “in privato”). Segundhu. Apo fatu unu ditzionàriu chi, a parte tréighi annos de triballu cun su culu atacadu a sa cadrea e a ogros a su ‘monitor’, si podet nàrrere chi l’apo finantziadu cun dinari chi apo leadu a sa famíllia mia e totu essidu de s’istipéndhiu meu, a contu de milliones (candho deo puru ndhe tenia) ca solu de médios informàticos no ndhe apo ispesu prus pagu de unos 25 (vinti chimbe) e no prus pagu de 9 (noe) milliones solu in líbberos, e totu cun d-una promissa chi apo fatu a Mario Pudhu: de no bi deper balanzare mancu tzentésimu! Est abberu chi de candho apo pubbricadu su ditzionàriu apo fatu cursos de limba sarda (medas, sempre e solu in sardu, e no in italianu!) chi mi ant fatu balanzare carchi sodhu (e ndhe fato pagados bene – su labboratóriu in s’Universidade – ma ndhe apo fatu pagados pagu e fintzas a gratis), ma gràssias a Deus za mi costat in triballu.
    In cantu a su «pane-pane-pane» chi serbit a sos Sardos, mancu male chi ti ndhe ses abbizadu chi semus a custu puntu, ma fossis ses cumbintu chi pro ndhe tènnere andhat bene e menzus a èssere zente chi no ischit mancu inue zughet sos pes e ne chie est o aite bi est in su mundhu, e mancari a èssere fintzas a limba a préstidu. Su dinari za intzegat a medas (chi mancari promitint pane e fintzas “circenses”), ma deo, totu su prus, sas cummédias las lezo, ca bi agato sa limba chi sa zente faedhat, e su pane meu menzus mi lu triballo fintzas si no est meda sa resa. In prus, ti poto assigurare chi de dinari no ndhe mànigat mancu su cane: su chi bi cheret est a l’ispèndhere bene. E pro sa limba sarda no mi paret chi siat a lu ispendher male mancu si fit istadu meda, bastu chi siat pro cosas de zudu e no pro pistare abba.

  • Davide Corda

    @ l’ avvocato difensore Cossu: obiezione respinta, mi dispiace. Probabilmente per lei sarà difficile anche solo da immaginare, ma esiste ancora chi si interessa di lingua sarda senza farlo a gettone. In ogni caso non vedo cosa c’entri col discorso, mi sembra piuttosto una triste e poco riuscita riedizione del metodo Boffo.
    Resto comunque in attesa di sapere quali siano le strabilianti innovazioni rispetto al Wagner del Prof Lupinu…la sola innovazione che mi attendo da lui è l’ introduzione nelle sue lezioni della veicolarità della lingua sarda, giusto per verificare il grado di competenza nella materia: una persona che ricopre quel ruolo in quanto profondo conoscitore della storia delle parole della lingua sarda non dovrebbe avere alcuna difficoltà nel metterle insieme elaborando un discorso di senso compiuto. Pensi che mia nonna ha la terza elementare e ci riesce senza avere la più pallida idea di quale possa essere la loro storia!

    @ su Prof Lupinu: in parte de istare chirchende MIT o Department of Linguistic & Philosophy nara·nos comente est chi a bisu tuo diat cherrer fata sa polìtica linguìstica sarda. No est chi podimus abbarrare oras e oras chirca-chirca in s’ artìculu tuo chena nde bogare pees.
    Tiu Miale Pinna l’ at fatu, como est a tie chi tocat, ajò chi semus inganidos!

  • A leggere le “riflessioni” degli addetti ai lavori di lingua si ha la sensazione di assistere ad una rappresentazione teatrale dove il messaggio passa in secondo piano rispetto al cachet (stanziati finora 10+19=29 milioni di euro). Difronte a torte siffatte e per favorire che finita una se ne appronti un’altra,val bene la recita.
    Ho l’impressione che la lingua sia una vacca da mungere e non uno strumento utile a: bla-bla-bla.
    E nel frattempo la gente di Sardegna chiede pane-pane-pane!

  • Piero Atzori

    Caro Maninchedda, una piccola premessa: ciò che vedo emergere dal suo intervento è in qualche modo riducibile all’insufficienza e all’inadeguatezza del nostro sistema universitario. Credo cioè che il numero dei patacconi e degli improvvisatori di cui lei scrive sia direttamente proporzionale all’assenza dell’Università. Anzi, c’è da pensare che non di Università si tratti, data l’autoreferenzialità che la caratterizza, soprattutto nelle facoltà giuridiche e umanistiche. Questo mi pare di poter dire a prescindere dal valore di singoli ricercatori, associati, professori.
    Ciò premesso, approntare una politica linguistica, anche difettosa, per affermare la dignità della nostra lingua sarda è ormai divenuto improcrastinabile. Questo dico ben cosciente che la più grossa pecca del primo sardismo è stata quella di partire dall’idea che parlare sardo fosse da passatisti e che la Sardegna fosse una nazione mancata, abortiva.

