Maninchedda risponde a Luciano Uras sullo stato della spesa (e non solo)

10 maggio 2010 14:414 commentiViews: 14

132Egregio Onorevole Luciano Uras,
riscontro la Sua dell’8 maggio u.s. rappresentandole quanto segue.
Con nota protocollo n. 4843 del 26 aprile u.s. (Allegato 1), ho chiesto alla Ragioneria la trasmissione dello stato aggiornato dell’entrata e della spesa relativo sia al trascorso eser-cizio 2009 che a quello corrente 2010. Al momento, mi è stato inviato, come previsto all’art. 58, comma 7, della legge regionale di contabilità, lo stato di attuazione della spesa concernente il primo quadrimestre 2010 (Allegato 2). I dati concernenti l’esercizio 2009, invece, saranno trasmessi a giorni.
Come può facilmente constatare, a fronte di un totale in conto competenza e conto resi-dui, che supera i 17 Miliardi e mezzo di euro, i pagamenti sono di poco superiori ai 2 Mi-liardi e 300 milioni.
Il dato non risulta più confortante se anche si elimina dallo stanziamento finale della competenza il valore presunto del disavanzo al 31 dicembre 2009, pari a 1 miliardo e 800 milioni. Certo, si può invocare l’effetto distorsivo del Patto di stabilità, ma esso era cer-tamente prevedibile e gestibile. Spiace constatare al riguardo che le mie forti preoccupa-zioni manifestate sin dall’inizio della legislatura sull’ingente mole di residui e sull’urgenza di una riforma severa della Legge di contabilità, abbiano suscitato, a suo tempo, facili ironie o inutili polemiche.
Siamo di fronte all’ennesima conferma dell’immobilismo della macchina amministrativa regionale.
Personalmente non sono disponibile a far finta di niente, cioè a rassegnarmi all’inefficienza. Ma le confesso di vivere in uno stato di forte tensione morale ed emotiva per il clima culturale e politico che stiamo subendo.
Il sistema politico e amministrativo della Sardegna sta ignorando quanto è accaduto negli ultimi giorni.
La crisi dell’Euro e le misure restrittive che gli Stati dell’Unione Europea saranno chia-mati ad attuare avranno una conseguenza immediata sul futuro prossimo della nostra Iso-la: la crisi in atto diventerà rapidamente più acuta.
Non sono tempi da ordinaria amministrazione.
Non sono tempi da cattive abitudini amministrative.
Bisogna urgentemente affrontare la verità delle cose: le entrate iscritte nel bilancio di pre-visione 2010 potrebbero rilevarsi non pienamente rispondenti a quelle che effettivamente verranno accertate alla chiusura dell’esercizio. Il Governo, infatti, a fronte della gravis-sima crisi finanziaria in atto, potrebbe essere portato a disattendere gli accordi presi nel 2006, indeboliti peraltro dalla mancata approvazione delle norme di attuazione del nuovo articolo 8. Sul fronte della spesa, attesi i limitati margini di manovra che la stessa offre in termini di impegni e pagamenti, ritengo occorra indirizzare la medesima prevalentemente nei settori della conoscenza, dello sviluppo di impresa e dell’welfare, rinviando tutto il resto ad altre e più rosee circostanze.
Serve coraggio e coesione.
Servono forze politiche disponibili non al galleggiamento, ma alla navigazione.
Serve una manovra politica e finanziaria urgente, capace di fronteggiare l’ulteriore acuir-si della crisi in atto.
Credo che tutti noi stiamo sperimentando, in questa campagna elettorale, quanto giusta-mente la gente sia interessata al pane e al lavoro e quanto poco sia coinvolta dalla compe-tizione tra i partiti. E’ il segnale di una sofferenza dei redditi e dei diritti di tali propor-zioni da rendere immorale la logica cinica del tirare a campare o la logica salottiera del sostituire l’urgenza dei problemi sociali con le polemiche personali su questo o quel politico.
I sardi guardano a noi come ai rappresentanti di una nazione che ha tragicamente fame.
Dinanzi ad un bisogno di lavoro, di denaro, di istruzione e di servizi così alto, le divisioni tra i partiti su aspetti marginali o soltanto legati alla competizione per il potere, appaiono ignobili.
Occorre una sessione di lavori consiliari pragmatica, riformista, innovativa, fortemente orientata su scuola, impresa e welfare.
Occorre da parte nostra uno sforzo inedito, originale, capace di sovvertire ogni conven-zionalità politica e di dare un vero segnale di capacità, di responsabilità, di efficienza e di fraternità.
La Commissione Bilancio può essere il piccolo starter di questo processo, anziché diveni-re banalmente il luogo della verifica asettica della crisi e dello sfinimento della nostra Sardegna, narcotizzata dall’inconsapevolezza della sua situazione reale. Se questo sarà l’orientamento dei commissari, non mancherà certamente il mio apporto.
Con la stima di sempre
– Paolo Maninchedda –

