Elezioni, Politica

Per l’obiezione di coscienza natzionale

La campagna elettorale italiana è appena iniziata e già si sente forte il desiderio che finisca. Personalismi narcisisti, tatticismi esasperati, sparate assurde, abolizione di tutto e del contrario di tutto, paura del confronto, demonizzazione dell’altro e del diverso: la bella e intramontabile campagna elettorale all’italiana.

Basterebbe questo per capire perché il Partito dei Sardi ha chiamato i sardi, i singoli e le forze politiche, ad un’obiezione di coscienza nazionale sarda. Perché non ha senso, in quanto sardi, votarsi al gioco al massacro dell’italianità.

E invece il rischio è che ancora una volta la campagna elettorale italiana in Sardegna si trasformi nella versione aggiornata e sofisticata della Prima Guerra Mondiale: “Sardi! Armatevi, partite (e morite) per salvare ‘la Patria’!”.

Le campagne elettorali italiane sono sempre state un grande momento di formazione di classe dirigente italiana in Sardegna: il momento in cui si prova la fedeltà dei piccoli sardi verso lo Stato, verso i Governi, verso i partiti, verso i leader, verso i capibastone, verso tutti. Tranne che verso la Sardegna.

Se la politica, soprattutto in Italia, è la guerra continuata con altri mezzi, le elezioni italiane sono la trincea dei sardi, quella dove il futuro di tutti muore affinché pochi vengano “eletti”: salvati dalla prigione dell’isola misera, dalla triste “politica regionale”, per essere finalmente innalzati all’effervescente prestigio del “livello nazionale”.

Il sacrificio dei sardi, il sacrificio della Sardegna, fonda la loro inconsistente italianità: “Pro salvare sa Patria italiana, distrutta s’est sa Sardigna intrea”, cantava il soldato di ritorno dal Carso. Ma ben pochi hanno udito o capito il messaggio.

Che fare, dunque, per sfuggire all’ennesimo sacrificio degli interessi nazionali della Sardegna? Il Partito dei Sardi aveva proposto ad una parte della classe dirigente autonomista di giocare una nuova partita, secondo altre regole, nutrita da un diverso mandato: una partita fatta non di promesse italiane ma di impegni sardi. Una partita che rompesse la maledizione di una classe dirigente votata al sacrificio degli interessi dei sardi per il compimento dell’Italia. Una partita che con un po’ di creatività e di coraggio, mettendo nero su bianco obbiettivi chiari, portasse al Parlamento italiano una pattuglia di sardi agguerriti, immunizzati dalla sindrome del governo amico, decisi a far valere l’impegno preso con i sardi, determinati a non buttar giù la Sardegna dalla torre ogni volta che l’interesse di questa terra confligge (e capita ogni santo giorno) con quello dell’Italia.

I tempi non si sono rivelati maturi.

A questo punto sarebbe interessante cogliere il momento per fare quello che – certamente anche per nostri limiti – non si è riusciti a far prima, nonostante gli appelli pubblici e le interlocuzioni private: creare una convergenza nazionale che coinvolgesse tutti i partiti sardi – ma proprio tutti, tranne violenti, razzisti e fascisti – su un fatto realmente nuovo, realmente natzionale.

Ma come? Sconfiggendo il morbo dell’italianità: anteponendo ai personalismi narcisisti la generosità individuale, al tatticismo esasperato una visione aperta e collettiva, ai seggi sicuri l’impegno per i sardi, alla fuga dal confronto il coraggio dell’incontro, alla demonizzazione o all’irrisione di chi fa le cose diversamente il coraggio di confrontarsi sul merito delle azioni e delle scelte, alla retorica dell’unità la pratica della condivisione, al comodo isolazionismo la fatica della fraternizzazione.

Perché non è sparando sui sardi a nome dei sardi – invece che a nome dell’Italia – che si supera la logica distruttiva della violenza, della conflittualità, della disunità.

Un’obiezione è tale se è radicalmente diversa dalla logica a cui vuole obbiettare.

Su questo, su un indipendentismo capace di essere diverso, di costruire per davvero un nuovo Paese attraverso sentimenti amorevoli e una visione di governo, noi del Partito dei Sardi c’eravamo, ci siamo e ci saremo.

I tempi sono dunque maturi per una radicale obiezione di coscienza natzionale? Noi del Partito dei Sardi, lo ripeto, siamo pronti alla sfida. La risposta però non può che essere collettiva. Alle altre forze sarde il compito di dimostrare che hanno davvero voglia di sedersi con noi, tutti insieme, ad un tavolo.

Franciscu Sedda 
Presidente Nazionale Partito dei Sardi