O si ama e si lotta o si perde

5 aprile 2017 07:372 commentiViews: 509

di Paolo Maninchedda
Ciclicamente i sardi si scontrano con l’Anas.
Personalmente sono in competizione permanente; non ciclica, permanente.
Mi chiedo però se il rapporto tra i sardi e l’Anas non sia emblematico di un modo di essere della cultura politica sarda, quel modo di essere che io definisco ‘autonomista’ e che è un fatto sì culturale, ma anche emotivo, simbolico e di conseguenza politico.
L’altro giorno Franciscu Sedda, nel corso di un seminario con i colleghi universitari corsi, che si è svolto nell’aula magna dell’Università di Cagliari, ha raccontato un piccolo aneddoto. In occasione di una rievocazione in piazza della battaglia di Sanluri, svoltasi il 30 giugno 1409 tra i catalani e i sardo-arborensi, gli attori ergevano le bandiere degli eserciti contrapposti. I catalano aragonesi avevano i quattro mori e i pali giallorossi, i sardi l’albero verde in campo bianco dell’Arborea. Franciscu ha raccontato che gli si avvicinò una signora di Sanluri che, incerta su chi tifare andò a istinto e disse: «Ben fatto a questi maledetti oristanesi».
Quando all’inizio della legislatura proposi la costituzione di una società sarda delle costruzioni, l’idea venne bocciata pressoché da tutte le forze politiche, in ragione della necessità di contenere l’espansione ideologica e politica dell’oristanese Maninchedda. Ogni giorno i sardi che amano la Sardegna vivono la loro piccola Sanluri.
La Sanluri delle strade, lo dico per i tanti che nel 1409 avrebbero tifato per i quattro mori senza sapere che cosa stavano facendo, vale 2 miliardi di euro, questo è il valore del portafoglio in pancia a Anas, la quale esige il dazio del 10% delle spese generali delle opere senza rendicontazione, semplicemente emettendo una fattura di pari importo. Quindi l’Anas ‘guadagna’ dal portafoglio Sardegna 200 milioni di euro, che avrebbero (e ancora possono, se solo lo si volesse) potuto tranquillamente alimentare una società sarda delle progettazioni e dei lavori che avrebbe lo scopo di bandire le gare e curare gli interventi, con la competenza di poter agire anche in regime d’urgenza (come sempre più spesso accade).
Non mi sento avversario di nessun sardo: il presupposto per cambiare il nostro destino deve essere un presupposto paziente e amorevole. Il pensiero autonomistico ha spostato il dovere dei vincoli di solidarietà e di reciproco soccorso dal loro naturale oggetto, i sardi e la Sardegna, verso l’Italia, legittimando la convivenza del localismo più sfrenato (basti ricordare i toni del dibattito sulle aree metropolitane in Sardegna o l’attuale querelle in corso sulla sede dell’autorità portuale – una vera e immotivata incompiuta istituzionale – che è una solenne fesseria, perché in Sardegna le autorità devono avere come sede tutta la Sardegna, doppie e triple sedi, non una) con l’identificazione più acritica con i simboli dell’integrazione con l’Italia e con l’Europa. L’autonomismo ha generato un sistema di confusioni, per cui oggi chi sventola i quattro mori vuole significare cose diversissime: li sventolano gli indipendentisti come pure i cossighiani, i tifosi dell’Inter e quelli del Cagliari, i fan di Nina Zilli e quelli dei Tazenda. Questo è l’effetto dell’autonomismo: l’uso confuso di simboli per dire che essere sardi è un modo dell’essere italiani, interisti, ninazilliani, tazendiani. Li sventola la Coldiretti, che però fa prevalere la sua bandiera gialla (quella che sulle navi segnalava le epidemie…..), la quale Coldiretti però sempre chiarisce che per lei i quattro mori sono un modo di vivere la bandiera gialla. Se si vieni educati per cinquant’anni in questo modo, è chiaro che si ritiene l’Anas più affidabile di qualsiasi bandiera sarda, di qualsiasi protesta sarda, o per lo meno si crede che l’Anas sia comunque un male minore rispetto alla possibilità che la sardegna direttamente e senza mediazioni possa rimediare a se stessa.
Che fare? Esattamente quello che si sta facendo: non si deve insultare e non si deve reagire a insulti, sputi, spintoni, complottini, polpette avvelenate, dossier ecc. ecc. Bisogna continuare a amare questa terra e a insegnare che è possibile viverci soccorrendosi reciprocamente e magari mandando al diavolo l’Anas.

2 Commenti

  • …se non mandare ANAS al diavolo, per lo meno, creare un organismo in “permanente competizione”.E i 200 mln cercare di reinvestirli in Sardegna!!

  • Ricercare quello che unisce anziché quello che divide sarebbe la buona politica della nostra Sardegna che tutti auspichiamo ma che dimentichiamo.In concreto.Una ridistribuzione degli uffici, ospedali etcc.sarebbe una ricucitura della economia e della cultura sarda impedendo la disgregazione dei territori.

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