  • Giovanni Lupinu

    Il post di Mongili pare scritto da un accademico del MIT, inserito nel mitico Department of Linguistics & Philosophy, che dà una lezioncina a chi opera nel “ristretto mondo accademico sardo” dall’alto della propria riconosciuta autorevolezza planetaria. Forse sarebbe il caso di argomentare e basta, magari con passione, evitando di lasciare debordare la psiche e i suoi fantasmi e di lanciare anatemi sprezzanti: o è chiedere troppo?
    Da un simile pulpito, per la verità, avrei atteso un maggiore sforzo di comprensione del mio articoletto di studioso di campagna (per il noto ricercatore, infatti, è “incomprensibile”): non perché si debba condividere quello che scrivo, ma perché si eviti di mettermi in bocca affermazioni generiche che non ho neppure pensato e di ignorare o girare intorno alle cose fondamentali di cui parlo. Inoltre, vedo ancora una volta che laddove non si riescono a combattere i fatti, li si declassano a opinioni: potenza della militanza!
    Per es., Mongili dice di non capire “il legame fra l’approvazione dello standard LSC, che ricade nella responsabilità politica, e gli esiti della survey, che hanno solo un valore conoscitivo”. Ma è così difficile da capire, o si vogliono mescolare le carte? La ricerca sociolinguistica è stata COMMISSIONATA e PAGATA dall’amministrazione regionale proprio per poter contare su quegli elementi di conoscenza ritenuti necessari per orientare efficacemente la propria azione. Che cosa c’entrano le “variabili sociologiche” col fatto che prima si decide di agire solo a condizione di acquisire determinati elementi di conoscenza del quadro sociolinguistico della Sardegna (elementi considerati fondamentali e legittimanti rispetto a ogni intervento politico), e poi se ne fa bellamente a meno? Solo a me pare una cosa assurda che unicamente un atto di fede può portare a giustificare?
    È poi così sicuro Mongili che simili prassi siano state seguite (con risultati positivi) dove sono stati attuati interventi legislativi a favore delle minoranze linguistiche, o questo fa parte della sua personalissima idea di una “politica linguistica moderna, laica e creativa”? Di questa creatività, che io chiamo cattiva, saccente e arrogante improvvisazione, penso si possa tranquillamente fare a meno.
    Sulle interpretazioni dei dati messi a disposizione dalla ricerca sociolinguistica: Mongili dissente. Padronissimo di farlo, me ne farò una ragione, anche della sua disistima: io penso invece, per le ragioni che credo di aver esposto e argomentato, che la ricerca sociolinguistica sia un ottimo punto di partenza per politiche linguistiche in Sardegna che siano fruttuose, ciò che serve e che sta a cuore a tutti. Se si avrà la disponibilità a fare un passo indietro, a mettere in discussione le decisioni di una certa parte politica – anche se è doloroso per i militanti di quella parte, me ne rendo ben conto – allora si potranno fare scelte condivise e non ideologiche. Con buona pace di Mongili e del MIT.

  • Giacuminu Ledda

    Totu sos interventos de inoghe subra, francu su de Mario Puddu, sunt sa dimustratzione, in sa forma in sa cuale sunt iscritos e non pro sos argumentos tratados, chi esistit una limba superiore e un’àtera inferiore; una limba cun sa cuale si podent esprìmere cuntzetos chi in sa segunda non si podent ispricare. Si sighimus iscriende, in una limba furistera, de sa limba nostra, rapresentamus sa dimustratzione prus crara chi b’at argumentos chi su sardu, pessone, non podet relatare si no sunt iscritos in italianu. Su peus però est chi mancu los podet pensare in sardu.

  • Mario A. Sanna

    Soe cuntentu meda de custu artìculu de s’On. Maninchedda, su cale at bogadu a pitzu a manera dereta una problemàtica de importu mannu in s’ambitu de sa polìtica linguìstica sarda.
    Lu naro comente abitante de sa regione de su Marghine e comente Operadore de su Comune de Macumere. Ben’apida sa noa de unu polìticu cumpetente chi chistionat de propostas pro una politica linguìstica noa.
    Chèrio torrare gràtzias a su Prof. Micheli Pinna pro àere mentovadu su traballu “cuadu” de sos Operadores, su nessi de cussos, chi in custos annos ant traballadu, cun cussèntzia cun professionalidade e passione manna, fàghinde carchi borta puru prus volontariadu de badas chi traballu pagadu.
    Nadu custu soe in accordu cun s’On. Maninchedda, chi at iscrittu chi in Sardigna semus totus linguistas, istoricos, antropologos, etz.: dae sa nàschida de sa Lege 482/99, est istadu fatu trettu meda insu camninu pedrosu pro arribare a su bilinguismu perfetu; unu trettu meda prus mannu b’at de fàghere galu,; ma custu no tzertu pro culpa de sos accademicos, de sos politicos e de sos operadores!! Bi sunt istados e s’agatant galu entulzos meda
    Su problema prus mannu, est chi in custos annos est mancada una politica in sos mèdios: sa televisione digitale nos dat sa possibilitade de bidere 400 canales…..non s’agatat unu canale, unu programma fatu totu in sardu!
    Sos Giornales chi essint onni die, faghent onni tantu carchi pagina in sardu, ma no podet bastare custu pro fàghere polìtica linguìstica! Su sardu at bisongiu àere unu logu mannu in sos mèdios de comunicatzione!
    In sas Iscolas pro annos sunt istados fatos progetos in subra de sos ballos, sos contos e sos dìcios, ma sunt istados pagos cussos de alfabetitzazione a su sardu.
    In sas Universidades sardas ant faeddadu meda de sa limba sarda, ma l’ant fatu petzi in italìanu e custu puru, no andat bene, ca su bilinguismu depet permìtere a sos pitzinnos (e a sos mannos puru) de iscrìere, letzere e faeddare in sardu (ma puru in italìanu e in inglesu).
    Sa proposta mea est cussa de invitare s’On. Maninchedda a no lassare a banda sa chistione de sa limba in sos puntos prus importantes de su programma de su guvernu regionale: sa LSC e sa Chirca Sòtziu Linguìstica depent a èssere unu logu dae su cale podet a tucare una polìtica linguìstica noa, lassende a de segus totus sas polemicas e sa chistiones chi no ant dadu frùtora fintzas a como.
    In custu dibàttidu bos setzis irmentigados de mentovare puru su Progetu Atlante Toponomasticu Sardu, chi at fatu deliberare sos Comunes e bogare a pitzu sos numenes sardos de biddas, a pustis de annos meda dae cando l’aiant tramudadu in italìanu.
    Zertu pro sighire e fàghere una polìtica linguìstica forte, bi cheret una Lege Regionale chi permitat de co-finantziare cun dinare sas atividades e sos sos Isportellos Provintziales e/o su nessi Subracomunales finantziados fintzas a como solu dae sa Lege 482/99 chi però est dande semper prus pagu dinari a sa comunidade linguìstica sarda. Cantu est longu e in pigada su caminu pro su recùperu de su sardu!

