L’incompiuta di Dadea

28 gennaio 2010 01:399 commentiViews: 28

078Ho letto ieri il libro di Massimo Dadea La febbre del fare. Si tratta di una testimonianza sul quinquennio della Giunta di Renato Soru, resa da un importante protagonista di quegli anni. Una testimonianza, non una cronaca, tantomeno una storia; il punto di vista è infatti univoco, manca la dialettica delle fonti ma anche la naturale plurivocità dell’esistenza che chi racconta, in genere, riesce a rendere. Ma questo limite è dichiarato dall’autore in partenza, per cui il lettore può scegliere se proseguire nella lettura o lasciar perdere. Io, pur avvertito, ho scelto di leggere fino in fondo. Ne ho ricavato una certezza: è un libro acerbo, di un uomo politico che non ha ancora sedimentato un’esperienza e pertanto la legge con differenti gradi di profondità, di razionalità e di efficacia di analisi.
Per esempio: egli è acuto nel tratteggiare il profilo psicologico di Soru. Non è capace di rappresentare, però, quanto quel modo di essere abbia inciso sugli assetti istituzionali e sulle scelte di governo della Sardegna.  Dadea giudica Soru incapace di giudicare il valore delle persone e lo svela mal consigliato da cattivi consiglieri. Denuncia che persone sbagliate sono state collocate in luoghi sbagliati, ma non fa un nome. Denuncia che l’eccessiva personalizzazione del potere fece sì che persone non elette né nominate in ruoli ufficiali ebbero più potere di molti altri e orientarono scelte rivelatesi poi sbagliate, ma non fa un nome né indica una scelta errata frutto di questo processo decisionale concentrato e arbitrario. Insomma, svela i presupposti degli errori ma rifiuta di analizzare il merito degli errori stessi e il costo sociale e politico che essi comportarono. Tra le rimozioni di Dadea  ne sottolineo due che mi paiono emblematiche: il silenzio sul caso Saatchi e il silenzio sulla causa delle dimissioni di Soru, ossia un’ottima legge urbanistica di cui oggi la Sardegna piange l’assenza e che invece Soru volle bloccare per una questione di puntiglio e di potere. Ma il silenzio maggiore riguarda il darwinismo sociale di Soru, la sua idea della società che si raffina nella competizione e distilla nell’inevitabile  e giusto dolore sociale l’aristocrazia del sapere e del saper fare. Il fatto che la Giunta presieduta da Mannoni abbia mandato in economia 60 milioni circa di euro destinati alle politiche sociali, la dice lunga sull’insofferenza con cui si guardava alle politiche di Welfare.
Il secondo tratto distintivo del libro è la concezione della politica come dialogo tra ceti e apparati specializzati. Ne fa fede anche il modo di parametrare i risultati del governo Soru: un elenco di provvedimenti approvati, ma neanche lo straccio di una valutazione sulla loro efficacia. I soldi buttati in Sardegna Fatti bella? Silenzio. Il fatto che il Sibar non funzioni? Silenzio. I morti sociali della demolizione (non della riforma, che ancora non c’è) della formazione professionale? Silenzio. Il popolo, nel bilancio di legislatura, non c’è, come se Dadea fosse stato contagiato dallo stesso batterio snobista che ha colpito il cuore della sinistra italiana, che sa organizzare più convegni che patronati, più seminari che scioperi, più cene con accompagnamento eno-poetico-gastronomico che distribuzione di viveri tra i poveri. La stessa lettura della sconfitta elettorale non come esito di scelte di governo sbagliate, non come frutto di un’identità sarda costruita a tavolino e mal pensata, ma come contraccolpo a scoppio ritardato dello scontro interno al Pd con Cabras, è una lettura debole. Non tiene conto che la personalizzazione della politica operata da Soru andò a sommarsi con l’assenza di perimetro ideologico del Pd, creando una pericolosa – in senso elettorale – similarità col vuoto del Pdl colmato dal leader. In campagna elettorale il Pd scelse di non esistere, di non evocare la sua storia e di identificarsi col leader, esattamente come da sempre fa il Pdl con Berlusconi. Soru, da canto suo, scelse in campagna elettorale i vecchi slogan della estrema sinistra, che oggi, se non ci fosse lui, in Sardegna andrebbe a ingrossare le fila dell’Idv. Il risultato fu che il giudizio non fu sulle visioni politiche ma sullo scrutinio pro o contro il presidente uscente e fu sul suo autoritarismo. Soru è caduto su una questione democratica di cui Dadea non parla e che invece scosse alle fondamenta l’elettorato e la struttura del suo partito.
È in questo quadro che va inserita la ricostruzione onirica della vicenda della legge Statutaria che occupa le pagine conclusive del libro. La legge che favoriva il conflitto di interessi, la legge elaborata su misura su Soru, viene presentata da Dadea come una grande legge. Il dibattito sulle follie della legge animato largamente da persone non di centro destra, viene liquidato con giudizi sommari e sprezzanti rivolti alle persone che lo arricchirono. Il pasticcio di prepotenza che tentò di violare la Costituzione invalidando il risultato del referendum, viene annacquato con i “se” e i  “ma”. Questa è la parte peggiore del libro, quella in cui la deformazione del punto di vista sulla storia è così forte da risultare inattendibile.

