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Partigiani: non fatelo nel nome di Gramsci

Posted on 26 Aprile 202626 Aprile 2026 By Francesco Nocco 7 commenti su Partigiani: non fatelo nel nome di Gramsci

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Francesco Nocco

Roma, 27 aprile 1937. Nella stanza della clinica Quisisana si spegne un uomo di quarantasei anni. Il suo corpo è devastato dal morbo di Pott, dall’arteriosclerosi, dalla tisi. Soffre di insonnia cronica. È sorvegliato dalla polizia fascista. È sospettato di eterodossia anti-stalinista dai compagni del suo partito. Dichiara di patire “due carceri”: quello del regime e quello dei suoi. Quell’uomo si chiamava Antonio Gramsci, morto dopo undici anni di carcere.

Mentre Gramsci esala l’ultimo respiro, fuori da quella stanza l’Italia è inebriata dalla propaganda del regime. In tutte le sale cinematografiche, prima di ogni film, è obbligatorio proiettare i cinegiornali dell’Istituto Luce. Una voce marziale esalta il nascente Impero fondato sul gas asfissiante in Etiopia, sulla falsa superiorità della “razza italica”, mentre deride le “demoplutocrazie occidentali decadenti”.

Mussolini aveva fatto rinchiudere Gramsci perché era il segretario generale del Partito Comunista d’Italia e perché era un intellettuale che si schierava contro quell’inganno. Al processo davanti al Tribunale Speciale del 1928, il pubblico ministero fascista Michele Isgrò affermò testualmente: “Dobbiamo impedire a quel cervello di funzionare per vent’anni.”

Le dittature imperialiste, oggi come allora, hanno un disperato bisogno del megafono della propaganda per legittimare i propri massacri; e per farlo indisturbate, devono prima uccidere chi possiede l’intelletto per smascherarle.

Ora, tenendo bene a mente questo macabro pezzo di storia d’Italia, facciamo un salto in avanti di ottantanove anni. Immaginate se oggi, nel celebrare la memoria di quel martire ucciso dal fascismo, le istituzioni della sua città natale e alcuni sedicenti eredi della Resistenza decidessero di onorarlo consegnando le chiavi della città a un intellettuale contemporaneo che va a sedersi, sorridente e plaudente, in prima fila agli eventi celebrativi dell’Istituto Luce di una nuova dittatura. È esattamente il cortocircuito logico e morale che sta andando in scena ad Ales, la città natale di Gramsci, in Sardegna.

I fatti. Il 25 Aprile, per celebrare la Liberazione, l’ANPI provinciale di Oristano invita il professor Angelo D’Orsi a illuminare la platea della Sala Congressi Mistral 2 su “Guerra e Fascismo”. Il giorno dopo, 26 aprile, il Comune di Ales non trova di meglio da fare che conferirgli la cittadinanza onoraria.

Chi è Angelo D’Orsi e l’Istituto Luce del Cremlino. Com’è potuto avvenire?
Per pigrizia o per ignoranza. Le giunte locali e i dirigenti di certe sigle si sono fermati alla copertina dei libri. Hanno letto la dicitura di “biografo di Gramsci” e hanno steso il tappeto rosso, senza premurarsi di guardare chi sia oggi l’uomo a cui stringono la mano.

Angelo D’Orsi è l’uomo che, mentre l’esercito russo procedeva con la deportazione di infanti e sventrava i condomini a Kyiv, Odessa e Kharkiv, ha ritenuto raffinato volare a Mosca per presenziare al gala celebrativo per i vent’anni di Russia Today.

Che cos’è esattamente Russia Today? Se l’Istituto Luce nacque nel 1924 venendo poi trasformato da Mussolini nell’arma perfetta per plasmare le masse, Russia Today è a tutti gli effetti la sua riedizione putiniana. È la colossale macchina di disinformazione di Stato del Cremlino, bandita in Europa perché scientificamente progettata per inquinare le democrazie occidentali, riscrivere la realtà e giustificare i massacri imperialisti e coloniali russi in Ucraina.

