L’Inferno dei dipendenti delle piccole imprese fallite

16 ottobre 2013 06:464 commentiViews: 400

Ho ricevuto questo incredibile resoconto fatto da un dipendente di una nota impresa fallita. Non so se sia tutto vero, ma mi sembra tutto molto credibile. Ho censurato nomi di luoghi e di persone perché non sa se sia tutto vero e perché ciò che importa è l’andazzo che queste vicende denunciano.

 

Spett.Le redazione,

il mio nome è *********** e risiedo a ********* in Sardegna , sono giunto in quella fase della vita in cui si attende con leggerezza il passaggio del proprio funerale. Ho deciso di scrivervi per segnalare una piccola ingiustizia. Mi riferisco in particolare al caso di una azienda, la ************, una industria ******** i cui stabilimenti si trovano nella zona industriale di ********, in provincia di Nuoro, con sede legale a Cagliari. Era gestita da***************.
La *********** ha ottenuto cospicui finanziamenti pubblici e per alcuni anni è cresciuta sino a diventare una realtà di rilievo nel settore, con una clientela di buon livello. Purtroppo a causa di una gestione spesso dilettantesca ha accumulato debiti su debiti e negli ultimi anni navigava in acque tempestose. Aveva in forza circa cinquanta dipendenti, che vivevano una realtà ormai di moda nel panorama italiano. La vita in azienda era caratterizzata da una tensione continua, erano impossibilitati a godere delle ferie e dei riposi previsti per legge, non avevano rappresentanza sindacale e subivano angherie di ogni genere. Donne licenziate al rientro dalla maternità, licenziamenti illegittimi con conseguenti reintegri da parte dei tribunali del lavoro. Nel corso del 2012 alla già dissestata situazione economica si aggiunse appunto il reintegro di tre dipendenti licenziati ingiustamente negli anni precedenti con conseguente obbligo per l’azienda di remunerare tutte le retribuzioni pregresse, complessivamente intorno ai 300.000 euro. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, gli amministratori decisero di mettere l’azienda in liquidazione e di proseguire la produzione con due aziende nelle quali essi non figuravano, ma che avrebbero controllato tramite dei prestanome. La prima azienda, la *********** con sede a ********, era stata acquisita dalla famiglia ********* nel 2007, nel corso degli anni era stata svuotata, lo stabilimento produttivo era stato dismesso e i dipendenti in larga parte licenziati. La ********** teoricamente non svolgeva alcuna funzione se non quella di acquisire della commesse che poi venivano dirottate alla *********** per la produzione ed in seguito emettere fattura al cliente. La ************** nel Luglio del 2012 divenne ************** e come amministratore venne nominato *****************. La seconda azienda venne creata ad hoc, venne denominata ********** ed aveva come amministratore *********, un amico dell’amministratore di ************. [Poi vennero nominati amministratori altre persone comunque riconducibili ai proprietari originari].

