La provincia Autonoma di Bolzano ha riformato il proprio Statuto speciale.
La Sardegna, invece, continua a riformare i comunicati stampa.
È una differenza non solo politica, ma culturale. Da una parte, una classe dirigente che tratta l’autonomia come un ordinamento vivo, tecnico, negoziale, da aggiornare continuamente; dall’altra, un ceto politico che scambia le parole simboliche per strumenti di governo e i totem identitari per politica costituzionale.
Il 13 maggio 2026 il Senato ha approvato definitivamente la riforma dello Statuto del Trentino-Alto Adige/Südtirol, rafforzando competenze legislative esclusive, ampliando le materie autonome, ridefinendo i rapporti con lo Stato e recuperando spazi erosi negli anni dalla giurisprudenza costituzionale.
Non è stata un’operazione propagandistica: è stato il risultato di anni di lavoro tecnico, di una visione istituzionale condivisa e di una capacità negoziale esercitata con qualunque governo romano, di destra o di sinistra. Bolzano ha trattato con Meloni come prima ha trattato con Draghi o con Conte: perché chi possiede senso dello Stato (del proprio Stato, di ciò che la propria comunità avverte come Stato, non solo di quello nazionale italiano) distingue gli interessi permanenti del territorio dalle convenienze contingenti di partito.
La Sardegna, negli stessi anni, celebrava l’insularità in Costituzione come se fosse la conquista di un nuovo Statuto. Un’invenzione dei Riformatori assolutamente inutile sui cui valori si è proceduto con una sfacciata copiatura dei calcoli fatti dal Crenos. Un’operazione di plagio politico che solo una Sardegna ignorante poteva subire e acclamare. Applausi, retorica, mozioni, dichiarazioni solenni. Ma l’insularità, già presente come presupposto materiale nel vecchio Statuto, non trasferisce una sola competenza, non modifica un solo equilibrio istituzionale, non attribuisce un euro automatico, non rafforza l’autogoverno. È una clausola programmatica, non un ordinamento. E infatti oggi Bolzano ha nuove competenze costituzionalmente blindate; la Sardegna ha ancora i convegni sull’insularità.
Il paradosso è che la Giunta Solinas era guidata da un partito sardista. Ma il sardismo di Solinas è una forma avariata di centrismo, perché non crede minimamente che i Sardi siano fondamento di una sovranità originaria non delegata. Nessuna strategia statutaria, nessun tavolo permanente con lo Stato, nessuna elaborazione seria su potestà legislative, fiscalità, energia, continuità territoriale o rapporti finanziari. Solo la convinzione infantile della forza retorica di un sardismo inconcludente.
A ciò si aggiunge la patologia cronica del dibattito politico sardo: l’ideologismo. Alcune parole – “autodeterminazione”, “insularità”, “colonialismo”, “sovranità”, “indipendenza”- sono diventate reliquie lessicali davanti alle quali il pensiero critico si arresta. Guai a chiedere: “E concretamente?”. Il dibattito si paralizza in liturgie identitarie che non contemplano l’idea dello Stato sardo. La Sardegna ha bisogno di pensarsi Stato per migliorarsi, ma fare uno Stato serio, giusto, efficiente, non è cosa da poco. Lo slogan del Partito dei Sardi era “Facciamo lo Stato”. Ed era un bellissimo ed elitario slogan cui sono molto affezionato.
Infine, il riflesso più provinciale di tutti: l’idea, coltivata soprattutto dalla Sinistra sarda, che le riforme autonomistiche siano legittime e positive solo se proposte dalla sinistra e con governi italiani di sinistra.
Così, mentre Bolzano negoziava con chiunque governasse Roma, la Sardegna subordinava il proprio interesse storico alla natura e alla strategia delle coalizioni italiane. Siamo al colonialismo psicologico. Non autonomia, ma dipendenza politico-cognitiva dalla politica nazionale.
E infatti oggi Bolzano aggiorna lo Statuto. La Sardegna aggiorna gli slogan.

I riformatori con il principio dell’insularità hanno scoperto l’acqua calda!
La posizione geografica della Sardegna al centro del Mediterraneo, con il Porto Canale di Cagliari a 11 miglia marine dalla rotta Suez-Gibilterra è un handicap oppure è strategica?