  • Michele Pinna

    Che nel blog di Paolo Maninchedda si sia aperta una discussione sulla politica linguistica in Sardegna lo trovo oltre modo utile e stimolante, considerato che nei giornali isolani, quando lo hanno fatto e quando lo fanno, l’unico obiettivo è quello di far emergere le criticità della questione anzichè le positività, così che spesso la questione linguistica appare, spesso, più nelle sue cadute folcloristiche e nei suoi risvolti pre e post linguistici molti dei quali sono superati dalla scienza oltre che dalla politica (perchè non dimentichiamoci che le questioni linguistiche oltre che scientifiche e glottologiche sono soprattutto politiche). Non vorrei che anche questo dibattito sfociasse in discussioni inutili, sterili e di difesa(ciascuno per ciò di cui si è convinto) delle proprie posizioni ad oltranza. Credo che spetti a noi (e quando dico noi penso agli uomini liberi, a coloro che in questa battaglia vi credono con onestà e disponibilità, a coloro che pongono il problema linguistico non solo come problema tecnico ma come problema che procede parallelamente con la battaglia per l’indipendenza della Sardegna e per la costruzione di uno Stato sovrano, moderno, aperto al mondo, in grado di governare non solo la storia dei sardi ma anche il loro presente e il loro fututo) responsabilmente, far emergere il valore e, soprattuto, il significato dell’impegno per la valorizzazione la tutela, la promozione e l’uso della nostra lingua.
    L’articolo del professor Lupinu, da cui questo dibattito prende le mosse, è ineccepibile. Così come sono indiscutibili i dati e i risultati della ricerca sociolinguistica da lui esposti. Io che mi considero un sardofono che parla, scrive e utilizza il sardo (e non mi si chieda quale sardo perchè se qualcuno me lo chiedesse gli risponderei che la domanda è vecchia e superata) e che non ha difficoltà a scrivere o a parlare in pubblico e in privato in sardo, quando lo desidera e quando lo ritiene utile per comunicare, ritengo che per tutti i sardi che hanno questa consapevolezza non esistano problemi di sorta. Di nessun tipo; e quando dico nessuno vuo dire nessuno. Chi si sente signore della propria lingua e dei propri pensieri, che esprime in essa lingua, credo che problemi non ne abbia proprio e non possa averne.
    Problemi si pongono, invece, quando l’acqua si rende necessario spingerla in salita. Ed è di questo che vogliamo discutere.
    I) A fronte di una progressiva erosione delle competenze e dell’uso del sardo, specie tra i giovani, cosa intendiamo fare? Riteniamo che si renda opportuno praticare una politica linguistica per l’inserimento del sardo a scuola? Il P.S.d’Az., per esempio, lo ha posto come uno dei punti importanti nel programma elettorale della maggioranza che governa la regione. Possiamo continuare a credere nella validità della proposta?
    II) Posto che l’insegnamento del sardo a scuola si renda necessario, come io credo che si renda necessario, e che i docenti non siano pronti per farlo a che punto è la loro formazione? Dove sono i loro statuti formativi? I loro curricola? Chi li dovrà stendere? Chi dovrà occuparsi di farlo e come? Io alcune idee ce le avrei ma forse non mi sono riconosciuti titoli sufficienti e nessuno me lo ha chiesto. Chi potrà farlo l’Università? Gli enti privati? La regione? Chi dovrà stendere il piano delle competenze e degli obiettivi didattici da perseguire per poter insegnare e apprendere il sardo a scuola in un contesto didattico plurilingue e pluriculturale? Sono queste le cose concrete di cui una politica linguistica seria deve occuparsi o no?
    III) E nel territorio? A parte la battaglia di Sisifo portata avanti dagli operatori degli sportelli linguistici comunali, mal pagati e vilipesi da tutti,e che comunque ha recuperato al problema della lingua sarda qualche centinaio di trentenni che costituiscono una risorsa, cos’altro si fa? A parte, anche, i meritori, premi di poesia, purtroppo un pò esausti anch’essi, Cosa fanno le televisioni, le radio, i giornali?, Già i giornali,(che prendono la pubblicità istituzionale della regione)
    Potrei continuare ma non vorrei profittare della pazienza di chi legge. Solo due cosette per concludere:
    Lo scontro non credo debba essere tra il mondo accademico e gli altri; gli accademici, del resto, è bene che continuino a fare quello che stanno facendo: la loro opera è utile e necessaria ma soprattuto non si chiudano ai contributi che pur possono giungere dal mondo esterno, ogn’uno per quello che vale nel rispetto dei ruoli e delle funzioni e delle competenze. Nelle aie c’è di tutto, è vero; ma il grano e la paglia sono sempre riconoscibili. Forse, mettendo insieme energie, intelligenze, proposte, disponibilità, qualche risultato positivo si potrà vedere. Pocos? Purtroppo si ma non ci dobbiamo scoraggiare. Locos? Assolutamente no. Malunidos? Dipende solo da noi

