Pensiero e azione sul latte: primo contributo

13 luglio 2012 18:315 commentiViews: 20

formaggioDopo il dibattito che si è aperto sul sito sulla questione del latte, sono giunti  diversi contributi firmati (uno, per esempio, di Paolo Mannoni che pubblicherò nel fine settimana) e non firmati , ma comunque intelligenti e utili. Oggi pubblico il primo, anonimo per i lettori perché scritto da un giovane professionista che non vuole pregiudicarsi, gustamente data l’aggressività che domina il settore, occasioni di lavoro future.

Mi permetto di dare un contributo alla sua analisi sul settore lattiero caseario ovino e parto dalle sue tre proposte operative:

Che fare? La strada maestra è triplice:

1) Lei dice: “occorre che i produttori gestiscano una camera di compensazione del regime della domanda e dell’offerta del latte (Consorzio Latte riformato?);

Il Consorzio Latte è moribondo come Lei lo ha descritto. Il Contratto di Programma ha finanziato, come Lei sa, diversi progetti di impresa dei Soci e dei progetti Consortili in capo direttamente al Consorzio Latte. La ideazione, progettazione, realizzazione e avvio delle iniziative del Consorzio è stata sempre in capo al precedente Direttore/Presidente del Consorzio, espressione del mondo Cooperativo e Industriale ed interlocutore unico della Lega Coop per tanti anni per il settore ovicaprino. Il Contratto di Programma è stata, secondo me, un’occasione persa di riformare il settore ed in particolare ridurre la parcellizzazione e polverizzazione della trasformazione, privata e cooperativa. In quel progetto dovevano essere fatte delle scelte strategiche. Ovvero: di quanti caseifici la Sardegna ha bisogno per trasformare in maniera competitiva la sua produzione lattiera?
Con quali tecnologie, quali produzioni e quale orientamento al mercato?
Tutto questo non è stato fatto e, a fianco di investimenti meritevoli finanziati dal Contratto, ve ne sono altri molto meno edificanti. Cito ad esempio un impianto per la produzione di ricotta che un anno fa prendeva polvere in un celebre caseificio (sono sicuro che sia ancora li con le medesime funzioni): una ferrari della produzione di ricotta che credo pochi caseifici in Italia possono permettersi. A mio modesto parere gli investimenti strutturali realizzati presso la sede del Consorzio seguono purtroppo questo esempio: un insieme di impianti realizzati senza che a monte ci sia una strategia produttiva e commerciale a supporto. Impianti comprati perché c’era il contributo. Evidenzio che per far posto a questi impianti il Consorzio ha demolito un magazzino automatico modello Olandese di cui,  per fortuna ci sono rimasti in Sardegna due esempi: uno a Thiesi e uno a San Gavino.
Faccio queste considerazioni perché comprendo che il Consorzio Latte sia moribondo e che sia importante per i Soci chiudere in bonis i loro singoli investimenti aziendali, ma non è sempre vero che recuperare quegli investimenti possa essere la soluzione del settore.
Ci si potrebbe provare certo, laicamente e senza preconcetti: ovvero se le strutture progettate ed il personale non è adeguato se ne prende atto e si fanno altre scelte di impresa. I Soci potrebbero fare in ritardo quello che non hanno fatto alla presentazione del progetto: ovvero analizzare il mercato con occhi nuovi, ripensare le loro singole strategie industriali e commerciali e verificare se il Consorzio Latte può essere la soluzione e non una mucca o pecora da mungere per i loro singoli interessi. Questo andrebbe fatto senza un euro di intervento pubblico e metterei i Soci alla prova della loro vera mentalità di cooperazione vera per risolvere insieme i problemi del settore.

Io continuo a ritenere che sia necessario promuovere un percorso di crescita della dimensione economica e sociale delle imprese del settore lattiero caseario ovino. L’esempio Arborea non è un esempio esportabile, ma tra un unico caseificio che valorizza 200 mln di litri di latte vaccino in Sardegna e oltre 100 caseifici (100 Presidenti, 100 Direttori Commerciali – se va bene – 100 etichette, 100 listini, 100 promozioni al ribasso) ci può essere una buona via di mezzo….

Una struttura Consortile potrebbe progettare un nuovo modello organizzativo in cui le strategie produttive, commerciali e di marketing devono però essere centralizzate. Nel breve/medio periodo si può pensare anche ad una riduzione del numero di caseifici e realizzare anche sinergie industriali, ma le scelte strategiche produttive (cosa produrre, quanto e dove) e soprattutto commerciali, nonché finanziarie e legate al credito, dovrebbero essere centralizzate e gestite da managment qualificato che non si trova dietro l’angolo esattamente.

Ci sono dei modelli italiani (!) positivi: Parmareggio nel settore lattiero caseario e Conserve Italia nel settore ortofrutticolo.

