L’intervento di Christian Solinas sulla mozione per l’indipendenza: per non dimenticare le porcate industriali

26 settembre 2010 08:2914 commentiViews: 25

020

Grazie Presidente, On.le Presidente della Regione, Signori Assessori, On.li Colleghe e Colleghi Consiglieri,
esiste un momento nel percorso esistenziale di un Popolo e di una Nazione in cui la Storia cessa di essere narrazione per divenire azione. Un tempo in cui la Storia ci chiama ad una scelta – impegnativa e responsabile – tra chi la subisce e chi – pur nell’umile consapevolezza dei propri limiti – la fa e la scrive. Noi Sardisti la nostra scelta l’abbiamo fatta da tempo, fin da quel lontano aprile del 1921 – quando ad Oristano nacque ufficialmente il Partito – e, prima ancora, come sardi combattenti, che assumevano consapevolezza di sé, delle proprie radici, della propria lingua e della propria terra nelle trincee del Carso, del Monte Sabotino, del Monte Zebio, dell’Altipiano di Asiago. Noi siamo gli eredi del combattentismo reduce della prima grande guerra, la nostra bandiera è listata a lutto perché su di essa e con essa migliaia di giovani inconsapevoli hanno perso la propria vita per soddisfare la causa savoiarda dell’unità geografica della penisola italiana. Ed è proprio per questo, per il sangue che è costata alla Sardegna questa utopia che noi, prima e più di tutti, non proviamo vergogna ed abbiamo buon diritto di riportare finalmente in quest’Aula – nella massima Assemblea rappresentativa del Popolo Sardo – questa parola sopita per secoli nelle coscienze ma che riprende quotidianamente, ineludibilmente vigore tra la gente, i giovani, gli intellettuali e finanche alcuni economisti: INDIPENDENZA! INDIPENDENZA! INDIPENDENZA! Di questo crescente sentimento popolare vogliamo essere interpreti fieri ed autentici, senza infingimenti e senza le infinite aggettivazioni della politica politicante, aggettivazioni che sterilizzano i concetti, i sentimenti, i sogni: li rendono tendenziali fino a diluirli in un linguaggio incomprensibile e senza prospettiva. Sia chiaro. Noi non siamo per il regionalismo, non siamo per il decentramento, non siamo per l’autonomia – né speciale né al limite – Noi non siamo per nessuna sua declinazione delle infinite possibili: fiscale, solidale, perequativo, regionale,… Non ci interessa la retorica del nominalismo, che affascina con termini roboanti per i quali però non v’è riscontro sul piano della concretezza. Noi ci proponiamo, attraverso l’azione politica, di affermare la sovranità del popolo sardo sul proprio territorio e di condurre la Sardegna all’indipendenza. Accolgo l’appassionato intervento di ieri del collega Vargiu perchè questa sessione di lavori consiliari non sia un’occasione mancata nonostante l’aula si trascini un po’ distratta e manchi forse la dovuta attenzione da parte dell’opinione pubblica su queste giornate. Il rischio, concreto, è che la vastità degli argomenti – ben 10 mozioni ed 1 risoluzione – , esaltando la diversificata gamma di sensibilità all’interno dell’Aula conduca infine ad una discussione esteticamente gradevole e dotta ma generale e – per via dei tempi contingentati – necessariamente generica. Consapevole di ciò, cercherò di tenere come filo conduttore la nostra mozione sull’Indipendenza della Sardegna. Sul perchè crediamo sia giunta l’ora di segnare l’avvio della chiusura della Questione Nazionale Sarda dopo 163 anni da quella – più volte richiamata da diversi colleghi – fusione perfetta con gli ordinamenti di terraferma, con le istituzioni e le leggi dei duchi di Savoia, che solo una parte della classe dirigente sarda, non il Popolo Sardo, pietì querula a Carlo Alberto sancendo la fine delle secolari prerogative ed i diritti di autogoverno dell’Isola. “Errammo, errammo tutti” ebbe a dire solo qualche anno dopo Giovanni Siotto Pintor, autorevolissimo fusionista che campeggia ancora sulla toponomastica di alcune nostre strade. Ma questa non è certo la sede per una seppur interessante indagine storica sulle ragioni dell’indipendenza. Io credo si debba invece partire da due interrogativi di fondo e da una premessa , che rendono giustizia e merito alla proposta politica. Il termine “indipendenza” non può essere uno slogan, ma va sostanziato di contenuti, di significati chiari ed apprezzabili anche in termini normativi. Per noi ha una dimensione culturale e sociale prima che politica ed economica. Ma torniamo ai due interrogativi che ci pare spieghino meglio il senso della nostra mozione: “PERCHE'” l’indipendenza e “COME”, secondo quale percorso. Sarebbe fin troppo facile liquidare il primo interrogativo con una risposta ricca di idealità e mutuata dalle parole di Antonio Simon Mossa: perchè ” quando un popolo non ha i poteri di autogovernarsi e decidere il suo avvenire esso perde non soltanto la libertà collettiva e comunitaria, ma anche quella individuale”. Invero, però, oggi la risposta è tragicamente più stringente e, direi, incombente: noi non possiamo più preoccuparci di sapere se l’indipendenza come soluzione della questione nazionale sarda si debba o non si debba realizzare, se cioè sia giusta, bella, buona o magari graduale o progressiva: noi pensiamo soltanto che oggi sia INEVITABILE. Nel senso che chiunque voglia governare i processi economici, politici e sociali in corso in Italia e nel Mondo in questo tempo non potrà farlo seriamente senza riconoscere che nello scorcio del XXI secolo in cui stiamo vivendo, sia arrivata a conclusione una intera fase della storia dello Stato moderno: si è esaurito il tempo in cui questo organismo ha dominato tutte le forme associative minori, con la staticità, l’immobilità quasi sacrale della sua imponente presenza e l’unitarietà delle sue istituzioni. Punto di riferimento, fermo e incrollabile, per ogni azione volta a negare e distruggere qualsiasi disprezzato “particolarismo”, esso ha tenuto a battesimo una grandissima civiltà: la civiltà appunto “moderna”. Ma oggi – proprio, e in primo luogo, per le sue grandi dimensioni, e per la sua vocazione all’unità – lo Stato non è più in grado di soddisfare, rendendole prima uniformi, le sempre più diversificate esigenze dei cittadini: esigenze che, sospinte dall’incoercibile capacità inventiva delle nuove tecniche produttive, si moltiplicano e si specificano senza posa, a tutti i livelli, sfuggendo a ogni pretesa, appunto, di uniformità, e possono venire fronteggiate soltanto da strutture politico-amministrative incomparabilmente più articolate e diversificate di quelle tradizionali. Ciò che sta andando in crisi è la nozione dell’unità dei grandi aggregati politici. In secondo luogo – e ancora più in profondità – tende ormai ad essere contestata la staticità, l’immutabilità della struttura “Stato”. Ciò che qui va in crisi è l’idea che i cittadini debbano essere “inquadrati” una volta per tutte in un determinato (e soprattutto uniforme) contesto istituzionale. Ciascun cittadino, vedendo accresciuto il proprio tenore di vita in forza dell’economia di mercato, è infatti portato ad avere sempre meno fiducia nei lenti meccanismi della burocrazia pubblica, che già oggi è avvertita come inadeguata a soddisfare i suoi standard di vita. L’elevata produttività dei paesi emergenti e la vittoria definitiva dell’economia di mercato su quella pubblica sta portando a nuove forme di aggregazione politica al cui interno i cittadini saranno destinati a contare in misura molto maggiore rispetto a quanto non lo siano oggi nei vasti stati in cui si trovano inseriti. Gli stati democratici, come li abbiamo conosciuti, ancora fondati su istituti rappresentativi risalenti all’ottocento, non riusciranno più a provvedere agli interessi della civiltà tecnologica di questo secolo. Fin dal crollo del muro di Berlino e con la fine della guerra fredda, si sono create le premesse perché la politica cessi di ricoprire un ruolo primario nelle comunità umane e venga invece subordinata agli interessi concreti dei cittadini, legati alla logica di mercato. La fine degli stati moderni porterà verosimilmente alla costituzione di comunità neofederali dominate non più dal rapporto politico di comando-obbedienza, bensì da quello mercantile del contratto e della mediazione continua tra centri di potere diversi: sono i nuovi gruppi in cui sarà articolato il mondo di domani, corporazioni dotate di potere politico ed economico al cui interno