  • Alessandro Mongili

    Ho partecipato alla ricerca sociolinguistica e ho scritto il Capitolo V del rapporto finale. L’articolo di Lupinu è incomprensibile. Prima di tutto, non capisco il legame fra l’approvazione dello standard LSC, che ricade nella responsabilità politica, e gli esiti della survey, che hanno solo valore conoscitivo, devono essere interpretati e non sono affatto univoci. Ad esempio, esiste una dimensione di “pratica invisibile”, relativa al sardo, rispetto alla quale le tradizionali variabili sociologiche hanno scarso valore interpretativo e si limitano alla descrizione. In genere, gli esiti della survey sono molto descrittivi e di per se non comportano un’interpretazione univoca. Cioè ci dicono quali e quanti, ma non perché e come, dei comportamenti linguistici in Sardegna.
    La domanda sul questionario relativa allo standard unico precede, nella sua formulazione, l’adozione dello standard, per cui il legame istituito da Lupinu rimane molto dubbio. Inoltre, quanti degli intervistati fossero a conoscenza di un problema così specifico come l’adozione dello standard LSC in uscita non lo sappiamo, ma esiterei prima di pensare in modo proiettivo che gli intervistati di Gavoi o di Usini sappiano che cosa sia, uno “standard linguistico”. Piuttosto immagino che pochi di loro ne conoscessero anche solo il significato. Le loro risposte, peraltro, non sono così ostili come sostiene Lupinu. Ricordo i dati: 37,8% “del tutto favorevole” e 19,9% “parzialmente favorevole” a una “forma scritta della lingua locale”, e 59,5% favorevole alla scelta di “una delle parlate esistenti” (33,9% – un dato alto – a una “forma di compromesso”). Per quanto mi riguarda, credo che il problema di queste domande stia nella loro formulazione, che immagino incomprensbile alla maggioranza degli intervistati. Ho difficoltà a capire le osservazioni di Lupinu se non all’interno di visioni scientiste (peraltro di difficile applicazione a una forma di conoscenza così incerta come la linguistica) al cui interno l’azione politica deve fondarsi sulla conoscenza, argomento sul quale si è dilungato Michel Foucault così tanto da non poter essere affrontato con tutta questa superficialità.
    Al contrario occorrerebbe analizzare la politica linguistica che, in Sardegna come altrove, trova sempre nella costruzione di standard un passaggio fondamentale. Demonizzarlo e proseguire a trattare le lingue come una specie di “fenomeno naturale” scollegato dai processi interpretativi che caratterizzano le società, significa negare la possibilità stessa di una politica linguistica (quale che sia) e delegarne la responsabilità solamente agli esperti. Il problema è che, qui come in ogni altro campo di intervento politico in cui la expertise è rilevante, gli esperti non sono mai d’accordo, e infatti le posizioni di Lupinu e di Paulis non sono affatto le stesse di Bolognesi e di Contini (che significativamente non operano nel ristretto mondo accademico sardo). Per cui esiste come sempre una responsabilità politica e sicuramente c’è bisogno di una nuova politica linguistica in Sardegna, un po’ meno di insulti rivolti a chi ha posizioni diverse dalle proprie.
    Per quanto mi riguarda, sul piano politico sono convinto che una politica linguistica moderna, laica e creativa sia necessaria per mantenere la Sardegna plurilingue e anche liberare le persone dal chiuso conformismo linguistico che oggi domina, e che mi sembra il vero problema in quanto costringe tutti a parlare solo italiano nello spazio pubblico, e a vergognarsi di usare il sardo. Gli standard evolvono e diventano essi stessi oggetto di dibattito, e credo che il fine di sviluppare una forma standard che consenta la circolazione del sardo al di fuori del tradizionale ambito domestico e dialettale possa essere considerato uno dei passaggi più importanti della maturazione democratica in Sardegna, in quanto la lingua è “omnes et singulatim”, riguarda tutti, e riguarda ciascuno di noi. Quanto di più politico!

  • Imponendo quindi si rischia l’abbandono delle lingue minoritarie? Può darsi, ma magari la cosa varia da caso a caso, da contesto a contesto, da epoca ad epoca. L’unico dato storico e sociale di cui dispongono io (e ripeto, noi ne siamo la prova vivente, unitariamente alle nostre conversazioni) è che oggi parliamo l’italiano perché da lingua minoritaria (che in passato era l’italiano) nel corso dei decenni è stata elevata al rango di lingua A (grazie a scuola, burocrazia, politica e mass-media). Se c’è quindi una realtà in Europa che fa incrinare la teoria secondo la quale l’imporre porta al risultato opposto, questa (purtroppo) è la Sardegna.

    Per il resto, gli esperti di linguistica siete voi, penso che serva dialogo, e soprattutto dalla politica, ma non contrapposizione tra le parti.