La forte presenza militare in terra sarda mi suggerisce strategica.
Con i mezzi di trasporto di cui dispone il mondo contemporaneo, l’isolamento cessa di essere un problema.
Loro lo Statuto, noi gli slogan.
Loro valorizzano chi ha competenze tecniche, noi i parolai senza competenze ma con affiliazioni partitiche.
Loro vogliono norme giuridiche esecutive nero su bianco, noi pacche sulle spalle e qualche titolo di giornale.
Loro vogliono una autonomia sostanziale, noi posti di sottogoverno., prebende pubbliche e visibilità personale.
@Ariovisto. Come ha ragione! Purché non sia un sardo! L’ invidia è un terribile male e gli altri ne approfittano
Le tribù di quelle zone (dell’Alto Adige) diedero molto filo da torcere a Roma. Ci vollero due grandissimi generali (Tiberio e Druso) per assogettare quei territori. La differenza tra noi sardi e loro, e che noi siamo rimasti unentità composta da varie tribù, e loro, invece, sono divenuti una confederazione di popoli. Potrebbero, infatti, le tribù altoatesine divenute un insieme, consegnare la loro sanità ad uno “straniero”? Piazzare un capo di gabinetto (Solinas) lombardo (o Longobardo?)? Appaltare i lavori nelle nostre strade a dei bresciani? Avere un capo dipartimento Anas siciliano? Consegnare 1100 MGW di impianti FER ad SRL con residenza fiscale nella penisola? No.
La riforma dello Statuto, come da cronistoria evidenziata sia dal presente articolo sia dal link, è una cosa seria! Essa si sviluppa su argomentazioni ben definite e competenze da inquadrare nelle varie articolazioni, coinvolgendo sia gli organi costituzionali sia i governi di qualsivoglia colore siano. Finora mi sembra una rincorsa del tipo acchiappa-like, senza né arte né parte; un modus operandi fatto da chi finora non sa manco scrivere una legge che sia una, senza che essa non sia impugnata e/o rimandata al mittente. Non la vedo bene una riforma così importante affidata a personaggi protagonisti di vuoto cosmico e/o pneumatico nonché contaminati, soprattutto, dal virus dell’annuncite cronica. Puccigatz! P.s. A cantu parede anche la legge sul reddito di studio è stata rigettata per difetti costituzionali! Accudide!
Prof. se non ricordo male il presidente Comandini in una intervista alla TV Videolina disse ” abbiamo costituito il comitato per la riforma dello statuto e pensiamo di farlo entro la legislatura ” non si sa più niente e mi sa che non riesce a farla questa benedetta riforma
Egregio Andria, la differenza tra me e lei è nel presupposto e nell’analisi. Nel presupposto, perché da sempre sostengo che i Sardi siano fonte di una sovranità originaria, non delegata. Io non ho mai ragionato in termini di minoranza, ma di società che non dispone dei poteri necessari a sviluppare la sua libertà e i suoi diritti. Nell’analisi, perché lo Stato di cui parlo è quello che i Sardi avrebbero dovuto costruire nei secoli e non hanno mai fatto, per difetto di un’adeguata riflessione sul sistema dei poteri più adeguato a libertà e diritti. La Repubblica italiana è un accidente della storia sarda, non la sua origine né il suo destino.
Va bene, ma non è che le giunte precedenti a quella Solinas abbiano particolarmente brillato sul versante statutario (fatta eccezione per la legislatura Soru). Anzi, di quella Giunta occorre ricordare l’accordo con lo Stato in materia di finanza, il cui esito è probabilmente più il frutto della crisi legata al covid che il risultato delle abilità negoziali dei nostri rappresentanti.
Come ricorda correttamente lei, in tutta Europa l’insularità è una delle dimensioni intimamente connesse alla specialità, inedita invenzione dei costituenti repubblicani. Istituto invero criticato sul versante terminologico (cosa significa essere “speciali”?) ma di cui oggi nessuno è in grado ne giuridicamente ne culturalmente di disconoscerne il rango, in primo luogo – per l’appunto – “costituente”. A parte noi ovviamente.
L’articolo della Costituzione che traduce il significato di specialità però non è il 116 ma il 6, perché specialità significa politicamente soprattutto “minoranza”, così come “storica” è un sinonimo sostanziale di “nazionale”.