saranno inseriti gruppi di cittadini accomunati dagli stessi interessi. Il mondo sarà costituito da una società pluricentrica, ove le associazioni territoriali e categoriali vedranno riconosciuto giuridicamente il loro peso politico non diversamente da quanto avveniva nel medioevo. Fuori da quest’Aula la ” società fluente” – come è stata felicemente definita – CORRE, mentre qui mi è parso di cogliere alcune posizioni di rassegnata retroguardia, di impaurita difesa di un ordine che non esiste più nei fatti, dello “status quo” tipico delle aristocrazie decadenti. La nave affonda e l’orchestrina continua a suonare. Viviamo una congiuntura dove la scienza muta di continuo l’esistenza, l’iPAD – che molti anche oggi hanno con sè in quest’aula – estende le facoltà mentali e riproduce in un istante gli esiti di processi secolari. Oggi una Corporation come MICROSOFT o GOOGLE ha un valore strategico e conta nel mondo come o forse più di uno Stato del G8. E’ cambiata e continua a cambiare la geografia economica e politica del Pianeta. 150 anni di esperienza unitaria sono un tempo minimo, un tempo non sviluppato sull’asse dei secoli della Storia. Se cambia la Geografia, la politica non può restare uguale. Di fatto è già cambiato il rapporto tra rappresentanza e potere. I poteri centrali nello spazio globale decrescono, si erodono, si affievoliscono. Le crisi economiche e sociali ricorrenti di questo modello di sviluppo radicalizzano le asimmetrie generando domande crescenti di intervento: i cittadini chiedono interventi sempre più forti, a governi sempre più deboli. Dinanzi a questo contesto sarebbe davvero miope, colleghi, avvitarci in sterili conflittualità e distinguo che si fondano su categorie storiche superate e fuori dal tempo. Come classe dirigente abbiamo l’obbligo della lungimiranza ed in essa di ripensare e riscrivere il Contratto Sociale che unisce il nostro Popolo e con esso il rapporto con il resto d’Europa ed il ruolo che vorremmo avere nel mondo. Per fare questo occorrono sobrietà e chiarezza, di pensiero e di linguaggio. On. Sabattini, questo dibattito è utile anche se le Tribune del Consiglio sono desolatamente vuote ed è vero. Si riempiono più facilmente quelle degli stadi e dei concerti. Ma è così da secoli: panem et circenses. Nei tempi di crisi la gente rifugge dalla realtà. Occorre anche il coraggio – on. Cucca, pur nelle comprensibili ansietà che questo può destare in alcune coscienze – di ridiscutere i miti, di rileggere i momenti della Storia con la lente della razionalità piuttosto che del sentimento e della propaganda. Dai tempi di Machiavelli – meglio fin da Tucidide – è sempre toccato a coloro che scrutano per mestiere la natura della politica – anche ai più umili artigiani di questa professione – il duro privilegio di chiamare le cose con il loro nome e di aiutare gli uomini a non confondere la realtà effttuale con i propri sogni. Ed è la realtà dei nostri giorni che ci richiama alla necessità di ridisegnare le nostre Istituzioni, aldilà delle pur consistenti considerazioni di ordine storico, geografico, sociale ed etno-culturale che ci spingono oramai da secoli a sostenere la causa della nostra Nazione-senza stato per l’indipendenza, per il Federalismo, per la libertà. Non credo, on. Campus, che sia un esercizio sterile e privo di utilità con riguardo a tutti quei provvedimenti che lei citava e che comunque dovremo adottare. Non credo che non abbia riscontro nei pensieri della società sarda. Ed in questo ho molto apprezzato l’intervento del Presidente Soru, appassionato, puntuale e concreto ad un tempo. Invero, on. Cherchi, non ritengo che la nostra condizione sia inquadrabile nella Questione Meridionale: la nostra Storia non è la Storia del Mezzogiorno di terraferma nè della Sicilia, seppure anche queste realtà abbiano buone ragioni di lamentare i danni dell’Unità, o meglio della “piemontesizzazione” della Penisola. Sul punto, dobbiamo – credo – un tributo di chiarezza e verità storica che ci accomuna. Scientemente, l’annessione dei territori peninsulari al regno ha rappresentato allora per Cavour soltanto l’opportunità di uno sfruttamento massiccio delle risorse ivi allocate per il