  • Giovanni Lupinu

    Per Paolo. Grazie dell’ospitalità. La critica alla “costante resistenziale” etc. è ben sviluppata in Medioevo latino e volgare in Sardegna: avrei dovuto evidenziarlo.
    Per Bomboi. Scriverò meno di lei. Ci sono piani del discorso (in particolare, quello culturale-linguistico e quello rivendicativo-politico) che certamente confinano, ma possono e devono essere mantenuti distinti, altrimenti si confonde l’essere col dover essere, i fatti con le aspirazioni (più o meno soggettive), e questo genera pericolose distorsioni e visioni strumentali e ideologiche del problema.
    Forse le sembrerà strano: a me interessa la tutela delle lingue (minoritarie) come beni culturali primari, come parte più preziosa della cultura non materiale dell’umanità (la prospettiva che si trova espressa nell’Atlante delle lingue del mondo a rischio di estinzione dell’UNESCO, per capirci).
    A me, poi, interessano i fatti, alcuni fatti: uno di questi è la traballante motivazione alla base delle politiche linguistiche della Regione Sardegna, con in testa il “fiore all’occhiello” costituito dalla LSC (ma è solo la punta dell’iceberg, da cui discendono una serie di comportamenti impositivi e velleitari). Mi pare doveroso non stancarsi di denunciare che la selezione di questo standard – che è manifestazione di tutto, tranne che di un automodello – è avvenuta sconfessando le premesse che lo stesso potere politico aveva posto a sé stesso per effettuare una scelta ponderata: si era messa in piedi una ricerca sociolinguistica, con incluse certe domande valutate come cruciali, e poi si è presa una decisione senza attendere la conclusione di quella ricerca. Questo è un fatto, e secondo me è un fatto deprecabile, oltreché controproducente. Si poteva e si può certamente criticare la ricerca e chi la ha condotta, anche aspramente: resta il fatto che prima di decidere bisognava attendere che fosse conclusa, anziché demonizzarla o, in alternativa nei giorni dispari della settimana, cercare di farla combaciare, a posteriori, con ciò che si era fatto. Possiamo convenire almeno su questo?
    Altra cosa: quali sono i frutti prodotti dalle attuali politiche linguistiche? Si rilegga quello che scrive Toso (che è considerato uno dei massimi esperti del tema), nella citazione iniziale.
    Altra cosa ancora: lei teme scannamenti. Io vedo solo che quando i docenti universitari dicono cose a favore di certe tesi (soprattutto quando difendono una metastorica grandezza dei sardi), sono degli studiosi seri, illuminati, moderni, autorevoli eppure umili, che si pongono al di fuori delle torri d’avorio; quando avanzano delle critiche, nella migliore delle ipotesi sono dei baroni reazionari nemici della Sardegna e della lingua sarda, gente che ruba lo stipendio. Che modo di discutere è?
    Mi chiede quale sia la mia proposta alternativa: avesse letto con più attenzione avrebbe trovato già qualcosa (e, magari, potrebbe pure cercare qualche spunto nella home page del sito che ci ospita). La mia opinione personale, in ogni caso, conta poco (ed è nota). In questa fase, però, ritengo sia più importante ascoltare: per es. quello che hanno da dire e da insegnare i tabarchini, che sono pur sempre qui in Sardegna e costituiscono, probabilmente, la minoranza linguistica più vivace su tutto il territorio italiano, pur essendo esclusi dalla 482. Poi, magari, quello che avranno da dire alcuni esperti europei di minoranze linguistiche che faremo arrivare a Sassari, fra breve, a raccontare le loro esperienze e i loro errori. E, infine, evitare di pensare che ci siano soluzioni facili: per creare un automodello (che non è solo o soprattutto uno standard scritto) ci vuole fatica, tempo (non così tanto denaro, però, come qualche volta si vuol far credere), e soprattutto non bisogna imporre niente a nessuno, pena l’abbandono delle lingue minoritarie.

  • Sul primo punto neppure io potrei rispondere, non faccio il linguista, non ho elementi e competenza per dire “ha ragione solo Lupinu/ha ragione solo Bolognesi”. O la verità sta nel mezzo? Semplicemente prendo atto che esistono diverse scuole di pensiero e che una determinata quantità di soldi pubblici non ha ottenuto i risultati concreti per cui erano stati destinati: di conseguenza compito del cittadino consapevole è quello di porsi il perché. E non sono convinto che le responsabilità siano da imputarsi tutte ad una scuola di pensiero, lo si evince dalla scarsità di proposte in materia linguistica dei movimenti indipendentisti ed autonomisti vari (incluso il PSD’AZ). In cui anche al suo interno paiono esserci diverse letture (una cosa normale, ma che diventa anormale se consideriamo che nessuna linea chiara è finora emersa sul piano politico). Siamo sicuri che quel supposto motivo ideologico sia l’unica ragione per la quale non è decollato alcun risultato?

