Monumentali localismi: sulla debolezza degli intellettuali sardi

14 gennaio 2012 12:092 commentiViews: 94

storiaDevo fare una lunga premessa: spero che i lettori arrivino fino alla fine. Abbiate pazienza, sto invecchiando e mi piacciono più i fondisti dei velocisti.
Sta uscendo in libreria il prossimo numero del Bollettino di Studi Sardi, la rivista che dirigo insieme a Giovanni Lupinu. All’interno, diversi saggi linguistici di ottima fattura (oltre a un bellissimo articolo di Lupinu Ancora sull’ant. sardo beredalli/derredali; il primo serio studio linguistico sul Breve di Villa di Chiesa di Sara Ravani, Per la lingua del Breve di Villa di Chiesa, gli influssi del sardo, nel quale si introduce il concetto di ‘pisano coloniale’ come paradigma interpretativo delle modalità di reciproco influsso del sardo e del pisano;  Ancora sul futuro e il condizionale: casi particolari nella Sardegna centro-meridionale, di Simone Pisano il quale fornisce ulteriore documentazione al censimento già iniziato nel numero precedente della rivista), due dei quali faranno certamente discutere: Amministrazione e pubblico: comunicazione e scelte linguistiche in Sardegna, di Cristina Lavinio sulla Limba sarda Comuna, e Attualità e destino delle eteroglossie in Sardegna, di Fiorenzo Toso sulla distratta politica linguistica della Regione Sardegna sulle eteroglossie sarde, ‘trascurate’ da una politica troppo per il ‘sardo’ (ma, forse, occorre chiedersi come potrebbe essere diversamente?). Non mancano importanti contributi di critica letteraria (che in Italia è una disciplina collaterale della politica): La comunicazione linguistica e letteraria dei Sardi: dal Medioevo alla ‘fusione perfetta’, di Dino Manca; Giuseppe Biasi polemista in difesa degli artisti sardi, di Giambernardo Piroddi; Appunti sullo stile di Marcello Fois: i romanzi di Bustianu, di Maria Rita Fadda; Ancora sul futuro e il condizionale: casi particolari nella Sardegna centro-meridionale, di Simone Pisano. Per il prossimo numero proporrò a Giovanni e al Comitato scientifico di chiedere a Momo Zucca di scrivere un corposo articolo su quanto sta scrivendo in questi anni sulle epigrafi preistoriche, perché delle due l’una: o Sanna ha ragione e allora deve finire l’ostracismo accademico che lo colpisce; o ha torto e allora bisogna fare onestamente chiarezza. Ma far finta di niente è sbagliato. Adesso veniamo a noi. Per ultime, nel numero della rivista in libreria, ci sono due recensioni: una del prof. Raimondo Turtas (da noi tutti venerato perché sa veramente tante cose e non se le tiene per sé e perché fa un risotto buonissimo) e un’altra recensione scritta da me.
Turtas si occupa della monumentale storia dell’Università di Sassari recentemente pubblicata in due volumoni, con cofanetto (il diminutivo non rende l’idea), curata da Antonello Mattone e molto ben diffusa dall’Ateneo sassarese (A proposito di una nuova Storia dell’Università di Sassari). Io mi occupo di una nuova traduzione della Carta de Logu realizzata dal prof. Francesco Cesare Casula (Su una nuova traduzione della Carta de Logu di F.C. Casula).
Cosa hanno in comune le due opere recensite? Prima evidenziamo le differenze: l’opera curata da Mattone è un’opera seria, frutto di uno sforzo non banale di focalizzazione e puntualizzazione della storia dell’Ateneo sassarese, che ha nella parte dall’età sabauda in poi livelli di indubbia eccellenza: meno curata e caratterizzata da errori la parte relativa all’epoca spagnola. Quella di Casula è sostanzialmente un aggiornamento della sua  traduzione    della Carta de Logu, fatta nel 1991, non priva di aspetti più che discutibili.
Che cosa hanno in comune queste due opere? Lo dico con le parole di Turtas: “Come si vede, buona parte delle osservazioni precedenti sono relative a inesattezze che sembrano causate da un eccessivo ‘amor di patria’ dell’autore, che in quest’opera fa capolino fin dalle prime pagine”. La Patria, in questo caso è Sassari, tanto amata al punto da continuare ad affermare che essa sarebbe stata fondata nel 1562 “quando [in quell’anno] invece si diede avvio solo alle classi di grammatica, umanità e retorica, l’equivalente delle nostre medie inferiori”. Perché questo inutile orgoglio municipale che porta autorevoli studiosi a scivolare su errori talvolta ridicoli?
Stesso discorso, con aggravanti, vale per Casula, che continua a dispetto di studi, carte, contributi di altri studiosi, ad affermare che il manoscritto della Carta de Logu conservato presso la Biblioteca Universitaria di Cagliari è mutilo e troppo povero per essere latore del glorioso e imperituro testo della ‘statualità’ arborense; a includere nel Codice rurale di Mariano d’Arborea il capitolo su “Del fare le fiche”, o a dipendere dagli errori della peggiore delle edizioni, quella di Mameli de’ Mannelli. In fin dei conti Casula fa tutto questo, anche lui, per amor di patria, dove ‘patria’ vale ‘Arborea’, intesa ovviamente come culla del regno d’Italia.
Il tema politico è dunque questo: perché dire balle per ‘tener gloriosa la patria’? Perché si è politicamente deboli; perché si esalta il luogo di appartenenza per un duplice scopo (segno di una inesauribile frustrazione culturale): essere grandi in casa a dispetto delle cose ma alimentando i desideri di gloria ed essere riconosciuti, per questa piccola gloria, all’esterno, dai Grandi del Continente (sia peninsulare che europeo).  Siamo ancora all’intellettuale sardo che vuole l’onore in casa come sacerdote delle glorie patrie, con l’ambizione però di essere anche un ricercatore  ‘moderno’ e ‘scientifico’ per essere ammesso nei salotti italiani e europei. Io vedo in questi atteggiamenti il retaggio della piccola nobiltà rurale di epoca ispanica ossessionata dagli impieghi e dagli onori. Vedo un eco del garibaldinismo italico, tutto retorica ed enfasi tribunizia. Vedo un discorso politico debole incardinato su un discorso scientifico contraffatto. Vedo un permanere di echi gentiliani (il cui veicolo nell’intellettualità è il sacro Pigliaru, sul quale si è esercitata più l’agiografia della critica) e di confusione del  discorso filosofico, politico e storico che francamente stanno ritardando l’emancipazione della storiografia sarda dall’obbligo di giustificare le ambizioni del presente. Nessun programma politico ha bisogno della storia, semmai ha necessità di competenza, chiarezza di lettura della realtà, strategia, cultura, consenso, radicamento sociale, fiducia. L’idea che dalla storia discenda di necessità il futuro auspicabile è un retaggio risorgimentale di cui personalmente ho le tasche piene.