potenziamento economico, commerciale ed industriale del solo Settentrione. E’ emblematico il caso dell’Ansaldo, nata per intervento diretto dell’allora ministro Cavour, che affidò ad un gruppo di cortigiani torinesi le strutture della fallimentare azienda meccanica Taylor & Prandi. Mentre prima dell’Unità questa società arrancava nella competizione con le fiorenti industrie meridionali ( basti pensare che rappresentave in termini di dimensioni, fatturato e occupazione meno della metà del “Real Opificio Borbonico di Pietrarsa” ), già nel 1862 proprio Cavour – agli albori dell’Italia del favore e delle cortesie, delle consorterie e dei gruppi di pressione, che nascono guarda caso a NORD – avviò un piano di progressivo smantellamento delle più grandi officine siderurgiche del Mezzogiorno che determinò una crescita smisurata e artificiosa della ANSALDO, alla quale furono indirizzate non solo tutte le commesse statali per la realizzazione di locomotive, materiale ferroviario, bellico e navale ma anche tutte le commesse degli opifici meridionali che venivano smantellati. E la Sardegna? Lasciatemelo dire con le parole di Giuseppe Mazzini, che non credo nessuno possa tacciare di separatismo! ” la povera, la buona, la leale Sardegna – che pure è la culla d’Italia – i Re l’hanno sempre tradita e non risorgerà se non sotto una bandiera di POPOLO”. E’ vero! Questa nostra terra è stata appaltata a terzi, sfruttata nelle sue risorse, umiliata nella propria lingua, nella propria cultura e nelle proprie tradizioni. Eppure, fiera sopravvive per riscrivere oggi la propria Storia. Oggi parliamo di indipendenza, che nessuno può confondere con separatismo, secessionismo o autarchia e che noi intendiamo come migliore integrazione. E parliamo di indipendenza per negare, per condannare il suo contrario che ben conosciamo: la dipendenza. Noi abbiamo proposto l’idea di una marcia pacifica del Popolo Sardo per l’indipendenza, per coinvolgere le coscienze e l’opinione pubblica, per far comprendere allo Stato che è cessato il tempo degli indugi. Bene credo che questa marcia potrebbe avere come simboli i luoghi della dipendenza: – la speculazione nei boschi: migliaia di ettari concessi agli amici liguri e piemontesi, che hanno disboscato un quartu della superficie dell’Isola per produrre rovere per le traverse di ferrovia e carbone per alimentare le industrie della Francia alleata di Cavour; – I Giacimenti Minerari, anch’essi concessi agli amici d’oltremare, sfruttati e dopo essersi esauriti comprati a spese dello Stato coi fondi per lo sviluppo; – la Chimica: lo ha ben ricordato da ultimo Alfredo Franchini in bel pezzo sulla Nuova Sardegna, l’idea della chimica nell’isola era stata concepita sull’onda del Piano di Rinascita. Già nel 1960, l’ingegner Nino Rovelli circolava a Cagliari nei vecchi uffici del Credito industriale in cerca di udienza per farsi finanziare i progetti. Dopo un po’ di anticamera trovò il canale giusto per farsi finanziare il «Piano per Porto Torres» con un espediente. I finanziamenti erano stati previsti per le piccole e medie imprese con un massimo di sei miliardi di lire; non bastava e la Sir di Rovelli «ripartì» l’intero investimento del ciclo produttivo in una miriade di società. Mentre al Cis andavano avanti le pratiche di Sir e Rumianca con il tramite della Cassa per il Mezzogiorno e la Bei, il modello per il quale si optò fu quello dell’industria pesante. La Sir comprò la Rumianca di Renato Gualino, a Villacidro la Snia Viscosa rilevò una fabbrica di fibre, a Sarroch spuntò la raffineria. Nella chimica, il «giro del tavolo» portò i manager ad amministrare prima aziende pubbliche (Eni) e poi private (Montedison). Alla regione la giunta Del Rio non trovò nulla da obiettare sulle conclusioni della commissione parlamentare che proponeva l’industrializzazione della Barbagia. Una vicenda politicamente giocata in casa dc, o meglio dorotea, dal ministro Taviani a Del Rio. La sinistra dc, preoccupata dal gigantismo di Rovelli, si rivolse a Eugenio Cefis, presidente Eni, per contrastare la decisione di Rovelli di installarsi a Ottana: «L’industria nel Nuorese sarà pubblica», promise Cefis. Si cercò un accordo che non