    Sul secondo punto: nella storia, come sai, si sono viste delle patrie nascere per i più disparati motivi e con i più diversi strumenti di coesione sociale (religioni, lingue, interessi economici, miti, ecc). Se tu non misceli la filologia alla politica, altri miscelano la semiotica alla politica….Non ne farei un dramma se nel nostro mercato si presentano anche libri che debordano rispetto ad alcuni criteri scientifici o se fanno un minestrone di questi criteri: tutto fa brodo nel quadro dello sviluppo di un interesse popolare rispetto alla sua terra, anche in campo politico. In una democrazia lo ritengo normale (altrove c’è di peggio), purché a questo tipo di produzione venga associata anche un’altra letteratura scientifica rigorosa che contenga quell’elemento che nel mondo civile consente ad uno studioso di ritenersi un ricercatore (nella sostanza più che nella forma): parlo della necessità di riflettere e di andare oltre rispetto al seminato di alcuni luoghi comuni che, anche in campo archeologico, inutile negarlo, ci sono. In quest’ottica, nuove teorie (per quanto ALCUNE di esse siano forzate), possono fornire nuovi stimoli al dibattito e spronare alcuni ambienti, magari portando anche a nuove conclusioni e più filoni di indagine.
    Oggi ad esempio in Gallura con amici mi è capitato di visitare alcuni siti archeologici che ancora non avevo visto, e per la prima volta mi è capitato di sentire una guida che nell’articolazione della spiegazione del sito ha offerto un ventaglio di ipotesi possibili circa la natura e l’evoluzione di quell’area, dando risalto alla parte in cui maggiormente vi sono stati degli studi. Anche quel comportamento è stato indirettamente prodotto grazie alla produzione letteraria che contesti. Nel bene e nel male insomma si è creata una competizione che ha pure dato luogo a polemiche, ma che se non si facessero…quanti e quali manufatti giacerebbero per anni negli oscuri magazzini di qualche sovrintendenza? Quante plausibili spiegazioni non verrebbero considerate? D’altra parte Thomas Kuhn ci ha insegnato che spesso le scoperte non sono il frutto di puntuali programmazioni. E forse chi si ritiene portatore di un dato metodo scientifico non è a sua volta inficiato da una lettura pregiudiziale dei comportamenti da assumere?
    Dove sta quindi il senso del mio intervento precedente? Che se per altri temi riconosci l’inutilità (in campo politico) di ragionare come fanno alcuni dogmatici (che vedono il mondo in bianco e nero, guelfi e ghibellini, destra e sinistra), a maggior ragione in materie tanto delicate come nel campo della ricerca storico/archeologica/ecc, penso che occorra ancora meno lo spirito della contrapposizione. Cioè l’interesse per certi temi non dev’essere stroncato come se fosse una fandonia, ma piuttosto integrato con proposte ed argomenti. Può anche darsi che le fandonie ci siano oppure no, non è quello il punto. Almeno io la vedo così.

    Perché se questo interesse attorno a certi temi viene (magari disordinatamente) portato avanti da quel tipo di letteratura, ciò significa che la politica territoriale ha fallito nel suo compito di tutela del territorio, poiché si è limitata all’ordinaria amministrazione senza approfondire il valore aggiunto di cui la Sardegna dispone. Quando insomma il mito si sostituisce alla politica (che dovrebbe finanziare e sostenere concretamente il rigore), è proprio allora che si cade nei mezzucci e si alimenta il volgo. Il mito diventa un surrogato popolare dell’assenza di una seria programmazione politica e scientifica. C’è insomma un embrionale nazionalismo dal basso che però non trova la pista giusta in cui incanalarsi. La responsabilità maggiore di chi è? Di chi dal popolo ha emotivamente seguito i propri convincimenti, oppure di chi ha chiesto la delega del voto a quei cittadini senza tuttavia per anni interessarsi a quel valore aggiunto e vigilando tardi e male sull’uso dei soldi pubblici? Penso che tutti i movimenti Sardi siano ancora indietro nello sviluppo di un progetto organico per il territorio. E di sicuro non c’è da aspettarsi di meglio dai ritardati che in altri partiti italiani sorridono con sufficienza a questi ragionamenti.

  • Paolo Maninchedda

    No Adriano, se leggi bene l’articolo non c’è niente di ciò che tu dici. C’è solo e giustamente lo scrupolo scientifico di partire dai fatti accertati. Fare politica significa capire la realtà, non inventarsela. L’indagine ha dato risultati diversi da quelli assunti a base delle scelte di politica linguistica, sccelte che stanno determinando un uso inutile e inefficace delle risorse. Ti prego, dunque, di non farmi dire ciò che non voglio. Seconda e ultima questione: io sono anni che taccio sui pataccari della cultura sarda e lo faccio perché non voglio confondere il mio mestiere, che non è quello di linguista (a me la linguistica annoia), ma di filologo, con la mia attività politica. Però, in Sardegna, si sta superando il segno. Tutti si fanno storici; tutti sono archeologi, glottologi, filologi e quant’altro. Vedo uscire libri ridicoli, con tesi insostenibili di cui mi vergogno come sardo. Vedo micro circuiti che se la cantano e se la suonano da soli. Che pena, che miseria! Non si costruisce la Patria sull’ignoranza, sulla mitologia o sulla mafietta culturale degli amici degli amici. Sono mezzucci. Bisogna essere esigenti e severi con la ricerca. Nella ricerca vale la verità non il consenso, altrimenti tornerà un Mommsen prima o poi a dire che i sardi dicono balle perché sognano ciò che non c’è e non vedono ciò che c’è, ed è tanto.

  • A Maninchedda, Corda ed agli altri curiosi:

    Ieri, mentre digerivo il lauto pranzo pasquale e leggevo le 14 pagine del pdf di Lupinu, dicevo tra me e me: “adesso arriva la proposta di politica linguistica”…ma niente, continuavo a scorrere l’articolo trovandoci alcune cose poco edificanti contro chi da anni ha permesso ai presenti di tenere aperto il tema linguistico…ed altre cose note: tra cui il fatto che per molti indipendentisti (e casualmente ne parlavo pure pochi giorni fa con Cristiano Sabino di A Manca pro s’indipendentzia) la lingua è solo un’appendice esotica ed emotiva (come ha giustamente rilevato Lupinu) che spesso viene colpevolmente usata solo nelle ridicole scritte spray su qualche muro dell’isola.