9 Commenti

  • Ho letto il libro di Massimo Dadea (che rispetto e stimo) molto attentamente. Anche io, come tanti, ho vissuto la fase iniziale del “governo” Soru con entusiasmo onirico: le coste, le basi militari, l’abolizione degli enti, il movimentismo di Progetto Sardegna come emarginazione dei partiti romani. Poi il risveglio.
    Ho rilevato una enorme distanza tra il “sogno” del fare e la realtà delle cose realizzate con i vecchi beceri metodi della politica spartitoria. Un uso di Soru e del sorismo come alibi o punta di lancia della coalizione per penetrare semplicemente nel tessuto della società e sfondare senza pudore nella pubblica amministrazione, nei consorzi di gestione, nella sanità.
    Soru un buon alibi per una vera occupazione sistematica del potere. È davvero diversa la realtà mediatica (libri, giornali, TV,) dalla realtà della cose.
    Diventa difficile spiegare il sogno se il risveglio dell’indomani non invoglia ad addormentarsi.
    Antonio Gavo

  • Pierpaolo Nurchis

    So che chi fa può sbagliare e Soru ha fatto molto e sbagliato anche molto, sono uno che ha creduto in lui, l’attuale presidente è un altro “che a nemmos”, ma IL MENO PEGGIO adesso è diventato ormai insostenibile, anche per questo sono severo con l’ex, perchè è stato furbo, sia a entrare in campo al momento giusto che a gestire il potere , non si è costituito una CORTE di qualità, diffidando di tutti anche di quelli che potenzialmente potevano dargli una mano. “IL TE DEUM” è stata una conseguenza e qualche tegola gli dovrà ancora arrivare, antoni ha ragione. Quando il FARE arriva con la febbre… gatta ci cova! Non era necessaria la FEBBRE ci voleva un pò di amore VERO per questo territorio e queste popolazioni per iniziare il processo di partecipazione democratica che lui aveva promesso di avviare, utilizzando tutte le intelligenze in campo.

  • Per Rosa Marras.
    Continuerai a pensarla cosi sul nostro “amato” governatore anche dopo una eventuale condanna per il caso Saatchi?

  • Luzianu Piras

    Un genio incompreso.

  • Rosa Marras

    Mi pare che P.P. Nurchis sia ingeneroso ed eccessivamente sarcastico nei confronti di M Dadea definendo “quaderno” La febbre del fare. Aggiungo: se tutti i “furbi”fossero come Soru sarei ben felice che ce ne fossero miliardi di FURBI.

  • Pierpaolo Nurchis

    Condivido le considerazioni dell’On. Maninchedda pensando che l’On. Massimo Dadea abbia voluto lasciare traccia di se come politico con un quaderno che non serve a nessuno. Non serve ai cittadini per capire quel periodo, non serve ai giovani per imparare, non serve a capire la personalità di Soru, ma serve a capire che lui era ” che a nemmos” in quella esperienza, e se le riflessioni fatte a posteriori, anche se banali, le avesse espresse in corso d’opera, sarebbe saltato come gli altri…
    Riassumo la contraddizione SORU così: “schiena dritta con tutti, fuori che con lui (IL PRESIDENTE)” I sardi non avevano bisogno di falsi slogan, avevano bisogno di un politico nuovo e capace non di un nuovo FURBO,e a parte cosa ne possa pensare M. Dadea, i sardi gli hanno dato il benservito.

  • Rosa Marras

    La recensione accurata del libro di Dadea (che ho appena iniziato a leggere) da parte di P.Maninchedda mi pare interessante.
    Conosco superficialmente le vicende legate allo scontro tra il suddetto e R.Soru ma, in base alle mie informazioni sull’ operato dell’ex governatore ,mi pare scorretto attribuire una connotazione negativa tra le tante anche allo smantellamento (secondo me giusto) di quel carrozzone che Maninchedda delinea in modo linguisticamente efficace “i morti sociali della formazione professionale”.
    Ritengo che Soru sia stato un ottimo presidente (distante anni luce dall’attuale) che sicuramente ha commesso anche degli errori ma ha dato lustro alla nostra isola e io gliene sono grata.

  • Vabbè, […] Dadea non fa esempi concreti ma possiamo provare a ragionare. Tutti i dipendenti degli enti di formazione che, giova ricordarlo, non hanno mai visto un concorso pubblico in vita loro, sono stati infilati nelle aziende sanitarie della Sardegna con un ottimo duplice risultato:
    da un lato si è data la direzione di importanti servizi a soggetti che di sanità non sanno assolutamente nulla, in una fase difficile di transizione (si pensi solo che questi venivano mandati alle le riunioni tecniche sul sisar, mio dio!) dall’altro si sono mortificate le professionalità esistenti nelle aziende e spento ogni entusiasmo perchè è stata l’ennesima riprova che del merito non fotte nulla neppure a chi ne parlava tanto in campagna elettorale.
    fortza paris

  • Ancora una volta la lucida analisi dell’onorevole Maninchedda ha messo a nudo le ragioni del sempre maggiore distacco tra la gente comune e il maggiore partito del centro sinistra sardo. Penso che la quasi totale chiusura nei confronti del “rinsanguamento” della classe dirigente del partito, la sua gestione fortemente elitaria accompagnata da atteggiamenti che spesso sono sfociati nella supponenza e nello snobbismo siano la vera ragione del fallimento dell’esperienza soriana alla guida della Regione. La presunzione di saper trovare da soli la risposta ai problemi dell’Isola, di ostracizzare chiunque proponesse soluzioni in dissenso con la linea ufficiale, soprattutto all’interno della coalizione, ha contribuito a costruire i presupposti della bocciatura sentenziata dall’elettorato. È sicuramente doloroso per chi ha vissuto come protagonista quella recente stagione politica, accettare l’analisi di Paolo Maninchedda, ma ritengo che solo superando i personalismi e accettando il confronto dialettico si possano metabolizzare gli errori fatti.
    Non accetto che si tenti di minimizzare la questione riconducendo le responsabilità a cattivi consiglieri, le responsabilità se le porta dietro tutte chi ha chiesto e ottenuto nel 2004 la fiducia dei sardi per poi dilapidare l’enorme patrimonio di consenso politico neanche cinque anni dopo. Peccato.

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