Ecco, il nostro ceto politico ha avuto per decenni una cultura autonomistica (che molti hanno giudicato, non certo positivamente, di mera “rivendicazione”) ma non delle minoranze. La specialità è un dato di fatto, l’autonomia un riconoscimento giuridico. Ed ecco perché l’insularità dei riformatori è una forma di autonomia dimezzata: perché la specialità di cui agli artt. 6 e 116 è una membrana originaria inviolabile a presidio della quale è posta l’autonomia, mentre la nuova “insularità” è un principio “isolato” la cuj concreta attuazione ricade nell’ambito competenziale innanzitutto statale. Spetta alla minoranza-comunità avere cura della propria specialità, pensarla in divenire e svilupparla secondo i bisogni che emergono in ogni momento al suo interno. Esser, in una sola parola, “costituente”. A tali fini, e solo per questi (non, ad esempio, per leggi di stabilità caratterizzate da interventi microsettoriali) spetta già alla medesima comunità pensare il modo di costituirsi in ordinamento.
Ciò premesso, “fare lo stato” è, a mio modesto avviso, uno slogan privo di contenuti, una contraddizione in termini. La specialità, come detto, presuppone già un ordinamento, ancorché minoritario, che per sua essenza non può essere oggetto di “dogmi” buoni una volta per tutte, ma proprio per le finalità cui è preposto subisce costantemente ripensamenti dinamici, continui adattamenti e aggiornamenti, come ben dimostra il caso Trentino, che però è un modello segnatamente “alpino” e non “insulare”.
La differenza sta tutta in quello che si fa nelle urne elettorali, loro da decenni pensano prima di votare… noi non abbastanza e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Egregio, fare il raffronto tra Sardegna e Trento -Bolzano è come paragonare il Real Madrid alla squadra della Parrocchia di San Giuliano a Selargius. La Sardegna è stata e sempre sarà una colonia che sa solo fare bla bla bla mentre gli altoatesini sono di origine crucca con radicato senso della realtà.
Che la buffonata dell’insularita’ fosse uno dei tanti bla bla bla era evidente (con buona pace del senatore Marco Meloni che, con sprezzo del ridicolo, anche pochi giorni fa ne rechiamava il principio, dimenticando che il suo PD è al governo della regione), che nell’isola ci siano solo nani e ballerine è altrettanto vero. Un’altra perla è la intemerata uscita del sindaco di Cagliari che di fronte alla vergogna di clandestini spacciatori (e altre amenità) richiama alla misericordia per coprire lo scempio di piazza del Carmine.
Ma dove crediamo di andare? Non ci resta che piangere. Saluti.
FACILE per i Trentini farsi gli Statuti come vogliono … da LORO i partiti itaGliani o non esistomo o contano poco e nulla . Fanno contorno. Ho dato un RAPIDO sguardo alla composizione del “parlamento” del TAA ( sorvolando sul fatto che trattasi di due Province Autonome che a ben voler guardare sono de facto due Regioni Autonone Federate … e già questo è tanta roba ) dove i partiti itaGlianisti contano poco ed hanno più un valore di testimonianza costituzionale e, di riflesso, leva politica dentro gli stessi partiti presenti nel parlanento itaGliano a Roma . In sintesi gli strizzano le palle ogni volta che al TAA serve qualche cosa …ed in cambio votano ogni coGlioneria itaGlianista basta che non li sfiori. Inoltre non ci sono inutili partiti itaGliani in TAA . E poi in TAA sono pochi anche gli ItaGliani … mentre gli italiani quelli in gamba sanno di viverr in un isola felice ….e fanno di tutto per lasciarla cosį. Noi invece in un isola circondata dal mare… però l abbiamo scritto in Costituzione .
La Sardegna non è ignorante. Lo è la sua dirigenza, che pensa al ‘particulare’. D’ altra parte se si marginalizzano le forze migliori cosa ci si può aspettare? Da queste diatribe infinite? Chi studia, propone, avverte dei rischi: questi sono utili.
Analisi ineccepibile come sempre Professore, ma io credo che la vera ragione sia insita nello spirito identitario che anima i due territori: sostanziale e pragmatico quello tirolese, folkloristico e subordinato quello sardo.