2 Commenti

  • Totalmente condivisibile soprattutto nelle conclusioni

  • Mario Pudhu

    Maninchedda, resone a ndhe zúghere «le tasche piene»! Deo no ndh’isco si sas curpas sunt de su «retaggio della piccola nobiltà» dae su tempus de su domíniu ispagnolu, o de su «garibaldinismo italico». Ma de seguru sos “intellettuali sardi” no bident mancu su cadhu presu, ite mi siat s’istória o su «discorso scientifico». Unu connadu meu, chi de pisedhu de set’annos fit òrfanu de babbu, at fatu solu sa segundha elementare e deretu at fatu su pastoredhu a teracu anzenu fintzas a candho a vint’annos at emigradu in Frància e poi in Bélgiu inue at fatu su minadore unos vinti chimbe annos in sas minieras de carbone, mi narat sempre chi foras de sa Sardigna sos Sardos si faghent cherrer bene meda, faghent totue bella frigura, ma chi torrados in Sardigna sunt, pro la nàrrere a campidanesa, acallonaus, no paret mancu sa Sardigna chi nos faghet a sardos! E deo, chi puru no apo emigradu (fintzas si s’opinione mia podet contare prus pagu) ma zuto (custu puru nadu a sa campidanesa) is figaus unfraus si pesso a sos “politici” e a sos “intellettuali”, e a cust’úrtima categoria de genti iscallada li apo dedicadu una ‘poesia’ (mi est bénnidu a conca lezindhe in d-unu giornale s’artículu de unu ‘intellettuale’) e no tio ischire nàrrere meda de prus si no chi depimus cambiare e currindhe puru, ca neune est unu fóssile:

    Calaveras intelletualis

    Ma lah ca is Sardus seus saborius,
    Comenti Conca Manna s’at pentzau:
    Seus butàriga totu e cannonau,
    Prus bonus puru fintzes iscundius!

    E ita sonu chi feus! Conca Manna
    S’at fatu a launedhas, no a perra
    Ma prenas, sardus de mari e de terra
    Bellus a fai sempri sonu ’e canna.

    S’identidadi nosta est de papai!…
    De is grandus ciorbedhus regionalis
    Is calaveras intelletualis,
    Difatis, in Sardigna ant a abarrai.

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