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4 Commenti

  • Da ex dirigente di un ente strumentale, ritengo che la ragione della mancata spendita dei fondi regionali sia da imputare all’apparato burocrati della macchina regionale.
    Senza colpevolizzare nessuno a priori, ritengo che i dirigenti regionali possano e debbano essere chiamati in causa ciascuno personalmete per rispondere, magari per iscritto, ad due semplici quesiti: quali motivazioni adduce alla mancata spendita dei fondi della misura affidata al suo servizio, e quali rimedi suggerisce.
    Avremo due tipi di risposta:
    1) alcuni dirigenti si limiteranno a risposte generiche individuando le cause al di fuori delle proprie competenze;
    2) altri, ritengo la maggior parte, indicheranno con precisione gli ostacoli che si quotidianamente impediscono lo svolgimento regolare e spedito della loro azione, ed indicheranno possibili soluzioni.
    Sono convinto che i risultati di una simile inchiesta potrebbero essere addiritura sorprendenti, ed in ogni caso molto utili per il legislatore.
    Ricordiamoci che i problemi si affrontano e si risolvono non con voli pindarici e teorie sui massimi sistemi, ma mettendo a nudo le radici dalla base, e la base dell’apparato regionale sono i dirigenti, senza dimenticare la funzione importantissima dei direttori generali, vere cinghie di trasmissione tra la volontà politica e l’apparato operativo.

  • Ecco la risposta di Luciano Uras:

    Consiglio regionale della Sardegna
    XIV legislatura

    Gruppo Comunisti, la Sinistra Sarda, Rosso Mori

    Al Presidente della III Commissione Consiliare Permanente

    SEDE

    Oggetto: Blocco Amministrativo e della spesa pubblica regionale.

    Signor Presidente,
    ringrazio per la risposta.

    I dati trasmessi dalla Ragioneria generale alla Sua attenzione e che, a seguito della mia dell’8 di maggio scorso, ha ritenuto di dovermi trasmettere con apprezzabile tempestività ci danno un quadro veramente preoccupante, se non disperante, dell’utilizzo che la Regione fa delle proprie disponibilità.

    Penso anch’io che serva coraggio e coesione, ma anche forze politiche che rigettino le vecchie e personalistiche pratiche speculative della polemica politica. Che rigettino una politica concentrata a confermare se stessa, ad acquisire qualche frammento di percentuale di consenso in più. La nave rischia di affondare e l’equipaggio è impegnato a lucidare gli ottoni. Altro che galleggiamento.

    Io non ci sto.

    I dati sulla spesa regionale sono terribili. Peraltro, anche annunciati. Il nostro sistema sociale ed economico non può tollerarli, soprattutto oggi di fronte alla crisi epocale che investe l’Europa e l’intero Occidente industrializzato e che si abbatte nei confronti di realtà deboli e arretrate come quella sarda con la forza devastante di un uragano.

    Del Bilancio 2010 su 9 miliardi e 800 milioni (competenze)si sono spesi solo 1.324 milioni, con meno di 2,5 miliardi di impegni adottati. E questo nonostante la tempestiva approvazione della manovra finanziaria entro lo scorso 31 dicembre.

    Sul conto residui di 7 miliardi e 800 milioni, che sostanzialmente dovrebbero riferirsi a obbligazioni giuridicamente perfezionate e ad impegni legittimamente adottati, si è speso ancora di meno, circa un miliardo.

    A favore della strategia della conoscenza, dove sono ricomprese l’istruzione e il lavoro, abbiamo speso la gran cifra di 16 milioni di euro; per ambiente e salvaguardia del territorio 64 milioni, per i sistemi produttivi meno di 22 milioni, mentre per la sanità e l’organizzazione amministrativo burocratica oltre 1 miliardo e 100 milioni.

    Non solo poca spesa ma anche male assortita.

    Allora di quale eccesso di spesa pubblica si parla? Di quale indebitamento reale? Di quale insufficienza di risorse finanziarie, per affrontare i temi della crisi dell’occupazione e della disoccupazione crescente, soprattutto giovanile e femminile? Del diffondersi di nuove e vecchie povertà?

    Avevamo la sensazione, signor Presidente, che la spesa andasse a rilento. Purtroppo invece è assolutamente bloccata. L’apparato amministrativo immobile non si preoccupa affatto della comunità che deve servire, così ponendo le basi per la sua stessa dissoluzione.