A partire dal secondo trimestre del 2012 vennero avviate le procedure per un concordato preventivo, vennero convocati alcuni sindacalisti ********** ben conosciuti dagli amministratori che spiegarono ai dipendenti cosa avrebbe comportato per loro l’avvio della procedura, richiedendo l’adesione alle sigle da essi rappresentate. I dipendenti non fidandosi s’iscrissero in massa all’unica rappresentanza sindacale non convocata ********. Quando gli amministratori vennero a conoscenza del fatto, convocarono i dipendenti e li sottoposero a pressioni di ogni genere affinché abbandonassero il sindacato a loro non gradito, comunicarono chiaramente che nelle nuove aziende non doveva esserci alcuna rappresentanza sindacale. Il sindacato era necessario per il concordato ma poi doveva sparire. Nel contempo si avviò la “demolizione” della ******* , via via i clienti della ********* vennero passati alla ******, che pur non avendo stabilimenti e macchinari, acquisiva i clienti, affidava i lavori alla ******* per la produzione, la quale realizzava i prodotti ed emetteva fatture alla *******, che a sua volta emetteva fattura al cliente finale. Si giunse così al mese di Settembre 2012. La ******** non era più operativa ed al suo posto agivano le due aziende succitate, la ****** che si occupava di acquisire i lavori e la ****** che aveva ricevuto in affitto il ramo produttivo della ***********, realizzava i lavori che ******** gli commissionava. Ventotto dipendenti in base agli accordi sindacali, vennero collocati in cassa integrazione, nonostante avessero per la stragrande maggioranza centinaia di giorni di ferie e permessi non goduti da smaltire. Per cui lo Stato si è dovuto far carico della negligenza degli amministratori della ********. Il resto dei dipendenti venne riassorbito dalla dalla ******* e dalla *********. L’accordo sindacale prevedeva che i dipendenti in cassa integrazione sarebbero stati riassunti dalle aziende subentrate alla ********** se le condizioni di mercato lo avessero consentito. Il periodo di cassa integrazione terminò il 30 Novembre 2012 ed i sindacati si attivarono per il rinnovo ma nonostante i vari tentativi di convincere l’amministratore a presentarsi per definire l’accordo per garantire un minimo di sostentamento ai propri dipendenti, questi si rese irreperibile, si presentò per firmare il rinnovo solamente in data **** Gennaio 2013, facendo slittare i tempi di approvazione. Sempre nel mese di Gennaio 2013 gli amministratori presentarono in gran segreto istanza di fallimento in proprio al tribunale di Cagliari. In data *** Febbraio 2013 il tribunale dichiarò la ********** fallita e nominò due curatori. Il fallimento ammonta a circa 15 milioni di euro. I dipendenti in esubero vennero a conoscenza del fallimento casualmente e si presentarono davanti ai cancelli della loro ex azienda per cercare di avere notizie sul loro futuro e sui crediti che vantavano nei confronti della stessa, crediti che derivano dal TFR e da centinaia di giorni di ferie e permessi non goduti e per alcuni da retribuzioni mensili non corrisposte. Gli amministratori della ********** avevano raggiunto il loro scopo. Si erano liberati di una azienda in crisi, proseguivano la produzione negli stessi stabilimenti della *******, con gli stessi macchinari, con due nuove aziende da essi di fatto controllate. I dipendenti non graditi erano stati eliminati, per cui per gli amministratori la vita procedeva meglio che prima. Piuttosto che mantenere un profilo basso, come si conviene in casi simili, si davano alla pazza gioia, OMISSIS. Gli ex dipendenti che di fronte a tanta sfacciataggine manifestavano il loro disappunto venivano zittiti con minacce di denunce*************. Per gli ex dipendenti la lunga marcia era solo agli inizi. Il loro futuro in seguito al fallimento doveva essere gestito da uno dei curatori nominato dal tribunale di Cagliari, tale **************+, il quale sembrava più interessato a tutelare gli interessi degli ex amministratori che non quelli dei creditori, in particolare dei dipendenti. Non ha provveduto ad inviare comunicazione ai dipendenti, che in quanto creditori avrebbero dovuto insinuarsi nel fallimento, non ha comunicato alcuna informazione relativamente al proprio stato di dipendenti, per cui essi sono attualmente collocati in un limbo. Solamente durante un udienza in tribunale svoltasi se non erro nel mese di giugno e dopo che i legali hanno informato il giudice fallimentare ha iniziato ad occuparsi della loro sorte. Alla data in cui scrivo gli ex dipendenti risultano essere in forza in una azienda fallita e non percepiscono alcun reddito dal mese di Dicembre 2012, perché nel frattempo il ministero ha respinto la domanda di cassa integrazione presentata nel mese di Gennaio 2013, in quanto essendo variato il requisito a causa del fallimento, è necessario che il curatore in accordo con i sindacati provveda a presentare una nuova richiesta. Durante l’udienza svoltasi in tribunale a Cagliari in data **** Settembre il curatore ha comunicato al giudice ed ai legali che rappresentano i dipendenti che era stato siglato un patto con i sindacati con il quale si stabiliva che il curatore si impegnava a presentare una nuova richiesta per la concessione della cassa integrazione per il periodo Febbraio 2013 – Febbraio 2014 a condizione che essi rinunciassero, nel caso in cui la cassa non venisse approvata dal ministero, ad adire le vie legali nei confronti della curatela per recuperare le mensilità del periodo suddetto. Insomma un ricatto, il curatore ha il timore che non avendo inviato alcuna comunicazione ai dipendenti che definisse il loro stato, poiché al momento essi risultano essere dei dipendenti della *********** a tutti gli effetti, potessero rivalersi nei suoi confronti. Terminata l’udienza i dipendenti contattavano i propri rappresentanti sindacali per sapere chi aveva osato siglare un patto ricattatorio senza essere stati consultati, i rappresentanti sindacali smentivano quanto dichiarato dal curatore, nessun patto era stato firmato! In breve il curatore aveva mentito. In data **** Settembre viene convocata un’assemblea aziendale alla quale partecipano dipendenti, sindacati e legali. I dipendenti ribadiscono che non hanno alcuna intenzione di firmare un accordo ricattatorio. Nella successiva udienza svoltasi sempre a Cagliari in data ****** Settembre il curatore incalzato dai legali, cambia nuovamente idea e dichiara che provvederà ad inviare richiesta per la concessione della cassa integrazione rinunciando al cosiddetto patto di cui sopra. Venticinque dipendenti attendono ancora che la loro posizione venga definita. Per cui come da prassi nel nostro paese, il furbo se la gode ed i merli soffrono la fame. Questa vicenda mi sorprende perché si svolge alla luce del sole, fra l’altro in una piccola cittadina di provincia. Stupisce il silenzio! I sindacati che all’inizio della vertenza erano agguerritissimi, da mesi tirano il freno e non vogliono che i dipendenti manifestino pubblicamente il proprio disagio, il curatore ********* pienamente a conoscenza che gli ex amministratori della ************* sono gli amministratori di fatto delle nuove aziende non muove un dito. Mi risulta che anche le autorità siano state informate eppure almeno apparentemente tutto tace. Nel tribunale di Cagliari sono state depositate le visure camerali che riportano le compagini amministrative delle aziende subentrate alla *********** da cui risulta evidente il collegamento con gli ex amministratori. In tanti sanno ma nessuno agisce. Nei primi giorni di Settembre i dipendenti, sfiniti dalle lungaggini decidono di rendere nota la propria situazione all’opinione pubblica. Inviano una lettera all’********* ed alla *********** ma non viene pubblicata, nonostante le rassicurazioni ricevute in particolare dalla redazione *********. Strano! *****************************************************. L’amministrazione comunale di ************** si è attivata in varie occasioni per tutelare i dipendenti di aziende del territorio ma non per quelli della ********. OMISSIS