riuscì e l’Anic ebbe dal Cipe il via libera per costruire a Ottana una fabbrica uguale a quella aperta da Rovelli che, come d’abitudine, divise il progetto originario in tre siti, (Ottana, Isili e Lula), per poter ottenere più soldi. Rovelli uscì di scena nel 78: «Non ha i mezzi per alimentare i cicli produttivi e ha pianto calde lacrime», avrebbe detto l’ex governatore Baffi. La fine dell’intervento straordinario chiude la storia degli enti di stato e apre le pagine delle privatizzazioni. Per noi è sempre la solita beffa: apparentemente i soldi vengono stanziati per la Sardegna. Nella realtà questo danaro serve a finanziare le speculazioni di gruppi imprenditoriali che non hanno lasciato ricchezza nell’Isola, ma disagio, inquinamento e tutt’al più un po’ di Cassa Integrazione. Noi crediamo sia giunto il tempo di dire basta a tutto ciò! Sulla partita degli interessi vitali della Sardegna, dalle risorse all’ambiente, vogliamo essere Sovrani. La via maestra è per noi l’Indipendenza in una nuova architettura costituzionale ed europea federale. Di fatto la stessa UE è già su una frontiera avanzata con la definizione delle Macro-Regioni, che partendo sul quadrante baltico si propongono con forza anche nel Mediterraneo ed inevitabilmente disarticoleranno gli stati nazionali per come li conosciamo ora, per riaggregarli sotto nuove forme. Di fatto, come acutamente osservato da Italo Ortu, è come se il pensiero federalista, sconfitto nel XIX secolo non sul piano delle idee e del consenso ma da trame diplomatiche e dalla forza militare, non si sia mai spento come ipotesi politica alternativa di autogoverno. Oggi il federalismo non è più solo argomento di dotti o accademici ma è divenuto bandiera di lotta, cosciente e forte di masse, proposta di rinnovamento, di progresso democratico. Per una società avvilita e delusa è simbolo di riscatto, di speranza, di liberazione. Troppo spesso, ancora una volta, si vogliono sollevare polveroni ed avvolgere in dense nebbie, mistificare verità e proposte politiche chiare ed inequivocabili. Tendenziosamente e strumentalmente si confondono i termini ed i concetti di Stato, Nazione, Repubblica. Personalità di governo ed accademiche che dovrebbero essere garanti della correttezza della cultura e dell’insegnamento – anche nei giorni scorsi – capziosamente e maliziosamente confondono le idee ed i concetti, intervenendo sul dibattito in corso pesantemente con stizza e livore per denunciare fantasiosi pericoli inesistenti. Nessuno intende attentare all’unità della Repubblica. Si vuole, invece, rompere l’unitarismo malefico dello Stato per costruire un’articolazione di poteri, di sovranità di stati che si riconducano ad una libera e contrattata unità alla pari nello Stato Federale. Questa sfida non può essere limitata ad una sfida di governo. Ma governo e Popolo devono marciare uniti. E per noi l’unica via perché questo avvenga è l’Assemblea Costituente: non inganniamoci, i tempi ci sono. In questa legislatura, abbiamo fatto leggi in un solo giorno. Approvare una legge per l’elezione dell’Assemblea Costituente necessita al più di qualche settimana. Il procedimento elettorale può chiudersi in novanta giorni. Se dessimo 6 o 8 mesi all’Assemblea Costituente per elaborare la Bozza di Statuto-Costituzione, tra un anno esatto questa potrebbe essere in quest’Aula per ricevere la sanzione ufficiale per avviare il procedimento costituzionale di approvazione parlamentare. E’ un fatto di volontà politica! Certo occorre confrontarsi e dal confronto – come già anticipato dal collega Maninchedda nel suo intervento – siamo pronti ad accettare altri e migliori percorsi condivisi, purché riescano comunque a garantire la partecipazione ed il coinvolgimento popolare nel processo di scrittura dello Statuto/Costituzione. Alle solite Cassandre dell’impossibile, alle Cassandre del “non si può fare” preventivo consentitemi di riservare pochi istanti per concludere con le parole di una famosa opera di Pablo Neruda: lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi…lentamente muore…chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno,…lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce… Fortza Paris!