    Oggi, sento, ancora di più, il dovere di rilanciare con forza tre questioni:

    1) la immediata costituzione della commissione di inchiesta, per la quale già si è espresso unanimemente il Consiglio Regionale, sulla mancata applicazione delle leggi regionali, in particolare di quelle finanziarie e di spesa, al fine di individuare le ragioni dell’anomalia amministrativa, verificare se vi siano motivazioni di ordine tecnico e/o organizzativo, se si siano determinate violazioni di legge e se vi siano specifiche responsabilità gestionali;

    2) sviluppare la discussione sul progetto di legge collegato come si trattasse di un provvedimento di emergenza, per il potenziamento e l’accelerazione della spesa, finalizzando la stessa spesa, prioritariamente, ad affrontare la crisi produttiva e occupazionale. Non rinunciando, inoltre, ad introdurre modalità operative e sistemi automatici di pulizia del bilancio da improbabili promesse che alimentano i residui;

    3) l’avvio di una interlocuzione istituzionale e politica con lo Stato e l’Unione Europea, che coinvolga l’Assemblea Consiliare, per la ridefinizione di procedure e limiti per la Sardegna del patto di stabilità e crescita.

    Per le ragioni sopra esposte, Signor Presidente, Le chiedo di valutare l’urgenza di una specifica riunione della Commissione

    Con stima,

    Cagliari 10 maggio 2010

    Il Presidente del Gruppo
    Luciano Uras

  • PARTE IL FEDERALISMO FISCALE.

    Per chi Volesse leggere di federalismo fiscale, Riporto quanto pubblicato su sito Affaritaliani.it oggi

    Salvo colpi di scena, entro la fine di questa settimana ci sarà il via libera da parte della Commissione Bicamerale presieduta da Enrico La Loggia al federalismo demaniale, il primo passo per l’attuazione concreta della riforma federale del fisco.

    “Molto soddisfacente il lavoro svoltosi in Commissione, durante il quale si è proceduto con la conclusione dell’audizione del ministro Calderoli”. Così Enrico La Loggia, presidente della Commissione Parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale. “Particolarmente significativa l’intenzione manifestata dal ministro in ordine alla nostra proposta, condivisa dall’intera Commissione, di destinare all’abbattimento del debito pubblico i proventi derivanti dalla valorizzazione dei beni trasferiti dal patrimonio dello Stato agli enti territoriali”, aggiunge La Loggia.

    L’INCHIESTA – Diecimila terreni, 9 mila fabbricati, 5 mila chilometri di spiagge, 234 corsi idrici, 69 laghi per un’estensione di 550 chilometri quadrati: diventeranno “federali”. Sono i 17.400 beni che ora appartengono allo Stato, è la prima spartizione: entro il 21 maggio passeranno alla gestione di Regioni, Province, Comuni e alle future città metropolitane.

    Il federalismo demaniale. Si chiama federalismo demaniale, ed è il primo passo reale della vecchia “devolution” avviata in Parlamento. Alla fine dello scorso anno, infatti, il Consiglio dei Ministri ha varato uno schema di decreto legislativo che si intitola appunto federalismo demaniale e che fissa i principi generali e le procedure per regolare il trasferimento di parti del patrimonio immobiliare dello Stato a favore degli enti territoriali. Il decreto legislativo del governo, ora all’esame del Parlamento, da approvare e trasformare in legge entro il 21 maggio, pur non contemplando la cessione dei beni storici e culturali del nostro Paese lascia aperta più di una questione.

    Le origini del Demanio. Partiamo dal principio. La materia oggetto del decreto del governo ha origini lontane. Il Codice civile del 1942, infatti, stabilisce che lidi, spiagge, porti, fiumi, laghi, acque pubbliche, miniere, aeroporti, beni storici, archeologici e artistici, ferrovie, grandi strade, acquedotti, caserme, foreste appartengano allo Stato e siano gestiti dal Demanio. Nel tempo però sono entrati in scena nella nuova Costituzione anche gli enti territoriali: Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane, parte integrante dello Stato, con il loro diritto a gestire una parte del patrimonio pubblico.

    Idea di base: la “valorizzazione” dei beni. Il passaggio dei beni a questi enti territoriali avverrà gratuitamente e l’idea cardine alla base del decreto è quella di “valorizzare” tali beni, sui quali ora lo Stato guadagnerebbe davvero poco. La ragioneria dello Stato, infatti, ha spiegato che il patrimonio statale vale 46,823 miliardi di euro ma ne frutta appena 189 milioni l’anno: il demanio marittimo rende allo Stato 97 milioni di euro l’anno, cioè 190 euro per ogni 100 metri di spiaggia, le miniere fruttano 347 mila euro, mentre dai canoni di concessione per l’uso delle acque pubbliche si ricavano appena 2,7 milioni.