    Ma c’è anche un problema che avrebbe una spiegazione sociologica, ed attiene non tanto al Popolo Sardo genericamente inteso nel suo complesso ma, nella fattispecie, ai politici che dovrebbero essere deputati a tutelare il nostro idioma:
    Qualsiasi manuale di psicologia collettiva ci insegna che generalmente si usa dare a chi ha un qualche ruolo sociale superiore alla massa dei cittadini (che sia un’autorità politica od altro) un certo tipo di credibilità, per quanto magari nella realtà il soggetto in questione su una data materia potrebbe non avere una valida competenza. Adesso mettiamoci nei panni dei nostri dirigenti indipendentisti che non conoscono bene la loro parlata locale…è chiaro che la loro presunta onniscenza sul tema della lingua Sarda andrebbe a farsi benedire e quindi devono trovare qualche scusa per nascondere quella che invece non deve essere vista come una cosa di cui vergognarsi, perché anche loro sono il frutto di decenni di omologazione linguistica e magari non sanno come mettere mano ad una materia che può creare più critiche che consensi. Nel PSD’AZ si rischia quanto già avvenuto dentro IRS (e nel ProgReS)…ovvero si dice che la lingua non è poi così importante, citando come modello terzi nazionalismi (come quello anglosassone) che hanno una struttura diversa e non sempre usano la lingua locale come strumento di coesione sociale e rivendicazione politica. Per fortuna ultimamente questi 2 movimenti Sardi stanno ri-cambiando idea (dopo le critiche di U.R.N. Sardinnya e di alcuni membri del Comitadu pro sa Limba Sarda).

    Adesso, siccome a me Maninchedda pare uno dei politici più intelligenti che abbiamo in Sardegna, non ce lo vedo a fare lo stesso errore di qualche ex-IRS rintanandosi dietro la menata dell’indipendentismo “culturale” alias nazionalismo civico (o “non-nazionalismo” per le anime pie), contrapposto all’etno-mitologico-centrismo, come paravento ideologico con cui celare l’assenza di proposte di politica linguistica. Un paravento che non potrebbe essere suffragato da università che spendono soldi pubblici per dirci cose che più o meno sappiamo già (fatte salve alcune rimostranze segnalate da Roberto Bolognesi) ma che nei fatti finora non hanno raggiunto lo studente in maniera adeguata. Per questi motivi mi auguro che Maninchedda, Lupinu ed altri non si scannino con chi fin dagli anni ’70 ha lavorato per trovare una soluzione politica (prima che linguistica) per la salvaguardia del nostro idioma. La Sardegna non mi pare nella posizione di chi può permettersi il lusso di queste dispute.

  • Graziano Cossu

    Eh no, caro Davide Corda, la proposta di Lupinu è esattamente il contrario: lavorare di più a partire dalla situazione reale. Per il resto, sei proprio ignorante: se c’è uno che ha innovato rispetto a Wagner è Lupinu. Non è che tu sei di quegli improbabili insegnanti a contratto dei corsi finanziati dalla Regione, che sanno un po’ di sardo e non sanno altro? E’ a te che non bisognerebbe più pagare lo stipendio. Fatti un bel concorso e poi vediamo.

  • Mario Pudhu

    Apo lézidu s’art. de Zuanne Lupinu. Ma, gai comente apo fatu candho custa chirca est essida, lasso a pèrdere fintzas s’anàlisi chi ndhe faghet Lupinu: si su sensu de sa libbertade e responsabbilidade personale e colletiva no est cussu de noche betare in ponte, no bi at bisonzu de chircare “certificati di esistenza in vita” pro ischire chi depimus muntènnere, connòschere, istudiare e manizare sa limba de sa normalidade de sos Sardos (totu, no ebbia de sos chi la faedhant).
    Lasso fintzas a pèrdere carchi crítiga chi li tio fàghere (ma cussu “preistorico” nadu de sa professione de Lilliu, fintzas si at chérfidu nàrrere “istudiosu de preistória”, si lu podiat risparmiare).
    Andho a sos concruos: «sarebbe probabilmente opportuno puntare su una sardofonia più proiettata al futuro e senza antagonismi con l’italofonia».
    Est iscopu de cundivídere in prenu. Ca sa limba no est mai cosa de su passadu, mai est sa limba de sos mortos: sa limba est sempre sa limba de sos bios, de sa vida, de su presente e de su benidore (si no semus faghindhe pro mòrrere e iscumpàrrere). Su domíniu, e totu su terachiu pagadu e chentza pagadu de medas Sardos etotu, nos at batidu a cussiderare sa limba nostra coment’e limba de su passadu, de s’antigúmine, de sos betzos (ojamomia a imbetzare!), de su bascaràmine de arremiarzare pro sos ‘archeòlogos’, sa limba de s’innoràntzia, de sa maleducatzione e de totu sos significados a dirgustu chi podent menzus distínghere s’arga de su muntonarzu. Sinono, sos Sardos puru, proite tiaimus èssere ‘civilizzati’?!
    E de «antagonismi» mi paret chi, intantu, si rimproverare ndhe depimus no est a chie gherrat pro sa limba sarda, ca est s’italianu, su domíniu italianu chi at fatu “vita mea mors tua”, cun su métidu, mancari, de sa “eutanasia” (sinono proite sos Sardos tiaimus èssere ‘civilizzati’?!), e pro no andhare a fàghere sos contos de sos Sardos mortos/assassinati de un’iscola infame (in custu e in àteru puru, e chentza generalizare).
    De su restu, si cosa bi at de pònnere in contu contras a ‘calicunu’, no est contras a sa limba italiana. Si est una cosa, est contras a chie bi est o si bi cuat apalas. Ca sas limbas sunt sempre, totu e solu cosas bonas. E pro sa limba italiana depimus fintzas, ammalaoza e chentza perunu dispiaghere, fàghere carchi cussideru in prus a favore. Ma candho mai a fàghere “antagonismo” cun d-una limba?! E ite curpa ndhe tenent? E ne mai, mi paret, chi sos Sardos ndhe apent fatu. Ca sa chistione est tot’àtera. Ma si est domíniu, e dannu mannu e solu dannu, su “vita mea mors tua”, za mi paret machine, e dannu mannu e solu dannu, a fàghere “mors mea vita tua” betendhesiche in ponte pro dare a manigare a su ‘pische’ (o ‘pescecane’): no est cussu su sensu de sa libbertade.
    M’ispantat solu chi Zuanne Lupinu tenzat ancora dúbbios: «sarebbe probabilmente opportuno». Sa vida de unu, síngula pessone o pópulu/colletividade, EST cosa solu e sempre «opportuna», si no est unu tirannu delincuente o macu de prèndhere in manincómiu. E mi paret chi male mannu est chi intelletuales e políticos tenzant ancora dúbbios de ite depimus fàghere pro èssere sos Sardos puru zente normale. Ma nois puru semus zente in su mundhu? E zustu ca s’intelletuale bidet carchi cosa prus addainanti de chie «non riesce a superare la soglia dell’emotività» podiat èssere fintzas meda prus addainanti in su cumportamentu de sa normalidade. Fintzas chentza ispetare sa «nuova politica linguistica», antzis preparèndhela.