Andare in Russia ad applaudire quella rete significa legittimare la menzogna che copre l’oppressione. Lo stesso D’Orsi è lo studioso che, ospite dei salotti televisivi italiani, è arrivato ad affermare che in Ucraina governano i nazisti. Una tesi alquanto estremista, considerando che in Ucraina l’estrema destra ha un peso politico insignificante: alle ultime elezioni parlamentari hanno racimolato a stento il 2% dei voti, eleggendo un singolo parlamentare. Eppure, il professore rilancia agilmente la bufala della “denazificazione”, inventata a tavolino per giustificare l’attuale massacro e l’invasione su larga scala. Affidare a un giustificazionista dell’imperialismo contemporaneo il monologo su guerra e fascismo nel giorno in cui si onorano i partigiani caduti, è un insulto alla memoria.

Giacomo Matteotti e Boris Nemtsov. È così difficile riconoscere il fascismo? Il vero dramma è che il Comune di Ales e l’ANPI di Oristano si riempiono la bocca con la parola antifascismo, mentre ostentano un’ignoranza abissale sulla storia recente dell’Europa Orientale. Ignorano che Gramsci è l’esatto equivalente di ciò che oggi, in Russia, viene imprigionato e assassinato dal regime.
Il fascismo storico voleva impedire ai cervelli di funzionare. L’autocrazia putiniana fa la stessa cosa, abbeverandosi a fonti ideologiche ben precise. In primis, le tesi scioviniste di Ivan Ilyin, un ammiratore del fascismo italiano degli anni Venti, uno che nel 1933 elogiava apertamente Adolf Hitler. Non un pensatore dimenticato in qualche scaffale, ma il vero architetto morale del regime di Putin. Oggi i saggi di questo simpatizzante nazifascista sono lettura obbligatoria per gli ufficiali dell’esercito russo e per i governatori regionali.

A questa matrice si aggiunge il neonazismo eurasiatista di Aleksandr Dugin, teorico di un impero russo espansionista che mescola esoterismo, ultranazionalismo e suprematismo slavo in una miscela profondamente fascista. (si rimanda al raduno ufficiale di neonazisti organizzato proprio da Dugin a San Pietroburgo).

All’ANPI Oristano e al Comune di Ales pongo una domanda molto semplice: quanto credete che siano differenti l’assassinio carcerario di Antonio Gramsci o l’omicidio banditesco di Giacomo Matteotti da quello di Boris Nemtsov o di Alexey Navalny?

Erano oppositori scomodi. Il 30 maggio 1924 Matteotti denunciò alla Camera i brogli e le violenze elettorali fasciste. Nel febbraio 2015 Nemtsov si schierò apertamente contro l’annessione illegale della Crimea e la guerra nel Donbass, ed era pronto a guidare un’immensa marcia di protesta contro il regime. Pochi giorni dopo sono stati freddati e tolti di mezzo dai sicari del potere a due passi dai palazzi governativi.
La matrice è identica, la brutalità è la stessa.
Eppure il Comune di Ales sta regalando una cittadinanza onoraria e il palco della Liberazione a chi giustifica, tra salotti e conferenze, un regime che supera a pienissimi voti l’esame dell’Ur-Fascismo teorizzato da Umberto Eco. Parliamo di un’autocrazia che uccide i giornalisti, invade Stati sovrani, commette crimini di guerra e cancella il dissenso interno. Esattamente come faceva Mussolini.
Se Gramsci fosse vivo oggi e vivesse a Mosca, finirebbe in una colonia penale in Siberia.

La favola della russofobia e il microfono staccato a Tolstoj C’è un ultimo punto che va affrontato in anticipo. Quando al professor Angelo D’Orsi viene annullata qualche conferenza in Italia a causa delle sue posizioni (una scelta di banale decenza editoriale, considerando le tesi che porta avanti, non certo di censura), egli è solito stracciarsi le vesti gridando alla “russofobia”. Ma parliamone un attimo: chi sono i veri nemici della cultura russa?

Gennaio 2021. Aleksej Navalnyj è prigioniero dell’FSB, sopravvissuto a fatica a un avvelenamento da Novichok. Durante una perquisizione nella sua cella, fissa il muro. Lì c’è un ritratto di Lev Tolstoj, e in quell’istante gli torna in mente un’annotazione dai diari dello scrittore. Due mesi dopo, il 2 marzo 2021, durante il suo discorso finale in tribunale a Mosca, Navalnyj fissa i giudici e cita proprio il gigante della letteratura russa: “La guerra è figlia della tirannia. Chi vuole combattere la guerra deve solamente combattere i tiranni.” Nel momento esatto in cui Navalnyj pronuncia le parole “guerra” e “tiranni”, un solerte burocrate del tribunale preme un bottone. Il microfono si spegne.