    Per quanto riguarda le spiagge, ad esempio, le Regioni hanno la competenza legislativa sul turismo, ma i canoni demaniali li riscuote lo Stato, così oggi i Governatori non sono spinti in alcun modo a legiferare sulla materia.

    Nell’ambito del federalismo demaniale – rende noto inoltre la Ragioneria – il patrimonio trasferibile e’ pari a 2,975 miliardi, in quanto il resto e’ indisponibile o demanio storico-artistico che e’ trasferibile solo a determinate condizioni.

    Una quota “irrisoria” del patrimonio pubblico. L’operazione riguarderà dunque una «quota irrisoria» del patrimonio pubblico, fa sapere il direttore dell’Agenzia del Demanio, Maurizio Prato. Un patrimonio pubblico per lo più sconosciuto, se si pensa che il termine concesso a tutte le amministrazioni per comunicare i beni posseduti scadeva il 31 marzo scorso, ma la conclusione di queste comunicazioni è ancora molto lontana.

    Il primo decreto attuativo del federalismo fiscale potrebbe valere solo 5,5 miliardi di euro secondo il Demanio. Prato, infatti, ha dichiarato nei giorni scorsi che, sebbene «non è dato conoscere preventivamente l’entità quantitativa dei beni di proprietà dello Stato che saranno concretamente incisi dall’operazione», difficilmente la somma potrà superare i 5 miliardi.

    Per Calderoli: “Tanti i beni da riutilizzare”. In disaccordo sulle cifre fornite da Prato il ministro per la semplificazione normativa, Roberto Calderoli. «Il patrimonio demaniale – ha dichiarato il politico leghista – è una cosa, ma ci sono tanti altri beni che non fanno parte di questo patrimonio». Tra questi i fiumi, che solo teoricamente non valgono nulla ma che potrebbero essere dati agli enti locali e da questi girati in concessione ai produttori di energia elettrica. Oppure gli edifici che le amministrazioni statali hanno in uso ma non utilizzano e che verrebbero riconvertiti e utilizzati.

    A chi andranno i beni demaniali. Ma al di là dei numeri, i dubbi e le questioni aperte dal federalismo demaniale restano tante: prima fra tutte il criterio con il quale i beni dello Stato dovranno essere trasferiti: non è chiaro se questi verranno ceduti alle Regioni e da queste alle loro province e comuni, come chiedono i governatori “pro regionalismo”, oppure dai comuni, come vorrebbero i sindaci fautori del “municipalismo”. Il testo portato in Parlamento prevede che lo Stato compili un elenco dei beni cedibili, che Regioni ed enti locali scelgano cosa prendersi e che l’attribuzione si faccia considerando le dimensioni territoriali, le funzioni esercitate e la capacità finanziaria degli enti che li domandano.

    La mappa dei beni tra Nord e Sud. Aperto anche il problema dell’equilibrio – o meglio disequilibrio – tra le diverse Regioni ed enti locali, da cui diventa sempre più chiaro il “peso” che il provvedimento potrà avere sulle finanze delle autonomie locali. La Corte dei Conti, in audizione alla Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale conferma che il valore dei beni che potrebbero essere trasferiti si aggira intorno ai 3 miliardi. Una cifra che il presidente della Corte, Tullio Lazzaro, definisce “relativamente limitato”. Si tratta, tra l’altro, spiega sempre Lazzaro, di un patrimonio “fortemente sperequato”, per quanto riguarda la distribuzione e il valore.

    I beni del nord valgono il doppio di quelli del sud. Dati alla mano, in effetti, se i circa 17.400 beni a disposizione sono distribuiti più o meno uniformemente sul nostro territorio, il loro valore indica un notevole gap tra settentrione e mezzogiorno. Si parla, infatti, di 1,3 miliardi al nord contro 756 milioni al sud.

    Il Lazio la fa da padrone, seguito dal Veneto. La prima regione del sud a comparire è la Campania al quarto posto, una delle 3 regioni del sud nelle prime 10. Di quei 3,2 miliardi di beni disponibili, infatti, un quarto sta in un’unica regione, il Lazio che, in base al trasferimento dei beni, potrebbe contare su 859.751 milioni. Si tratta del 27% del totale del valore trasferibile contro un peso in termini di popolazione residente del 9,4%. Un dato che salta agli occhi se paragonato, ad esempio, a quello della Lombardia dove è localizzato il 9,8% del valore dei beni trasferibili a fronte di un peso del 16% in termini di cittadinanza. Il Veneto (364 milioni) ne ha più della Lombardia (315) che però ha il doppio degli abitanti. Liguria e Marche hanno la stessa popolazione, ma la prima ha beni demaniali cinque volte superiori alla seconda (184 milioni contro 38).