Investirei pochi euro e metterei i Soci del Consorzio su un aereo e farei visitare queste realtà perché aiuta sempre ad aprire gli occhi e vedere come operatori con le stesse difficoltà risolvono i problemi.

2) Lei dice: “bisogna esportare latte verso produzioni diverse da quelle tipiche sarde, altrimenti ci si fa male. La strada greca deve insegnarci che dobbiamo dare materia prima dove si fa un prodotto che non è in concorrenza diretta con noi; viceversa è più conveniente fare polvere o altri formaggi qui e venderli qui e altrove”.

Condivido. In una logica di brevissimo periodo se vi è eccesso di materia prima è preferibile cederlo fuori. Vi è un’azienda che raccoglie diversi mlndi litri di latte e ne trasforma in prodotti finiti poco più di un centinaio.  In attesa che lo sviluppo commerciale fuori Sardegna si consolidi, gli altri vengono ceduti sfusi in cisterna come ingredienti per altre centrali del latte della penisola. La qualità del latte è alta e viene utilizzato per fare il latte fresco o le mozzarelle. Non sono prodotti che generalmente ritornano in Sardegna. È chiaro che ogni litro di latte venduto sfuso in cisterna remunera meno, ma molto meno, di ogni litro di latte trasformato in Sardegna in prodotti a marchio proprio o di terzi. La cessione della materia prima tal quale ovvero di una commodities svilisce il prodotto. Ma quando si è in una situazione di mercato eccedentario anche questa soluzione può contribuire ad alleviare le sofferenze.

3) Lei dice: “Bisogna usare i canali commerciali alternativi alla grande distribuzione e all’egemonia dei grandi produttori. Esistono, bisogna cominciare a parlarci”.

Qui non condivido in pieno. O meglio comprendo che ci vuole una grande “sveglia” ai produttori affinchè guardino al mercato e non solo alla produzione. Il mercato globale ha grandi opportunità ed in particolare per il settore lattiero caseario. Ci sono miliardi di consumatori che stanno cambiando tenore di vita e abitudini al consumo. Le esportazioni di prodotti lattiero caseari e formaggi in particolare nel mondo è in continua crescita. Le allego una recentissima pubblicazione di Dairy markets con la mappa delle esportazioni e importazioni del formaggio nel mondo. E in questo contesto così dinamico i nostri produttori guardano al bando Agea per gli indigenti? Una DOP come il Pecorino? È pazzesco On.le. Non è facile, lo scenario è molto competitivo ma se non ci si prova nemmeno a intercettare le dinamiche di mercato nel mondo non se ne esce. Di sicuro non possono andare i Presidenti di Cooperativa ad aprire uno store a Shangai e bisogna investire nelle risorse umane qualificate.

5 Commenti

  • Per il signr Giovanni Cossu: e dov’è questa minaccia di querela? Se me la segnala mi fa un favore. quanto alle linee dure e morbide, saranno i fatti a parlare.

  • Giovanni Cossu

    Mi sa che e bastata un semplice minaccia di querela a mezzo stampa per cambiare tema.
    Dalla linea dura di denuncia e far luce a quella morbida del che facciamo.

    B

  • Agriexport non ha funzionato forse perché a fronte di un importante investimento consortile non e’ seguita la razionalizzazione e/o chiusura dei caseifici dei singoli soci. Ecco quindi che tutte le strutture produttive, sia dei Soci che Consortili non lavorano in efficenza in quanto sovradimensionati. A questa inefficienza industriale si aggiunge una politica commerciale e di marketing non unitaria.
    Solo con la dimensione di scala si possono realizzare investimenti materiali e immateriali significativi e che producono valore.

  • Condivido. Il problema è come fare impresa e qui il capitale umano ha un ruolo fondamentale, pari o superiore a quello patrimoniale e finanziario.Chiudiamo i masters and back inutili, sono semplicemente gite scolastiche, e dirottiamo i fondi su una scuola di alta formazione manageriale di respiro euro-mediterraneo. Via i contributi che rafforzano la teoria della pentola bucata, si ad uno stato sociale efficiente, si alla creazione di infrastrutture e servizi. Si apra a tutto campo la battaglia sulla fiscalità. La gente aspetta una offerta politica cre-di-bi-le.

  • bellissima analisi in particolare l’ultima parte,la figura dei presidenti è ferma a trenta anni fa ,tipica dei potentati locali,quanto costerebbe ad una cooperativa che trasforma ad esempio circa quattro milioni di lt di latte un manager che sviluppi un progetto di marketing partendo dal presupposto che la maggior parte dei caseifici è strutturata per lavorare romano ? e comunque esistono esempi di consorzi di coop ,nati per razionalizzare la vendita per esempio AGRIEXPORT ,perche non ha funzionato?

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