 

 

 

4 Commenti

  • Gianni Benevole

    Denunciare significa ribellarsi al silenzio con ogni mezzo, senza rassegnarsi e senza arrendersi. Fuori discussione che la collusione rappresenti il principale dei mali da estirpare. Il peggiore. Per tale ragione nel mio intervento parlo di “condivisione con attori a vario titolo coinvolti”. Non condivido tuttavia l’idea che le collusioni possano tutto. La catena della collusione può essere spezzata da chi colluso non è, indipendentemente dalla struttura organizzativa che si vuole dare al contesto sociale in cui si opera. Come, evidentemente con cognizione di causa, hai enunciato gli esempi di Ilva, Rumianca e altri, vorrei portare l’esempio di tutti i lavoratori di una fabbrica Rubinetterie Sarde, avviata con finanziamenti regionali da imprenditori lombardi, i cui macchinari erano stati trasferiti al porto canale di Cagliari, per essere spediti in Cina. Nel frattempo i 40 dipendenti erano senza retribuzione da oltre 7 mesi, nel silenzio delle istituzioni, della Confindustria e dei Sindacati. Qual’è stato l’antidoto alla collusione ed al silenzio delle istituzioni? La forza e il coraggio dei LAVORATORI UNITI. Cittadini prima ancora, che, senza remore hanno reagito e dettato le loro regole, impedendo la partenza di quel container e imponendo, ad alto volume, ogni mattina al loro datore di lavoro questo inno, sino a quando non hanno ottenuto giustizia: ” Fate in modo di moderare
    Baroni (proprietari terrieri),
    cercate di moderare la vostra tirannia,
    Altrimenti, a costo della mia vita,
    tornerete nella polvere (per terra),
    La guerra contro la prepotenza
    è stata già dichiarata
    e nel popolo la pazienza
    inizia a mancare
    State attenti perché contro di voi
    si sta levando il fuoco,
    Attenti perché non è un gioco,
    se questo inizia per davvero
    Guardate che le nubi
    preannunciano il temporale
    Gente consigliata male
    ascoltate la mia voce
    Non continuate ad usare lo sprone
    sul povero ronzino,
    o in mezzo al cammino
    si ribellerà imbizzarrito;
    è così stanco e malandato
    da non poterne più,
    e finalmente dovrà rovesciare
    il basto e il cavaliere.
    Il popolo sardo
    che era caduto in un profondo letargo
    Finalmente anche se disperato
    si accorge di essere schiavo
    Sente che sta soffrendo
    solo a causa dell’antica indolenza
    Feudo, legge nemica
    di ogni buona filosofia!
    Questa, o popolo sardo,
    è l’ora di eliminare gli abusi
    Abbasso le abitudini nefaste,
    contro ogni dispotismo
    Guerra, guerra all’egoismo
    e guerra agli oppressori
    È importante che questi piccoli tiranni
    vengano vinti”. Quei lavoratori, da soli, hanno vinto la loro battaglia contro la collusione ed il silenzio. Prendiamo esempio da loro o dai ribelli di Pratobello.