  • Davide Corda

    @ Bomboi: la proposta di Lubinu è quella di mantenere lo status quo, vuoi mettere la comodità di ricevere un lauto stipendio organizzando corsi universitari di una lingua che non sai parlare e di ripetere a pappagallo un’ unica pubblicazione? (Wagner)
    Qua una piccola analisi di come l’ Università sarda (non) spende i soldi per l’ insegnamento della lingua sarda, buona Pasqua e buon fegato a tutti:

    http://www.sotziulimbasarda.net/agosto2008/BOLORESURSAS.htm

  • A Paolo e Lupinu, a freddo: condivido alcuni punti, altri meno. Pongo un’osservazione non linguistica ma politica, perché è il vero nocciolo della questione: immaginiamo di fare una ricerca sociolinguistica con gli stessi mezzi di cui disponiamo oggi nella Sardegna che ha preceduto l’avvento della scuola pubblica italiana, le parlate sarde erano allora predominanti e non è difficile immaginare come avrebbero risposto i Sardi al questionario di un sondaggio.

    Se oggi esiste un forte sbilanciamento a favore dell’italiano è poichè negli anni la scuola statale ha imposto in misura antagonistica l’italiano alle parlate locali, un condizionamento da psicologia sociale proseguito anche con l’esplosione dei mass-media nel secondo dopoguerra. MORALE: Grazie al piffero quindi che oggi esiste nella psicologia collettiva una lingua A ed una lingua B (considerata importante, ma non allo stesso livello della A). Lo stesso motivo per il quale anche quì oggi stiamo parlando in italiano, noi siamo il prodotto vivente di decenni di omologazione linguistica. Bisognerebbe inoltre considerare che da noi non vi è mai stata una politica territoriale che accompagnasse il popolo alla comprensione di questo tema. Inoltre che oggi si sia sviluppato nel nazionalismo Sardo un sentimento di rivalsa e di volontà di riparare a quei presunti o concreti torti storico-politici subiti con passività, è dunque qualcosa di perfettamente normale. E che ciò sia stato influenzato dalla costante resistenziale di Lilliu poco importa. Anche a prescindere dalle eventuali patacche a suo supporto. Forse erano più credibili le motivazioni usate dalle istituzioni italiane nell’imporci il loro idioma? Sempre di patacche ideologico-romanticiste si trattò, per quanto “istituzionalizzate”.

    La verità è che tutto può essere fatto ed imposto ad una popolazione su materie come la lingua, specie in una democrazia, e soprattutto se una data popolazione non disponde di una politica che difenda le sue caratteristiche.

    Nel ns caso, se si tentasse la pista del riconoscimento della dilalia, qual è comunque la politica linguistica proposta da Lupinu? In sintesi: che ruolo si immagina per le parlate sarde nella società Sarda del futuro? Che percorso di politica linguistica si intende intraprendere?

    Ma soprattutto: è urgente adesso contrapporsi agli altri sostenitori della lingua Sarda quando in materia ci si dovrebbe solo sedere attorno ad un tavolo e discutere?
    Aggiungo: siamo sicuri che andandoci tiepidi con l’introduzione del Sardo non alimenteremo quel lento suicidio già in corso? Tutte le standardizzazioni nel mondo han sempre richiesto (anche in un sistema multilinguista) un carattere politico diciamo impositivo. Bisogna imporsi, non perché ci si sente “illuminati dall’alto per una qualche costante etno-resistenziale”, ma perché se si aspetta e si spera che una popolazione omologata da decenni ad un’altro idioma acconsenta in toto – o parzialmente – ad un cambio di rotta…scusate ma mi pare una visione alquanto ingenua ed ottimistica. Buona Pasqua!

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