Nazione: le radici morali dell’incompiuto

3 aprile 2013 07:333 commentiViews: 9

Siccome la legge finanziaria della Sardegna sta alla realtà secondo la stessa relazione che intercorre tra Guerre Stellari e la fisica nucleare, ho pensato bene di continuare a tediarvi con riflessioni meno ‘politiche’, o, più profondamente politiche. Io non so se mai avrò le forze per finire questo benedetto libro sull’indipendenza: lo avevo pensato come una raccolta di articoli già pubblicati; poi ho voluto premetterci un lavoro sull’idea di nazione dal 1948 in poi; poi mi sono incavolato come una iena quando ho visto volare gli stracci sulla Zona Franca; poi mi sono calmato pensando che in fin dei conti nessuno sta aspettando questo mio libro e che quindi me la potevo prendere comoda (ne avrò una decina di libri incompiuti, iniziati, quasi finiti, destinati alla ziminera, salvati dalle fiamme all’ultimo momento da mia moglie, ecc. ecc.). Nel mezzo di queste tempeste razional-incazat-inconcludent-storico-letterarie, ho riflettuto molto sulla malattia morale dell’Italia, quella su cui Gramsci ha scritto pagine importanti. Ma il mio cervello è poetico, non tassonomico, e che scherzo mi ha fatto? mi ha rifatto recitare a memoria (con qualche inciampo….) una poesia di Pasolini che, scritta per l’Italia, calza a pennello per la Sardegna. Vi si descrive mirabilmente l’irresponsabilità e la ferocia di un certo ceto medio italiano e sardo che è il vero freno a qualsiasi cambiamento profondo, ma non sa di esserlo, anzi si rappresenta come ceto virtuoso, innocente, legittimato alla vendetta perché le sue frustrazioni sono sempre colpa degli altri. Questa è la sede sociale che impedisce un profondo processo riformista, con la nascita di una grande partito nazionale sardo, con l’avvio di riforme profonde e dolorose, con gli investimenti in una scuola che da ‘facile’ deve diventare ‘giusta’ e ‘seria’, con la nascita di un credito nuovo, trasparente, che abbandoni il marcio che oggi caratterizza l’operato delle banche nell’Isola (vedere che tutti parlano delle cariche nelle banche ma nessuno parla dell’operato delle banche la dice lunga).
Ecco la poesia, pubblicata nel 1961 e quindi un po’ datata nelle immagini (i casini, gli agrari, la brillantina – ma è bellissima l’immagine scelta per rappresentare l’ipocrisia, la brillantina in testa e i piedi sporchi, che è come dire le parole riformiste e le consuetudini conservatrici ecc. ecc.) ma ancora fresca nel descrivere l’irresponsabilità di una parte cospicua del ceto medio che, in Sardegna, protesta, si indigna, accusa, ma non accetta di assumersi responsabilità, di fare gli esami, di cambiare profondamente. Densissimi i versi “Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
/ proprio perché fosti cosciente, sei incosciente”, che denunciano l’abuso retorico della coscienza di sé, il riempire il presente di un passato enfatizzato (sotto il fascismo il passato era l’Impero, il Risorgimento; per i sardi semicolti di oggi, la Costante Resistenziale, Amsicora, Lussu, Gramsci ecc. ecc.) o di un cosmopolitismo di maniera, sempre pedagogico e omiletico, che nasconde stizza e vigliaccheria  (penso ai sardi istruiti che in Sardegna rimpiangono Oxford e a Oxford – perché marginali – rimpiangono, in silenzio, il piccolo ruolo da prinzipaleddos che avrebbero avuto in Sardegna ) per evitare l’assunzione piena di una rinnovata responsabilità:

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

3 Commenti

  • Silvia Lidia Fancello

    Caro Professore, non si stanchi mai di dircelo (quello che pensa), anche con le poesie. A chi mi sta vicino cerco sempre di far capire quanto sia importante non stancarsi di comunicare usando ogni mezzo.
    La poesia mi mancava, ma può essere un’idea.
    Un “hurrà” per la Sig.ra Maninchedda.
    Saluti

  • “Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti”
    “Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo”…
    Ma si và, libera il mondo e lasciaci liberi di decidere le nostre sorti!

  • Caro Paolo,
    la tua introduzione è bella, la poesia pessima (già per l’italia non azzecca, proprio in quegli anni, il fulcro del problema; e poi poesia niente, emozione zero). Applicarla alla Sardegna? Bah…. è meglio che non sprofondi, essa, in mare.
    Certo l’ Italia, se è per accontentare Pasolini….

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