  • Per RR: manda all’email del sito nome cogno ìme indirizzo e cell. e verrai contattato per le riunioni

  • Denunciare? Ma dove inoltrare la denuncia?
    La testimonianza della persona che ha scritto la lettera mette in chiaro la drammatica realtà: le collusioni possono tutto.
    Tutti sapevano dell’ILVA ma nulla è accaduto per decenni;
    Tutti sapevano della SIR-RUMIANCA ma nessuno è intervenuto;
    Tutti sanno dei Consorzi industriali, di ABBANOA ma nessuno interviene realmente.
    Denunce ne sono state fatte tante negli anni, nelle Procure, anche con documenti anonimi… ma non è accaduto NULLA.
    No, il problema è eradicare forma mentis e costumi sociali ormai degradati in modo quasi totale.
    Unica alternativa rimane cambiare radicalmente la struttura governativa della nostra pseudo nazione e dobbiamo stare attenti anche a quelli con cui ci accompagnamo: perchè cercare il PD e perchè non tentare il polo unico indipendentista? Ah, già, è vero: dobbiamo rispettare la nomea.
    PS: ho letto sui giornaali che il Partito dei sardi si sta organizzando: come posso fare per aderire?

  • Gianni Benevole

    Riprendo dalle parole del dipendente: “Questa vicenda mi sorprende perché si svolge alla luce del sole, fra l’altro in una piccola cittadina di provincia”. Non vedo niente di nuovo e di sorprendente nel vergognoso racconto del dipendente truffato, al quale rivolgo la mia solidarietà e un sincero in bocca al lupo. Il malcostume dei fallimenti in proprio, delle CIG e delle procedure di mobilità truffaldine, quale corollario ai finanziamenti pubblici facili, è ormai diventato la regola e da tempo caratterizza l’attività di una nutrita schiera di personaggi, sedicenti imprenditori, che in realtà pensano solo ai loro sporchi interessi, da condividere magari, direttamente o indirettamente, con i vari attori presenti sulla scena e a vario titolo coinvolti nel sistema. È sufficiente passare in rassegna il contratto d’area di Ottana, la ZI di Macomer, la ZI Cirras di Oristano, dove sono tangibili i segni della devastazione determinata dall’operato di spregiudicati faccendieri da due solidi che, per la gran parte, hanno solo pensato a fregare denari pubblici, per poi invocare la solita srumentale crisi aziendale, licenziare, dilegursi e ridurre alla disperazione tanti padri di famiglia. Le procedure di tutela sono farraginose e lunghe. Spesso neanche lo spettro della Bancarotta e della galera rappresenta un deterrente. Ma bisogna denunciare, denunciare e denunciare, senza timore, gli amministratori delle società e i responsabili di tutto questo marciume che ha prosciugato il paese.

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