14 Commenti

  • Molto (direi troppo) strano e mirato l’intervento di Puxeddu.
    Sa qualcos’altro che non vuol dire?
    In Sardegna sono tanti ad essere a conoscenza di notizie mai diffuse ufficialmente.

  • Michele Puxeddu

    A proposito dell’intervento dell’Onorevole Solinas, “per non dimenticare…”!
    Complimenti vivissimi Onorevole Solinas per il suo intervento del 26 settembre; veramente appassionato ed opportuno per la Sardegna di oggi!
    Ma non trascuriamo il fronte comune contro la speculazione delle centrali eoliche che sin dai primi anni 2000 ha previsto l’installazione di oltre 8000 (ottomila!) torri eoliche alte più di cento metri in tutta l’Isola e che a “lavoro finito” deturperebbe per sempre l’unicità dell’ultima nostra grande risorsa ambientale e identitaria: il nostro paesaggio.
    Ma è possibile che ancor oggi i Sardi tutti dopo tante speculazioni e saccheggi in cambio di qualche elemosina per pochi non abbiano maturato abbastanza anticorpi per fermare tutto ciò?
    Ancora, perchè non ritornare alla carica in Consiglio Regionale per avere risposte inequivocabili sui rifiuti sbarcati solo qualche anno fa dalle navi provenienti da Napoli? Si sono fermati tutti nell’area industriale di Cagliari o alcuni di loro si sono “imboscati”?
    Nell’eventualità che un bosco “si trasformi” in discarica di rifiuti urbani o peggio speciali, la problematica principale, al di là di quella estetica, è sicuramente la presenza di eventuali agenti inquinanti quali idrocarburi o metalli pesanti che, interferendo sulla normale crescita vegetale (danneggiano soprattutto la microflora del suolo) e percolando in falda costituiscono un rischio anche per la salute umana. Altro problema di non secondaria importanza posto dai rifiuti “in bosco” può essere indotto dal passaggio di un incendio: materiali plastici ad alte temperature possono rilasciare composti volatili altamente tossici come le diossine che poi possono ricadere al suolo, risiedendovi per tempi lunghissimi. Ad oggi esistono studi sulla capacità di alcune specie erbacee ed orticole di rimuovere metalli pesanti dal suolo e di accumularli nei propri tessuti ma non esistono studi esaustivi sulla capacità delle piante forestali di attenuare gli effetti di tale inquinamento!
    In bocca al lupo, Onorevole!

  • Giovanni Piras

    Complimenti grandissimi Cristian, il tuo intervento è davvero grande e merita un abbraccio da chi è sardista di cuore.
    Continua così. Forza Paris

  • Concordo con Giancarlo Mameli: non si può arrivare ad una coscienza diffusa della questione “sovranità” nè ad una conoscenza approfondita delle nefandezze dei “150 di italianità” senza adottare uno strumento di informazione tradizionale, che raggiunga anche il popolo poco o per niente avvezzo ad internet.
    anche il dibattito consiliare, a parer mio, ha risentito di questo limite. abbiamo necessità di un periodico.
    facciamo qualcosa