    Una guerra tra poveri? Insomma, secondo la Corte dei Conti, nonostante il federalismo demaniale possa rappresentare un “volano” per la riqualificazione dei territori, la “dimensione ridotta dei ‘valori finanziari’ e la forte disomogeneità della distribuzione territoriale rischiano di rendere una distribuzione molto frazionata dei beni, in cui prevalga il solo criterio territoriale, poco produttiva”. Il federalismo demaniale, insomma, rischia di trasformarsi in una guerra tra poveri visto che, come abbiamo visto, dei 46,8 miliardi di patrimonio a disposizione il rendimento è appena di 189 milioni l’anno.

    L’opposizione. Le opposizioni, Pd in testa chiedono più chiarezza su costi e garanzie della coesione nazionale. “Nessuna tabella – attacca la segretaria del partito di Bersani – è finora arrivata nelle commissioni parlamentari competenti. In questo quadro è sconcertante che il ministro degli Interni Maroni minacci l’interruzione della legislatura se non verrà completato il federalismo fiscale”.

    Il debito pubblico. I nodi non mancano: altra questione spinosa è quella legata al debito pubblico italiano, in parte garantito da questi beni di cui ora lo Stato si priva. Lo Stato, infatti, è obbligato a usare i proventi delle sue dismissioni per la riduzione del debito pubblico, ma Regioni, Comuni e Province non hanno questo obbligo. C’è poi un ulteriore rischio: il decreto prevede la possibilità di attribuire i beni immobili direttamente a fondi immobiliari costituiti da enti territoriali a cui possono partecipare anche soggetti privati, con il pericolo di svendere il patrimonio immobiliare pubblico. Sarebbe dunque necessario da parte degli enti locali l’mposizione di vincoli alla destinazione d’uso di questi immobili.

    Il percorso della legge. Anche le scadenze relative al provvedimento sembrano essere troppo ravvicinate: la legge si deve fare entro il 21 maggio, data entro la quale ci sarà il secondo e definitivo passaggio a Palazzo Chigi. Quindi, entro 21 agosto tutte le amministrazioni pubbliche centrali dovranno dire quali immobili e terreni vogliono tenere per sè e motivare la loro decisione, a settembre l’Agenzia del demanio pubblicherà l’elenco dei beni disponibili.

    Una lista di massima il ministero dell’Economia già ce l’ha, su quella ha stimato i 3,2 miliardi di beni trasferibili. Quindi sarà il turno di regioni ed enti locali, che entro il 21 dicembre dovranno dire quali di quei beni vogliono prendere. Potrebbe quindi accadere che vi siano due diverse amministrazioni che richiedono il trasferimento dello stesso bene, ma in questo caso non è stabilito chi sarà l’effettivo beneficiario o se tra i due contendenti il bene rimarrà allo Stato.

    Dal 2011 entrano in scena i nuovi proprietari. A partire dal 21 gennaio 2o11 potranno essere varati i decreti per l’attribuzione ai nuovi proprietari. Nel caso tutto dovesse stare nei tempi, considerati “strettissimi” dalla stessa Agenzia del demanio che ha consigliato al governo di prevedere tempi più lunghi, il compito di fare in modo che tutto fili per il meglio sarà degli amministratori locali e le decisioni anche dei cittadini. Sindaci, governatori, presidenti di provincia dovranno indicare sui siti Internet dell’amministrazione cosa intendono fare con i beni ricevuti e la legge prevede che su questi progetti si possano indire delle consultazioni pubbliche, anche telematiche, tra i contribuenti.

    Il parere dei cittadini. I beni demaniali di proprietà degli enti territoriali “riconvertiti” ad esempio in alberghi o supermercati dovranno dunque passare al vaglio dei cittadini, che decideranno se approvare o meno l’idea e la “valorizzazione” di quei beni. Attenzione, però: le amministrazioni locali non sono obbligate a consultare i cittadini. Se lo faranno, quei beni non più statali saranno paradossalmente, per la prima volta, veramente dello Stato.

  • Una domanda: che idea si è fatta la redazione di S&L dell’affaire sull’eolico? Mi inquieta molto tutta la faccenda e anche qui pare nessuno abbia niente da dire a parte i soliti noti di Sardegna Democratica!

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