In Russia, organizzazioni indipendenti come OVD-Info hanno documentato decine di casi di cittadini russi comuni arrestati o multati semplicemente per aver esposto cartelli con frasi pacifiste di autori classici russi. Il Cremlino censura Tolstoj, imprigiona chi cita Puskin e avvelena i russi che si oppongono al potere. Questa è la vera russofobia. 

Antifascismo, Politica, Vetrina

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Comments (7) on “Partigiani: non fatelo nel nome di Gramsci”

  1. Mm ha detto:
    28 Aprile 2026 alle 13:00

    Ci vuole meno pressapochismo. Gramsci morì perché voce autonoma. Lo dovremo ricordare tutti. Costa avere il suo coraggio

  2. Paolo Maninchedda ha detto:
    27 Aprile 2026 alle 07:12

    Morelli, non emini dubbi inutili. Può verificare anche lei: gli originali autografi dei Quaderni sono pubblicati nel sito della Fondazione Gramsci. Sì, Togliatti censurò, ma soprattutto le Lettere e solo marginalmente i Quaderni, i quali, invece, vennero riorganizzati secondo esigenze di partito; gli studi però lo hanno rivelato ormai dalla fine degli anni Settanta. Gramsci lasciò la famiglia in Russia perché la moglie era russa e veda di non fare confusione: Gramsci torna in Italia poco dopo la morte di Lenin quando l’egemonia di Stalin e il conseguente terrore dittatoriale non si è ancora affermato.

  3. Federico Morelli ha detto:
    26 Aprile 2026 alle 21:59

    Ci si dimentica che Gramsci, tra la dittatura mussoliniana e lo stalinismo, scelse di tornare in Italia lasciando moglie e figli in Unione Sovietica. O mi sbaglio? Anche questa decisione presa dall’intellettuale sardo dovrebbe essere analizzata più attentamente. Un altro mistero: i Quaderni dal Carcere, vergati da Gramsci, furono nel dopoguerra sottoposti ad esame da parte di Togliatti prima che ne venisse autorizzata la pubblicazione. Quanto si legge è tutto ciò che Gramsci scrisse, o Togliatti ordinò degli omissis e qualche stravolgimento? Chissà se lo sapremo mai.

  4. giuseppe maria mulas ha detto:
    26 Aprile 2026 alle 21:22

    Druzhba rimetterà saggezza.

  5. angelo ha detto:
    26 Aprile 2026 alle 13:53

    “l’esercito russo procedeva con la deportazione di infanti e sventrava i condomini a Kyiv, Odessa e Kharkiv”? ma no! si tratta solo di ricostruzioni faziose, ha ragione D’Orsi (neo alesiano – o alesese?): i bambini ucraini li stanno portando in gita scolastica e i condomini, gli ospedali, le stazioni, sono gli stessi ucraini che se li stanno facendo esplodere per dare vita a una fase di ricostruzione architettonica degna del loro nazismo (chissà quanti forni crematori ci sono mascherati da cliniche pediatriche!)
    Navalnyj nessuno l’ha avvelenato, più realisticamente aveva solo esagerato col digestivo Antonetto, e alla fine è morto per semplice mancanza di respiro
    Putin è un benefattore dell’umanità (non solo russa) alla pari di Donaltram e di Big Ben Netanyau (beni beni coddaus chi dus agatinti)

  6. Mundicu ha detto:
    26 Aprile 2026 alle 10:23

    Buongiorno,
    grazie infinite Paolo prof. Maninchedda di queste grandi testimonianze, questo articolo è un vero plauso alla Verità (con la V)…quanta ignoranza c’è ancora da combattere in questa società di cui tanti, troppi hanno gli occhi chiusi davanti alle Verità che ci hai espresso e messo davanti agli occhi…

  7. Mario Pudhu ha detto:
    26 Aprile 2026 alle 08:34

    … Si teniant unu mìnimu de dignidadi, is amministradoris de Ales iant a revocai, istorrai currendi sa citadinàntzia onorària a custu “Angelo” d’Orsi.
    Giai est umanu a isbagliai. Ma a no si curregi est disumanu, antzis nant chi est diabbólicu.
    Po su chi pertocat a Antoni Gramsci, is picistas italosardus dh’ant fatu a santu e arrimau in d-unu niciu a pigai pruini, bellu po pigai finantziamentus de sa R.A..S in nòmini suu.

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