  • Renato Orrù or Simonmossa

    …. che botto!
    Complimenti Cristian , nonostante la mole dell’ intervento me la sono letta di filato…. Splendida relazione.E che legnate…..BRAVO.
    L’Argomento sulle porcate industriali e non solo su quelle sarebbe da approfondire e divulgare perché poco ne sappiamo e ancor meno ne parliamo .
    Attualmente lo stesso meccanismo funziona in maniera polverizzata ma altrettanto malefica con la 488 che permette(va) a diversi prenditori continentali di arricchire i Fornitori di Fuori (vedere fatture acquisto )e ritrasferire a 5 anni attività e attrezzature e/o mollare sul territorio capannoni vuoti o con mobili e attrezzature stranamente usate.Quando non si scappava per fantomatici motivi ambientali… vedere Z.i. di Bolotana-Ottana ( che sta per rinascere….. )
    Se poi 488 la chiede un “indigeno”….. sono uccelli per diabetici.
    Altro elemento aggiuntivo : quelle aziende con attività in Sardegna, sede amministrativa ed ufficio acquisti continentali che non comprano
    ne utilizzano professionalità in loco , come le dobbiamo considerare ?
    UN ABBRACCIO R.

  • Giancarlo Mameli

    Bravo Cristian

    Ciò che si evince nel tuo intervento è sicuramente assieme ad un notevole spessore culturale e storico, una capacità politica da: “forza dei nervi distesi”.
    La forza, di chi ha la consapevolezza della ragione.
    E’ chiaro che il tuo impegno per costituire una sinergia intellettuale applicata alla concretezza, nel partito si comincia a delineare chiaramente.
    Il mio piccolo rammarico è soltanto il timore che tale impegno resti nei limiti degli “addetti ai lavori”; per questo approfitto dell’occasione per dire che dobbiamo assolutamente portare avanti il progetto per acquisire un mezzo di informazione tradizionale, (anche una radio andrebbe benissimo), come aveva proposto Paolo M. in uno dei nostri Consigli Nazionali.
    In alternativa sarebbe utile anche l’uscita di un “Foglio” periodico, da poter distribuire a cura delle sezioni nel territorio.
    Questo, per poter proseguire quella tradizione di Militanti Azionisti e far si che la base si senta maggiormente coinvolta.
    Fortza Paris

  • Bravo Cristian, peccato che ad ascoltarti siano pochi tuoi colleghi distratti e che il tuo discorso, che sarebbe dovuto entrare in tutte le case dei sardi, si fermi tristemente nella “buia” aula del Consiglio!

  • mi sono accorto adesso che nella mia nota mancano i numeri, eccoli: lo stato ha stanziato 800 miliardi per l’elettrificazione delle ferrovie sarde, soldi che sono stati spesi per comprare 14 elettromotori dalla Breda, ed da quanto ha scovato il nostro consigliere risulta che questo tipo di vicende risale all’unità d’Italia.
    meditate gemte, meditate
    sempre di più FORZA PARIS

  • leonardo marras

    Caro Cristian…che dire.
    Analisi perfetta.
    Sei entrato pienamente nello spirito sardista.
    Ti auguro di non perdere mai la grinta e la “sarda visione ” delle cose.
    Forza Paris
    Leonardo Marras

  • molto interessante la dimostrazione come il sud sia sempre stata una risorsa … per le industrie del nord.
    non conoscevo la vicenda di cavour, ma mi aveva colpito il finanziamento di miliardi per l’elettrificazione delle ferrovie della sardegna, che si è tradotto nell’acquisto di elettromotori della breda, che sono finiti ad arruginire nelle diverse stazioni di macomer, carbonia eccetera.
    continuate così e forza paris

  • Ottimo intervento; mi è piaciuto molto, davvero. E per la verità è una gradita conferma di quanto qualcuno ci aveva riferito in Consiglio Nazionale; abbiamo mandato in Consiglio Regionale una bel gruppo, con buoni solisti che sono anche in grado di impostare anche gioco di squadra. Avanti così, Fortza Paris!

  • marco m. cocco

    Complimenti per l’intervento.
    La popolazione di Sardegna deve comprendere che l’indipendenza non è un ripiego: è l’opportunità per vivere meglio e fare affari, senza il limite Italia.

  • Stefano De Candia

    Anche a te Cristian un sincero e caloroso… COMPLIMENTI!
    davvero un gran bel discorso, fin troppo per i tuoi colleghi consiglieri che per la buona metà nemmeno sanno di cosa stessi parlando… un pò come dare le paste all’asino!

  • Civico Cagliaritano

    Bravo Chistian
    Dimostri cultura e coraggio

Invia un commento